Stefano Switala: "Ascoltare è la chiave di tutto!"

Scritto da  Mercoledì, 07 Gennaio 2015 

Accogliamo il giovane e talentuoso compositore Stefano Switala sulle pagine di SaltinAria. Lo facciamo attraverso un’intervista nella quale l’artista si racconta in prima persona, svelandoci i particolari della sua formazione e crescita professionale, fino ad arrivare ad un presente che lo vede affermarsi come uno dei più talentuosi professionisti nel campo delle colonne sonore.

L’anno che si è appena concluso è stato ricco di soddisfazioni per te e per il tuo talento musicale, in quanto hai preso parte a numerose produzioni cinematografiche e televisive di primissimo spessore a livello italiano. Iniziamo però dalla tua formazione, che a quanto ci risulta è avvenuta negli Stati Uniti, presso il Berklee College of Music di Boston. Ci spieghi il motivo di recarti negli Usa per coltivare la tua passione e cosa pensavi di trovare a Boston che potesse sostenere e migliorare la tua predisposizione per la musica?
"Ho passato ben sette anni negli Usa di cui cinque a Boston dove ho frequentato Berklee diplomandomi in 'film scoring' (composizione di musica per immagini). Faccio musica da quando ho 13 anni e intorno ai 20, terminato (finalmente) il liceo classico, capii che nella vita non avrei potuto fare nient'altro che il musicista. Così iniziai a cercare il posto migliore per intraprendere un percorso di studi musicali serio e completo. Non cercavo una semplice scuola di musica ed il conservatorio non mi attirava per niente. Cercavo una sorta di università della musica con corsi di studio al passo coi tempi e strutture all'avanguardia. Un posto che mi potesse dare una preparazione completa e dal quale potessi uscire non solo con un diploma, ma con una professione, un mestiere. Essere un musicista ormai non vuol dire più saper solo suonare bene uno strumento, sapere leggere e scrivere la musica. Essere un musicista oggi significa essere un autore, un arrangiatore, un produttore, un tecnico, un imprenditore, un manager (di se stessi) e molto altro. Un musicista per essere davvero competitivo deve essere in grado di ideare, creare, produrre e consegnare un prodotto finito anche in piena autonomia. Curare la propria creazione dall'inizio alla fine in tutti i suoi aspetti dalla registrazione al packaging. Deve conoscere le basi del music marketing, del music business, avere un'ottima padronanza delle tecnologie applicate alla produzione e alla realizzazione di musica. Berklee ed il pragmatismo americano mi hanno dato tutto questo. Poi c’è stato il fatto di potersi confrontare con persone e musicisti di grandissimo talento provenienti da tutto il mondo da cui imparare tantissimo."

Quali sono le basi su cui poggia la tua passione musicale e a quale genere o autore ti ispiri maggiormente?
"Sono musicalmente onnivoro. Ascolto davvero di tutto. Sono però cresciuto ascoltando la collezione di vinili dei Pink Floyd di mio padre, il cantautorato italiano (De Gregori, Dalla, Battisti etc.) e poi essendo stato adolescente negli anni 90 ho assorbito molto le sonorità della scena di Seattle (detta anche grunge) e tutto quel che ne è derivato. Questo è grossomodo il mio imprinting musicale fino ai 18 anni. Poi ho cominciato ad avvicinarmi di più al jazz e la classica, aprendomi a mondi che da teenager avevo un po' snobbato. Infine a un certo punto è arrivato John Cage, che ho studiato molto sia a livello musicale che filosofico. Devo dire che Cage ha cambiato completamente il mio approccio alla musica, mi ha aiutato a rompere con certi schemi, stravolgendo completamente la mia concezione di ciò che è musica. Mi ha insegnato a creare in modo diverso, a rivalutare l'importanza del suono in sé, della timbrica della frequenza e delle tessiture sonore, ma anche del silenzio e del "vuoto". Oggi raramente inizio a comporre partendo dalle note. Sono quasi sempre i suoni che scelgo che mi portano a trovare le note. Consiglio a tutti gli appassionati di musica la lettura del suo libro "Silence", non serve essere musicisti per apprezzarlo. Altri compositori che mi hanno influenzato molto sono Debussy, Ravel, Satie, Morton Feldman. Ascolto poco le colonne sonore dei film, ma non posso negare l'influenza di film-composers come: John Williams che ha composto le musiche di quasi tutti i film di Spielberg con i quali sono cresciuto negli anni 80, Danny Elfman (tutti i film di Tim Burton che adoro) e Thomas Newman (che con le musiche di "American Beauty" ha cambiato il modo di fare colonne sonore). Diciamo, per riassumere, che se faccio quello che faccio è sicuramente anche grazie al tema del film 'E.t.'".

C’è qualche autore, musicista con cui ti piacerebbe collaborare?
"Tantissimi. Impossibile sceglierne uno… però visto che sognare non costa nulla ne scelgo due (uno italiano e uno straniero) così come mi vengono su due piedi: Franco Battiato e John Zorn."

Terminati gli studi hai subito iniziato a lavorare in America, nella fattispecie a New York; è stato facile per te inserirti nel mondo lavorativo musicale della Grande Mela? Come consideri l’esperienza newyorkese nel tuo percorso di crescita professionale?
"Esperienza essenziale direi!! Come dico spesso 'non ho fatto il militare ma ho fatto New York'. Nyc è un campo di battaglia! Una bella palestra di vita davvero. Una città tostissima: intensa, caotica, ritmi vorticosi, un tritacarne, elettrizzante ed alienante al tempo stesso. Ti può facilmente fagocitare se non la sai prendere dal verso giusto. Da turista non te ne accorgi, ma viverci e lavorarci e tutta un'altra storia. Ovviamente dipende da come sei fatto, ma diciamo che è una megalopoli con un dark side abbastanza inquietante. Al di là di ciò ti insegna tantissimo. Personalmente lì ho imparato davvero "come si lavora". L'impegno, la dedizione, la professionalità, la precisione, la metodologia, la serietà. Mi ha fatto crescere moltissimo. C'è da dire che io ho avuto la grande fortuna di trovare subito lavoro in uno studio di produzioni musicali che si occupava principalmente della creazione di musiche originali per tv e spot pubblicitari (qualcosa di molto attinente ai miei studi). Quindi non ho iniziato solo portando i caffè e facendo fotocopie come molti miei compagni di college. Però ripeto sono stato molto fortunato! Tra un caffè ed un altro, infatti, ogni tanto mi affidavano anche qualche lavoro di arrangiamento e composizione. Poi da cosa nasce cosa... La cosa bella di New York è che se ti giochi bene le tue carte e ti fai trovare preparato le cose succedono, anche le più inaspettate; tipo trovarmi a fare la colonna sonora di un film documentario per la Pbs trasmesso in prima serata in tutti gli Usa o lavorare con un produttore musicale del calibro di Victor Van Vugt (Nick Cave, PJ Harvey, Beth Orton e molti altri)."

Nel 2008 ritorni in Italia; come mai questa scelta? Pensi che in futuro vi sarà la possibilità di ritornare negli States o comunque di intraprendere qualche collaborazione all’estero o con artisti stranieri?
"Fondamentalmente è stata una scelta di vita. Dopo 7 anni che vivi in un paese hai abbastanza elementi per capire se fa per te o no. In più mettici il fatto che già alla fine del 2007 c'erano le prime avvisaglie di quella recessione americana che poi è culminata con i fatti di Lehman Brothers & company. L'inizio di uno tsunami economico-finanziario di cui ancora oggi si stanno pagando le ripercussioni in tutto il mondo, anche da noi. Già allora molti studi di Nyc cominciavano a chiudere, incluso quello dove lavoravo io. Il lavoro scarseggiava e cominciava a tirare una brutta aria, mentre paradossalmente cominciavano ad arrivarmi i primi lavori seri dall'Italia. Pensa che il mio primo film e il mio primo spettacolo teatrale li ho fatti entrambi da New York. Alla fine ho optato per il rientro. Lasciare New York non è stato facile anche se sono assolutamente convinto di aver fatto la scelta giusta per me. Spero comunque di poterci tornare per qualche progetto e non escludo che prima o poi succederà."

Sei un ideatore e produttore di colonne sonore; puoi in breve spiegarci come nasce una colonna sonora? Ascolti i desideri o le aspettative degli autori dei film/pubblicità con cui collabori, oppure dai libero sfogo alla tua vena creativa?
"Ascoltare è la chiave di tutto! Il mio è un lavoro di grande responsabilità che richiede molta sensibilità e attenzione ai dettagli. Della serie 'maneggiare con cura'. Serve un continuo confronto e un continuo scambio con il regista, fin dalle prime battute. Il mio compito è quello di tradurre le sue indicazioni, le sue intuizioni e le sue visioni in musica. Quasi tutti registi hanno in testa il film che vorrebbero: la fotografia, le scene, i costumi e perfino le musiche. Il mio compito è quello di capire cosa hanno in testa e realizzarglielo. Spesso ci si arriva per tentativi, ma quando succede al primo colpo è magia pura! L’esperienza aiuta molto, ma come dicevo prima serve sensibilità e senso della misura. Fondamentalmente chi fa musiche per immagini deve accettare il fatto che la musica non è la protagonista. La musica è al servizio delle immagini e della storia. Spesso un’ottima colonna sonora è quella che pur essendo sempre presente non si fa notare. Deve essere discreta e mai retorica. Deve aggiungere al film qualcosa che non sia già detto dalle immagini o dai dialoghi e per fare ciò spesso deve lavorare a livello subconscio. Non è affatto semplice intendiamoci, ma l’obiettivo dovrebbe essere quello. Anche perché molto spesso ti viene richiesto di essere più esplicito e lì devi essere molto abile a giocare sul filo del rasoio."

Come dicevamo all’inizio dell’intervista, il 2014 è stato un anno di lavoro particolarmente intenso per te; hai curato ben tre opere cinematografiche (“Ti sposo ma non troppo" di Gabriele Pignotta, “Amore oggi” di Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi, “Winx Club-Il mistero degli abissi” di Iginio Straffi) e le musiche della nuova campagna di Doppia difesa, la fondazione onlus di Michelle Hunzicher e Giulia Bongiorno: "Un'altra storia", scritta e diretta da Gabriele Pignotta. È più complesso comporre per il cinema o per la pubblicità? Quale lavoro di quelli portati a termine nel 2014 è stato maggiormente impegnativo?
"Non è che un formato sia più complesso di un altro. Sono solo approcci molto diversi e ognuno ha le sue insidie. Nel film è tutto più diluito e devi fare molta attenzione all'aspetto narrativo e allo sviluppo del materiale musicale all'interno di uno spazio temporale più esteso. Nel caso degli spots è tutto più concentrato e la faccenda è molto delicata perché quando hai pochi minuti o addirittura pochi secondi per raccontare una storia di senso compiuto, ogni elemento sonoro deve essere calibrato e dosato con la massima cura poiché diventa fondamentale per dare impatto e chiarezza al messaggio che si vuole veicolare. Un piccolo passo falso o una nota di troppo può sbilanciare tutto. Il lavoro più impegnativo del 2014 è stato decisamente il film delle Winx sia per la mole di lavoro (praticamente c'è musica dall'inizio alla fine) che per il tipo di musica richiesta. Il regista ha voluto uno score orchestrale in pieno stile Hollywoodiano. Il film è inoltre ricco di scene d'azione e combattimenti che richiedono una scrittura ritmicamente molto precisa ed un'orchestrazione di forte impatto. In più si trattava del mio primo film d'animazione quindi mi muovevo su un territorio non proprio familiare. Alla fine è andato tutto molto bene e sono stato davvero felice del risultato finale e per fortuna anche il regista e la produzione."

Quanto peso credi che abbia la musica in uno spot, in un film in un’opera teatrale? Può davvero spostare il giudizio su quello che si vede? Può facilitare la trasmissione delle emozioni dallo schermo/palcoscenico allo spettatore?
"Assolutamente sì! Pensa che io ho deciso di fare questo lavoro proprio quando a Berklee in una delle classi introduttive al corso di Film Scoring ebbi la dimostrazione pratica di tutto ciò. Ci fecero vedere più volte la stessa scena estrapolata da un film cambiando però ogni volta la musica. La prima volta neutra senza nessun sottofondo musicale, poi con una musica drammatica, poi con una musica ironica, poi con una musica di suspense. Fu davvero incredibile vedere come le diverse musiche stravolgessero totalmente il senso della stessa scena e come tutte e tre le versioni fossero perfettamente credibili ed efficaci. Mi resi conto del peso e del potere che ha la musica sulle immagini. Fu una vera e propria rivelazione."

Immagino che se il 2014 è stato un anno di successi il 2015 non sarà da meno; stai lavorando a nuovi progetti? Puoi svelarci qualche dettaglio a riguardo?
"Guarda tanti progetti in cantiere…ma come ben sai i cantieri di questi tempi si sa quando iniziano ma non si sa quando finiscono, quindi non mi sbilancio... Ora sto lavorando alle musiche di uno spettacolo teatrale che si intitola 'Storia di un pezzo di carne' di Borìs Coudrais (ex Marco Maltauro). Un testo liberamente ispirato da 'La dama delle camelie' di Alexandre Dumas. Lo spettacolo racconta la tragedia di una donna che vuole piacere ed essere amata, ma odia il proprio corpo. Di questa ossessione, si ammala. Si mette in scena una storia d’amore (reinterpretando quella del romanzo di Dumas) per affrontare l’universo della bellezza e, soprattutto, dell’ossessione estetica. Una tematica molto attuale. Sarà in scena al teatro dell'Orologio di Roma dal 27 gennaio all'8 febbraio."


Intervista di: Daniele Pierotti

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