Roberto Angelini: affrontare la vita con passione, sempre

Scritto da  Lunedì, 02 Febbraio 2009 
roberto angelini

Il giovane cantautore romano ritorna alle radici della propria ispirazione musicale con un album intenso, intimista, profondo ed avvolgente, “La vista concessa”. In occasione di questa attesissima uscita discografica abbiamo avuto l’opportunità di conoscerlo meglio e di saperne di più riguardo agli innumerevoli progetti di questo artista dal talento multiforme e sorprendente.

 

 

 

Ciao Roberto e innanzitutto benvenuto sulle pagine di SaltinAria! Siamo davvero contenti di avere l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere con te per presentare ai nostri lettori il tuo nuovo album “La vista concessa”, freschissimo di pubblicazione. Sappiamo che la genesi di questo tuo terzo lavoro discografico è stata piuttosto lunga, ben cinque anni. Quali sono state le tappe più salienti di questo processo creativo?

Ragazzi, è un piacere mio potervi parlare dei miei ultimi progetti! Allora, la prima tappa è stata sicuramente l’apertura del mio studio di registrazione e della mia etichetta grazie ai quali, in qualche modo, ho segnato la mia libertà espressiva e la mia totale indipendenza, avendo a disposizione un posto dove poter registrare la mia nuova musica, senza la necessità di dover rendere conto a nessuno se non a me stesso. Successivamente, all’incirca alla metà dei lavori per questo disco, un paio di anni fa ho incontrato Sergio Della Monica dei Planet Funk, che si è innamorato di alcune delle canzoni che gli ho fatto ascoltare e mi ha chiesto di coprodurre e di ottimizzare il disco insieme. E così sono passati altri due anni e siamo in sostanza arrivati al completamento della realizzazione di questo progetto. Ecco, queste sono state sicuramente le due tappe più importanti di questo lungo viaggio durato cinque anni.

Hai affermato che questo terzo disco rappresenta il degno successore del cd “Sig. Domani” del 2001 quanto a stile ed atmosfere musicali. Quali sonorità caratterizzano questo nuovo lavoro?

Di base le canzoni nascono dalla chitarra acustica, poi un apporto a questo disco sono le mie elettriche, soprattutto la Lap Steel, che è uno strumento che ho iniziato a suonare cinque anni fa ed è abbondantemente presente all’interno di questo disco. Poi ci sono i violini di Rodrigo D’Erasmo (attualmente impegnato anche come violinista degli Afterhours, ndr.), che ho avuto modo di incontrare ed iniziare a conoscere quattro o cinque anni fa e con cui avevo inciso un disco tributo a Nick Drake (“Pong Moon – sognando Nick Drake”, ndr.) qualche anno fa e le batterie fondamentali di Fabio Rondanini, la batteria è uno strumento che può esaltare o può distruggere un pezzo ed in questo caso indubbiamente è stato un intervento prezioso. Le sonorità di questo disco chiaramente sono piene di influenze, di cose che musicalmente ci piacciono; la ricerca nella quale ci siamo impegnati con intensità ed impegno è stata senz’altro quella di riuscire a raggiungere una nostra armonia ed originalità nella miscela sonora.

Sembrerebbe quasi che ci sia da parte tua il desiderio di ritornare alla radice della tua ispirazione musicale, discostandoti un po’ dalle logiche commerciali che ti avevano condotto ai vertici delle classifiche con il tormentone estivo “Gattomatto” e l’album “Angelini”. E’ un’impressione giusta tutto sommato?

Sì guarda, la questione è che quell’esperienza, che comunque non mi sento di rinnegare completamente, mi ha però fondamentalmente fatto arrivare in un mondo che a un certo punto non era più quello che desideravo vivere. Avevo paura di rimanere ingabbiato nel dover necessariamente scrivere hit radiofoniche come “Il ballo del cavallo” o “Il canto della zanzara”, era una realtà che non mi sentivo cucita addosso ed una prospettiva che non volevo accettare. Adesso pago anche le conseguenze di quel periodo, però per me era troppo importante potermi dedicare in maniera completamente sincera alla musica, quindi cercare un linguaggio giusto e provare in seguito a farlo arrivare magari anche al grande pubblico, però ripartendo anche da zero se era (e lo è) necessario.

Il primo singolo “Dicembre” è stato già presentato al pubblico nel 2006 sul tuo MySpace e si contraddistingue per una duplice possibile chiave di lettura. Come descriveresti questo brano?

Lui è stata un po’ la miccia iniziale di tutto questo disco, perché è un pezzo che è uscito fuori in una session di cinque anni fa e in qualche modo cercava di descrivere il senso di solitudine nella moltitudine, quando ci si sente inadeguati, soli anche se in mezzo a tantissime altre persone. E’ successo poi, nel corso di questi anni, che mio figlio sia nato proprio nel mese di dicembre e, per assurdo, si è in questo modo dedicato da solo quella canzone. Per cui il “volto pagina e vado oltre” del ritornello ha acquistato un significato nuovo, anche per me c’è stato il classico cambio generazionale di quando si diventa padri.

Da un paio di settimane è invece in radio il nuovo singolo “Vulcano”, come mai la scelta è ricaduta proprio su questo brano come singolo apripista per l’album?

La scelta di un singolo non è mai semplice: se ti devo dire la verità, io preferisco quasi non farla personalmente, perché amo tutti i pezzi che sono racchiusi all’interno del mio disco e non so capire quale può essere maggiormente giusto, e poi più giusto per cosa? Più giusto affinché venga passato in radio o più giusto perché rappresenta il disco? Diciamo che a un certo punto tra le varie scelte questo era il migliore compromesso tra un brano che poteva avere, diciamo, anche una sua vita radiofonica e però anche rappresentasse bene un po’ le atmosfere scure di questo disco. A livello di parole questa canzone esprime un concetto che per me è davvero fondamentale che è quello di non giudicare dall’apparenza e provare ad andare al di là delle impressioni immediate. Mi hanno sempre detto “tu sei così solare, così simpatico, ma perché allora la tua musica è malinconica?”. In qualche modo la musica permette di esprimere una parte nascosta nel profondo dell’interiorità, se tu mi vedi sorridente non è necessariamente detto che poi voglia sempre fare i Gattimatti!

Molto originale anche la copertina dell’album, che vede la raffigurazione con la plastilina di un “falconiere bendato”; quando è nata la tua passione per l’esecuzione di sculture in plastilina?

Io questa passione me la porto dietro da quando sono bambino, ero veramente abbastanza malato da piccolo, facevo dei robot che poi si scontravano in battaglie in cui il raggio gamma era il phon, insomma avevo una fantasia bella fervida. Mi è poi successo quando ho cominciato a suonare, verso i sedici-diciassette anni, in giro un po’ per i locali della mia città che mi sia venuta l’idea di realizzare delle sculture di plastilina per creare le locandine invece di utilizzare la semplice e banale foto del cantante che mi rattristava proprio come concetto. Allora da lì non mi sono più fermato, però ci tengo assolutamente a dire che io ho avuto modo in questi anni di conoscere tantissimi altri artisti di grande talento che si occupano di animazione e che magari lo fanno anche per mestiere, per me è una passione insomma. Infatti ad esempio ne ho conosciuto uno che crea lavori veramente particolari ed originali e gli ho chiesto di occuparsi della copertina del mio nuovo album, che non ho fatto io come si potrebbe pensare erroneamente; invece la copertina è un’interpretazione di Gianluca Maruotti, che è uno scultore di pongo ed un animatore, un’interpretazione libera nel senso che è lui che ha rappresentato il titolo del disco “La vista concessa” con l’immagine del falconiere bendato. Io ho apprezzato moltissimo il suo lavoro!

Prima mi parlavi delle numerose collaborazioni di cui ti sei avvalso per impreziosire ulteriormente “La vista concessa”: una partecipazione indubbiamente molto particolare è stata quella della tua compagna Claudia Pandolfi, che nell’album possiamo ascoltare occuparsi dei cori e delle doppie voci. Avevate già lavorato assieme in passato in musica e avete magari in programma di farlo anche in futuro?

Guarda, non è stata un’operazione studiata a tavolino, non si deve immaginare che uno voglia mettere su un gruppo a conduzione familiare! Piuttosto devi immaginare che chi fa musica, chi è malato, ossessionato dalla musica e ne fa veramente una ragione di vita, poi inevitabilmente la porta con sé in casa, in famiglia, ovunque. Quindi succede che noi a casa abbiamo strumenti, ci si metta a suonare e può accadere, come è capitato proprio a me, che mentre magari stia provando una canzone o stia semplicemente facendo ascoltare a Claudia una nuova canzone che ho scritto, lei improvvisi dei cori su quel pezzo che poi ho voluto riportare nell’album per un discorso di sincerità ed autenticità, desideravo in questo disco essere il più sincero e diretto possibile. Quindi era giusto che poi le doppie voci, che erano nate in famiglia, fossero anche importate nel disco senza dover chiamare una corista o qualcuno che non c’entrava assolutamente nulla con la mia vita.

In questi ultimi anni hai coltivato anche svariati progetti paralleli, ad esempio hai fondato l’etichetta indipendente Fiorirari per produrre giovani artisti di talento. Come procede questo progetto?

Procede bene, anche se i tempi decisamente non sono facili. L’idea di fondare un’etichetta è nata assieme ai miei compagni di viaggio, i musicisti con cui suono da una vita, a partire da uno studio di registrazione che abbiamo: l’idea è intanto quella di proteggerci, quindi comunque questo disco che è stato appena pubblicato è il primo disco completamente e totalmente di proprietà mia e credo che al giorno d’oggi sia un passo fondamentale per salvaguardare lo spirito della propria musica e riuscire a non farsi indirizzare e manovrare dalle multinazionali. Quindi a livello editoriale avere una quota del proprio disco è un fattore di importanza basilare. Poi avere un’etichetta diventa anche indubbiamente uno stimolo per produrre le cose che ci piacciono: ad esempio recentemente ho prodotto il disco di Massimo Giangrande, che è un cantautore che io reputo bravissimo, e abbiamo fatto un ottimo lavoro. E’ dura, perché comunque a volte sembra quasi un cerchio che non si chiude: tu puoi fare delle belle cose, registrare un bel disco, fare un bel video, ne parlano bene tutti però poi ci sono difficoltà, non è che si vendono così facilmente i dischi o improvvisamente ti ritrovi un artista ancora non molto conosciuto, come appunto Massimo Giangrande, a suonare ovunque. Però diciamo che è un lavoro su cui sono estremamente fiducioso, nel senso che alla lunga, se uno lavora bene, credo che alla fine qualche frutto lo raccoglie.

Poi c’è sicuramente anche il Collettivo Angelo Mai, ovvero quella che definite un’orchestra mobile di musicisti e canzoni. Ho avuto anche l’occasione di vedervi dal vivo assieme a Carmen Consoli all’Auditorium Parco della Musica di Roma l’anno scorso. Come descriveresti questa esperienza? Avete progetti nell’immediato futuro?

Certo che ne abbiamo, proprio in questi giorni stiamo tenendo alcuni concerti in giro per l’Italia. Quella del Collettivo Angelo Mai è un’esperienza davvero straordinaria perché è un gruppo che è nato essenzialmente per realizzare un cd che aveva come scopo quello di provare a raccogliere dei fondi per l’associazione Angelo Mai ed in particolare per le trenta famiglie che vivevano nell’istituto Angelo Mai in attesa di destinazione, ecco. Quindi nasceva con degli intenti estremamente importanti, poi è successo che questo gruppo, con straordinaria sorpresa di tutti noi, ha cominciato ad avere una sua vita parallela e a crescere sempre più grazie anche all’interessamento di grandi artisti, come la stessa Carmen che ci ha invitato a suonare nell’ambito della sua rassegna Carta Bianca all’Auditorium. Queste son cose che accadono molto raramente, a volte uno con i propri progetti fatica tantissimo ad aprire certe porte, mentre altre volte realizzi un progetto mettendoci tutto il tuo cuore, il sorriso, senza proprio pensare al futuro e invece il futuro ti si materializza concretamente davanti in un attimo proprio come è successo per il Collettivo. Il nostro disco fra un mese dovrebbe uscire su scala nazionale, perché sinora non era stato invece distribuito al di fuori di Roma e del Lazio; abbiamo una grande agenzia che lavora per noi, organizziamo concerti, insomma sta diventando una realtà a cui noi tutti siamo particolarmente legati, io, Pino Marino, Massimo Giangrande, Francesco Forni, Rodrigo D’Erasmo, numerosi improvvisatori jazz, una bella realtà di musicisti legati da una solida amicizia. Questo è anche un modo notevolmente contemporaneo di far sentire della musica d’autore che magari talvolta potrebbe sembrare datata, in una maniera nuova in cui è possibile ascoltare tante voci diverse, percepire tante sensibilità diverse in uno stesso concerto.

Dopo alcuni showcase che hai in programma durante il mese di febbraio, da marzo partirà il tuo tour. Sai già come verranno articolati gli spettacoli, che tipo di concerto proporrai?

Guarda, io partirò da Roma con un’impostazione molto scarna, semplice, cioè con la band suoneremo questo disco nei piccoli club per arrivare poi, come prospettiva e come speranza, in autunno a poter organizzare una decina di date nei piccoli teatri, dando vita però proprio a quella che è l’idea di fondo di questo album, di questo progetto, un’idea sulla quale lavoro ormai da anni, che è quella di unire il concerto ad uno spettacolo visivo tutto di animazione. Sono anni che numerosi artisti lavorano su ogni singola canzone di questo disco per creare dei video di animazione che le accompagnino. Io vorrei portare tutto questo in uno spettacolo dal vivo, che però non sarà quello che proporrò inizialmente perché a marzo girerò nei piccoli club, in cui purtroppo spesso non ci sono proprio le condizioni, non ci sono i proiettori, non ci sono i palchi adatti per creare la giusta atmosfera che immagino per questo progetto. Quindi il primo tour sarà soprattutto rock, rock&roll, andremo a suonare per il nostro pubblico e basta.

Prima di salutarci vorresti aggiungere qualcosa o rivolgere un saluto particolare ai lettori di SaltinAria?

Beh sicuramente vi saluto tutti molto calorosamente e...cercate sempre di inseguire le vostre passioni, qualunque esse siano, perché una vita senza passione sarebbe triste. Con un po’ di follia e tanta tanta tenacia seguite sempre le vostre passioni!


Videoclip ufficiale di Dicembre


Esibizione live di Vulcano



Intervista di: Andrea Cova
Grazie a: Federica Moretti, Ufficio Stampa Carosello Records
Sul web:
www.robertoangelini.itwww.myspace.com/robertoangelini -
 http://www.myspace.com/collettivoangelomai  

 

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