Roberto Scarpetti e Giuseppe Sartori: “28 Battiti”, sprofondare nell’abisso per scovare il coraggio di cambiare

Scritto da  Martedì, 15 Novembre 2016 

“28 Battiti” sono il ritmo silenzioso di un’esistenza votata al sacrificio, tramutatasi in montagna nel gelo mattutino di una marcia che non conosce requie; “28 Battiti” sono la sensazione di smarrimento di un essere umano alla disperata ricerca della semplicità delle radici, travolto da un vortice di ambiziosi obiettivi che in definitiva non gli appartengono; “28 Battiti” scandiscono l’emozionante, viscerale flusso di coscienza dipanato dalla drammaturgia di Roberto Scarpetti, in questo frangente anche regista di questo monologo intimista, magnificamente portato in scena da un Giuseppe Sartori sempre più attore a tutto tondo, indissolubile sintesi di parola vibrante e virtuosismo muscolare. “28 Battiti” ha debuttato in prima nazionale al Teatro India, dove rimarrà in scena sino al 20 novembre e dove abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Scarpetti e Sartori per scoprire la genesi di questo lavoro potente e scevro di ogni retorica, lancinante eppure pervaso da un lirismo vibrante.

 

Produzione Teatro di Roma - Teatro Nazionale presenta in prima nazionale
28 BATTITI
scritto e diretto da Roberto Scarpetti
con Giuseppe Sartori
video Luca Brinchi e Daniele Spanò
movimenti Marco Angelilli - live video Maria Elena Fusacchia
assistente alla regia Elisabetta Carosio

 

Il punto di partenza del sentiero drammaturgico si attesta sull’esperienza biografica del maratoneta trentino Alex Schwazer, balzato sulle pagine dai quotidiani dapprima per i trionfi olimpici e poi per il calvario della positività ai controlli anti-doping; rifuggendo ogni pruriginosa tentazione cronachistica, la creatività affilata, ricercata e sensibile di Roberto Scarpetti, già apprezzata in lavori come “Prima della bomba” o “Viva l'Italia, le morti di Fausto e Iaio”, diverge però immediatamente dall’istanza specifica per proiettarsi senza riserve nell’io di un individuo tormentato da fragilità e incertezze ben più universali.

Gli onori trionfali di una medaglia fredda, gelida, adagiata sul petto di Giuseppe, questo il suo nome che entra in cortocircuito con quello dell’interprete in scena, non hanno riscaldato il suo animo che troverebbe piuttosto conforto nella genuinità di un mestiere comune, ripetitivo e tradizionale, che gli consenta di resettare lo spirito al tramonto ed assaporare la gioia della convivialità con gli amici, senza il pensiero di una dieta ferrea o di un rigido orario della buonanotte da rispettare meticolosamente. Eppure ogni mattina il risveglio si ripete immancabile all’alba, quando il mondo circostante sembra essere stato sterminato da una misteriosa epidemia e solo il gelo della montagna sa abbracciarlo e paradossalmente donargli calore. L’imprevisto si cela però ineluttabile, un infortunio a breve distanza dalla competizione che dovrebbe sancire la definitiva consacrazione del suo astro, la fisioterapia che allevia il dolore ma non può elargire panacee miracolose, la scorciatoia di sostanze proibite da procacciarsi con spedizioni rocambolesche. Quello che però appariva inizialmente uno stratagemma per tagliare un traguardo grandioso, innescherà una salvifica presa di consapevolezza, offrendo l’opportunità di squarciare una coltre opprimente di fobie, rinunce e sacrifici richiesti dal demone del successo a tutti i costi, per rientrare in contatto con l’autenticità della sua vocazione, ritornare allo sport vissuto in totale libertà, in simbiosi con la natura, senza coercizioni ed angosce.

Il monologo vivido ed onesto di Scarpetti si intreccia con una messa in scena nuda e priva del benché minimo orpello o infingimento: sotto i riflettori solamente l’anima scorticata di un uomo che ha deposto un nugolo di sogni illusori per resuscitare il proprio spirito primigenio ed autentico, vissuta su ogni centimetro della pelle da un attore come Giuseppe Sartori che certamente sul palcoscenico non ha mai risparmiato sudore e intensità, forza vigorosa e la generosità di un’anima limpida. Il tutto si intreccia e riverbera nelle video-proiezioni concepite da Luca Brinchi e Daniele Spanò in cui il corpo del protagonista si tramuta in tavolozza di paesaggi, ricordi e suggestioni ineffabili, mentre l’azione scenica viene orchestrata dai calibrati movimenti disegnati con la consueta caparbietà da Marco Angelilli.

Un’opera preziosa per un teatro dal sapore di artigianale ricercatezza, centrato sulla parola e su una drammaturgia tanto poetica quanto ancorata alla realtà; un’opera densa di sottotesti, pungolo per la riflessione ed occasione per fermarsi un’istante nella frenesia del quotidiano e commuoversi dinanzi a un essere umano pronto a spogliarsi di tutto per ritrovare il proprio baricentro esistenziale e un’opportunità di pervicace libertà.

 

INTERVISTA A ROBERTO SCARPETTI

Giuseppe Sartori 28 BattitiBuonasera Roberto, è un piacere incontrarti in occasione del debutto presso il Teatro India del tuo nuovo lavoro, “28 battiti”, un monologo che vede come protagonista Giuseppe Sartori, per raccontare la storia di un atleta e della sua discesa negli abissi del doping. Quale è stata la genesi di questo spettacolo?
Il testo l’ho scritto a febbraio del 2013. Ero rimasto molto colpito dalla vicenda della prima positività di Alex Schwazer e mi sembrava una storia interessante da raccontare per affrontare dei temi più ampi e non necessariamente vincolati alle vicende sportive. Temi quali l’ossessione per il corpo da parte di chi con il proprio corpo di lavora, come uno sportivo di professione, ma anche come un attore. E ancora, il rifiuto del successo, il desiderio di liberarsi e in qualche modo ribellarsi alle regole imposte dalla società.

L’opera trae ispirazione dalla vicenda biografica di Alex Schwazer, per derivarne un racconto di finzione. Come è stata concepita la drammaturgia in questo suo progressivo allontanarsi dalle contingenze del caso di cronaca verso una narrazione di più ampio respiro?
Proprio la scelta di allargare i temi del monologo mi ha portato a distanziarmi dalla vicenda di Schwazer. Negli ultimi mesi mi sono anche chiesto se c’era un modo per far entrare maggiormente nel testo la storia del marciatore italiano, ma poi alla fine ho scelto di lasciarla sullo sfondo, per evitare di andare nella direzione del reportage o, in qualche modo, del teatro di denuncia. In definitiva nel testo, differentemente da altri miei lavori, non c’è un vero percorso narrativo. La drammaturgia procede più come un monologo interiore ed è costruita attorno al processo di consapevolezza che Giuseppe, il nome dello sportivo sulla scena, compie andando a cercare nel suo passato le ragioni delle sue scelte. Di tutte le scelte, quelle giuste e quelle sbagliate. Andando quindi a costruire un passato fatto di ricordi, per forza di cose, il personaggio si è distanziato da Schwazer ed è diventato un personaggio di finzione.

In una prospettiva assolutamente inconsueta, il doping viene declinato non come uno strumento per raggiungere obiettivi sempre più sfidanti, rimanere imbattuti e non deludere le aspettative altrui, ma come un’estrema opportunità di catarsi, per rimpossessarsi della propria autenticità di individuo e sportivo. Come hai immaginato questo percorso esistenziale e l’hai tradotto in drammaturgia?
Non è esattamente così. Il doping nel testo è anche un mezzo per raggiungere un obiettivo sportivo. Una scelta sbagliata. Ma è attraverso questa scelta che il personaggio arriva a una consapevolezza mai raggiunta precedentemente. Il doping è quindi inizialmente un errore, poi diventa un tormento anche fisico, per finir con l’essere la molla che libera il personaggio dalle sue ossessioni, dalle costrizioni. Che lo spinge, o forse costringe, ad affrontare un processo di autocoscienza che senza il doping non avrebbe mai avuto il coraggio di intraprendere.

Qual è la cifra registica con cui hai vestito questo racconto di vita?
Non essendo un regista, ma facendo principalmente il drammaturgo, ho cercato di impostare una regia che fosse in qualche modo semplice e lineare e che potesse aiutare Giuseppe Sartori a interpretare un testo difficile, per le tante sfumature che contiene. Ho quindi cercato di ideare una situazione al tempo stesso realistica e metaforica. C’è un ambiente che può essere facilmente identificato, ma che in realtà è solo un luogo mentale: tutto il monologo è un flusso di coscienza. Tutto avviene nella testa del protagonista.

Hai affidato questo monologo a Giuseppe Sartori. Quali caratteristiche del suo universo attoriale ti hanno colpito maggiormente e credi lo rendano perfetto per questo ruolo?
Ho conosciuto Giuseppe due anni fa e avevo già scritto il monologo. Lo considero un attore, oltre che dotato tecnicamente, anche estremamente intenso e con una fragilità molto interessante. È un attore incredibilmente bravo a lavorare con il corpo, cosa che mi sembrava fondamentale per questo spettacolo, e a mio parere altrettanto bravo a lavorare con la parola. Ecco, il lavoro che abbiamo cercato di fare insieme è stato proprio quello di far procedere insieme nella narrazione corpo e parola, per raccontare la fragilità e l’umanità del personaggio in scena.

Lo spettacolo è accompagnato dalle installazioni video di Luca Brinchi e Daniele Spanò. Come avete lavorato su questa commistione di linguaggi espressivi?
Con Luca e Daniele abbiamo cercato di lavorare sui video sviluppando il tema dell’ossessione per il proprio corpo e cercando di raccontare come il passato e i ricordi rimangano impressi sulla pelle del protagonista.

A settembre è stato presentato, sempre al Teatro India nell’ambito di Short Theatre 2016, un altro tuo lavoro frutto della collaborazione con il Teatro di Roma, “Prima della bomba”, originale racconto della conversione di un ragazzo occidentale alle istanze dell’Islam più radicale. Cosa ti ha indotto a concentrare la tua analisi su questo tema di stretta attualità? Lo spettacolo tornerà in scena prossimamente?
Prima della bomba” nasce in qualche modo dal mio precedente lavoro con César Brie, “Viva l’Italia, le morti di Fausto e Iaio”, ed è in un certo senso la continuazione di quel testo, dei temi affrontati. Il terrorismo, la fine dell’adolescenza, i compromessi che la società ti costringe a fare tra ideali e realtà. Il disagio, il senso di appartenenza. Ero molto stimolato dal cercare di capire le scelte dei foreign fighters: cosa porta un ventenne europeo a scegliere una religione distante dalla sua cultura e a imbracciare un’arma per una causa ostile all’occidente? Prossimamente “Prima della bomba” sarà a Milano a Campo Teatrale dal 15 al 19 maggio.

 

INTERVISTA A GIUSEPPE SARTORI

Giuseppe Sartori 28 BattitiCiao Giuseppe, quali aspetti di questo monologo hanno catturato maggiormente la tua attenzione e credi ne costituiscano i punti di forza?
Ciao Andrea! Ho letto la prima volta il testo due anni fa, anche se non nella versione definitiva. Mi è sembrato da subito una sfida. Per questo ho detto sì a Roberto, quando mi ha chiesto se volevo interpretarlo. Mi ha affascinato l'immensa solitudine che circonda quest'uomo di cui si parla, e allo stesso tempo la componente di follia e ossessione; che declinata in altri sensi, verso altri oggetti, è parte di molti, che sia riconosciuta o meno, e che è sicuramente parte di me.

Come hai lavorato su un personaggio così complesso per traghettare lo spettatore attraverso il suo lancinante coacervo di fobie, sogni, frustrazioni, fatica quotidiana, rinunce e soverchiante disciplina?
Quasi mi sembra incorretto nominarlo personaggio. Dopotutto porta il mio nome. Sono partito dall'unica cosa possibile. Dalle parole. Cercando di farle intimamente mie. Ci sono molte similitudini tra atleti e attori.

Ritieni che questa storia possa rappresentare una valida testimonianza per interrogarsi sul reale valore dello sport e sulle pericolose derive che lo hanno snaturato prefiggendosi come unici obiettivi la fama e il successo ad ogni costo?
Non lo so. Con Roberto abbiamo lavorato per rendere il personaggio il più universale possibile, usando lo sport, certo, ma cercando di parlare in modo più ampio. Sono troppo viziato da questo pensiero per rispondere lucidamente alla tua domanda.

Da oltre sette anni collabori con grande energia e intensità con l’ensemble ricci/forte, avendo incarnato tutte le progressive desquamazioni del loro microcosmo teatrale. Rivolgendo lo sguardo al percorso sinora affrontato al loro fianco quali pensi siano stati i capitoli che hanno segnato più profondamente la tua crescita?
Sì. dal 2009. Il primo amore non si scorda mai, quindi "Macadamia Nut Brittle", primo mio lavoro con loro, è stata l'esperienza più forte e importante per me. Dopo oltre sette anni è uno spettacolo che ancora vive; saremo a febbraio 2017 al Teatro Lliure di Barcellona. O la “mia” "Wunderkammer #1 Didone", la mia prima performance in assoluto: ho imparato di più che in molti altri lavori. Ovviamente poi anche "PPP", l’ultimo loro lavoro.

Sul finire della scorsa stagione teatrale ti abbiamo appunto visto protagonista di “PPP Ultimo inventario prima di liquidazione”, opera di grande lirismo e potenza volta ad indagare il ruolo dell’arte nella società corrotta e omologata di oggi. Che ricordo custodisci di questa esperienza?
Sono onorato di farne parte. E' passato poco più di un anno dal debutto udinese, e ancora credo di non aver afferrato pienamente il carico di responsabilità che le parole che ho la fortuna di dire si portano dentro. Quindi non vedo l'ora di rifarlo.

Recentemente hai anche preso parte alla ripresa di “Amore e resti umani” di Brad Fraser per la regia di Giacomo Bisordi, interpretando una delle anime inquiete che contrappuntano questa pièce. Una drammaturgia onesta e viscerale portata in scena da una regia ottimamente calibrata e da un solidissimo gruppo di attori, per la quarta stagione consecutiva sui palcoscenici romani. Quale secondo te il segreto di questo così caloroso successo?
La capacità di Giacomo di lavorare con gli attori. E la voglia, a ogni nuova ripresa, di cambiare lo spettacolo, di trovare altre sfumature, altri pesi, altre motivazioni; e un gruppo veramente capace di lavorare insieme.

Hai già in cantiere altri progetti per il prossimo futuro?
Questa è una domanda che non si fa mai :-).Ho un paio di mobili da ristrutturare e dei disegni da completare, e tante serie tv a cui star dietro.

 

Teatro India - Lungotevere Vittorio Gassman (già Lungotevere dei Papareschi) 1, 00146 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684.000.346, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal 9 al 12 novembre ore 21, dal 15 al 19 novembre ore 20, domenica ore 18
Durata: 55 minuti

Intervista di: Andrea Cova
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

Commenti   

 
#1 Fresca intervistaGuest 2016-11-16 01:53
Si legge con piacere. Non ci sono domande cervellotiche che fanno sfoggio della cultura dell'intervistatore.
Non ho visto lo spettacolo ma sono più interessato dopo la lettura di queste interviste.
Grazie!
 

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP