Il produttore Stefano Micocci racconta il suo Rino Gaetano: «Figlio unico della musica italiana»

Scritto da  Venerdì, 12 Maggio 2017 

Rino Gaetano, in questi 36 anni da quando ci ha lasciato, lo hanno già raccontato proprio tutti, tranne chi lo aveva accompagnato e sostenuto negli anni della sua indimenticabile carriera musicale.

E Stefano Micocci, al fianco del grande artista crotonese, lavorò alla It, storica casa discografica indipendente di suo padre Vincenzo, che pubblicò tutti i dischi di successo di Rino e, che scoprì e lanciò, oltre a lui, tantissimi altri grandi artisti negli anni ‘70 (da Antonello Venditti a Francesco De Gregori). Insieme alla sceneggiatrice Carlotta Ercolino, questo racconto, dei sette magnifici anni di artista di successo e dell’improvvisa scomparsa di un trentenne italiano all’alba degli anni ’80, lo narra in un romanzo psicologico in forma teatrale, che mixa fantasia e realtà. Una favola che ripercorre sogni, flashback, episodi inediti, legati alla nascita e alla tragica scomparsa di uno dei cantautori più amati della musica italiana. E che colpisce fin dal titolo: “Rino Gaetano, un mito predestinato”. «Predestinato al mito – spiega a SaltinAria.it l'autore Stefano Micocci – Ho scelto di scrivere una favola, e non la biografia perfetta di Rino Gaetano, perché la sua vita è stata una favola. La favola di un ragazzo che studia in seminario, perché la sua famiglia non ha grandi possibilità economiche, torna senza avere arte né parte, e il cui padre, portiere in un condominio, sogna per lui il posto fisso. Ma Rino non ci pensava nemmeno lontanamente. Sognava di dare canzoni ai cantanti: ne aveva diverse centinaia, scritte in un quaderno a quadretti. Il primo con cui riuscì fu Nicola di Bari, forse per una vaga conterraneità. Antonello Venditti, invece, lo conobbe al Folkstudio, un locale che poteva ospitare al massimo cento persone, in cui si cantavano folk e politica. Fu Antonello a portarlo da noi, alla It».

Fu quello l'incontro decisivo?
Fu questione di minuti. Le sue canzoni ci piacquero e ci piacque lui. Ma Rino non aveva nessuna intenzione di cantare: convincerlo fu un'operazione difficilissima, durata un'intera mattinata, con sosta per la pausa pranzo, e di nuovo dopo le tre del pomeriggio.

Avevate capito che era predestinato, prima ancora che lo capisse lui.
Lui voleva dare le sue canzoni, ma allo stesso tempo, per suo padre e sua madre, era giustamente deciso a cercarsi un lavoro. Era un ragazzo concreto, per bene, carino, positivo, buono, affezionato alla famiglia. Sentiva sulle spalle la responsabilità del figlio maschio. E poi non l'avevano fatto cantare nemmeno all'oratorio, perché secondo i preti era stonato e aveva una voce sgraziata.

Invece arrivò fino al Festival di Sanremo...
Il primo album, “Ingresso libero”, passò quasi inosservato, “Ma il cielo è sempre più blu” cominciò a dare dei segni positivi anche in radio. Ma avevamo capito che “Gianna” poteva fargli fare il salto di qualità a livello di vendite. Quando gli mettemmo davanti il contratto, lui ci chiese a cosa servisse: “Perché ti pone dei doveri, ma ti dà anche dei diritti, ad esempio quello di guadagnare qualche soldo”. E Rino, sbalordito: “Ma perché, si può guadagnare con la musica?”. Il successo serviva alla nostra etichetta, non per renderci tutti ricchi, ma semplicemente per sopravvivere.

Il pubblico quel successo glielo tributò. E la critica, invece?
All'inizio ebbe la puzza sotto il naso, lo definiva simpatico ma un po' qualunquista. Perché era completamente vero, quindi poteva lasciare dei dubbi sul suo messaggio. Dissero che “Gianna” era carina, ma fu un successo discografico strepitoso.

Del resto lui quell'impegno politico, sociale e civile lo incarnava, ma con il suo stile leggero e scanzonato: era la sua forza.
Ho sempre pensato a una sua vena futurista, critica, sfascista delle istituzioni. Ma, negli anni '70, entrava in una linea illuminata che spesso si sposava con la sinistra, anche se lui non vi aderiva dichiaratamente. Era un periodo di scontro, che ti obbligava a prendere posizione, ma anche per quello fu così fecondo. In questo momento non nasce nulla di straordinario perché non c'è vero attrito, c'è rassegnazione.

Ma oggi i miti predestinati come lui ci sono ancora?
Ci sarebbero. Certo, non ci sono più le canzoni scritte sul quaderno a quadretti, perché il potenziale artista oggi va direttamente sul computer e le memorizza sulla chiavetta. È cambiato tutto, persino le droghe. Però le molle sono le stesse. Il problema è che ci vorrebbe più tempo per leggersi dentro.

Colpa dei singoli artisti o del fatto che non c'è più la It?
Non c'è più la It, non ci sono più gli interlocutori che ti dicano di sì, ma anche di no. Che ti facciano scuola, che ti permettano di trasformare la musica in una professione, facendoti crescere con il tempo, anche dal punto di vista estetico e comportamentale. Quei ragazzi ebbero questa fortuna, tanto che resistono anche dopo cinquant'anni.

Oggi hanno vinto le multinazionali.
Sì. E infatti anche per Rino il periodo di crisi cominciò con il passaggio alla Rca, quella degli ultimi due dischi: “Resta vile maschio, dove vai?” ed “E io ci sto”. A differenza di Venditti e De Gregori, i suoi sette anni di successo arrivarono con un'etichetta familiare. Invece, con la multinazionale iniziò a considerare conclusa la sua missione.

Una crisi creativa, dunque, ma anche umana. Che lo portò a quel tragico incidente stradale.
Per nessun motivo preciso. Lui non era un pilota come Venditti: guidava male, non era portato, a prescindere da quanto avesse bevuto. Inseguiva sempre i suoi pensieri, i suoi sogni. E non andava mai a dormire, come tutti in quel periodo. Quello delle tre di notte era un orario critico: prima ancora dell'arrivo degli anni '60, Fred Buscaglione morì in macchina schiantandosi contro un camioncino che portava del porfido in cantiere. L'eterno scontro tra l'artista, che a quell'ora si ritira, e il lavoratore, che inizia la sua fatica. E Rino aveva interpretato Buscaglione, pochi giorni prima, in un programma della Rai... Solo casualità, certo: qui la predestinazione non c'è.

Cos'è rimasto oggi di Rino Gaetano?
Il mito. Forse la morte prematura: “Muor giovane colui che è caro al cielo”, scrisse Menandro nel terzo secolo avanti Cristo. Che è quello che, spesso, ci diciamo quando un ragazzo viene a mancare ingiustamente. Ancora oggi c'è un numero incredibile di band che suona i suoi pezzi, ogni sera, e questo non è successo per tanti artisti. Questa è la sua grandezza. Una cosa da figlio unico della musica italiana. Era lui il figlio unico.

Era lui suo fratello.
Bravo! Era lui suo fratello...

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