Paolo Giorgi, musicista per passione

Scritto da  Venerdì, 12 Maggio 2017 

Passione è perfino poco, vocazione forse troppo. Il binario del lavoro, la formazione matematica si intrecciano con la musica che in fondo è la matematica in versi. Paolo non potrebbe vivere senza nessuna delle due dimensioni e scrive in inglese per schermarsi o forse diversamente rivelarsi, scommettendo su una musica che in Italia ritaglia un ascolto di nicchia.

La vita fa strani giri per tornare al punto di partenza: è il caso di dirlo da quando, tornando a frequentare la mia Firenze, sto cercando di aprire nuove vie e aprirmi a nuovi incontri in questo luogo che mi raccontino quello che sta succedendo e quello che ho perduto. Così un amico che lavora nel settore autostradale ma appassionato di musica, in particolare di canto e di canto lirico ultimamente, Maurizio Rotondo, mi ha parlato di Paolo Giorgi, fiorentino, un’attività nel campo dei Sistemi Intelligenti per il Trasporto e una passione per la musica. E’ nato nel capoluogo toscano dove vive e dove si è formato, prima al Liceo Scientifico per poi laurearsi in Matematica presso la Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali dell’Università di Firenze. Nel corso della sua carriera musicale, tutt’altro che un passatempo, ha scritto quasi 200 canzoni. Lo abbiamo incontrato nella “piazza” del caffè Le Murate, un tempo carcere femminile, oggi spazio creativo e molto aperto ai giovani e alle sperimentazioni artistiche e culturali.

Come e quando è nata la passione per la musica?
«Già da molto piccolo ero attratto dai suoni e dal canto. Non ho ricordi diretti, ma mi è stato raccontato dai miei genitori che su un pianoforte-giocattolo verde-nero di legno e plastica iniziai verso i tre anni a produrre le prime melodie; poi (e questo lo ricordo) arrivò un altro piano-giocattolo appena più grande con i tasti tutti colorati dove suonavo la melodia de "I ragazzi del Pireo". Quindi mi fu regalata un’armonica a bocca Hohner, che ho ancora e ricordo che mi piaceva suonarci “Winchester Cathedral”. La vera iniziazione alla passione però mi arrivo dal maestro delle elementari in quarta, quando ci introdusse all’ascolto della musica classica durante le lezioni facendoci disegnare le nostre sensazioni mentre ascoltavamo i diversi brani e per me fu fulminante “Eine Kleine Nachtmusk” di Mozart. Tutt'oggi, quando percepisco, l'inizio ho la pelle d'oca.»

E' un interesse o una passione che puoi definire una vocazione?
«Non l'ho mai considerata un interesse e se una passione è poco, una vocazione è troppo. E' una parte di me, un altro arto del quale non posso fare a meno. Giornalmente in forme diverse mi riempie la vita. Sicuramente ritengo di avere il dono di un orecchio fine che coglie spesso sonorità nascoste e mi consente di astrarmi dalla melodia per ascoltare bene cosa l'armonia vuole comunicare. Sempre da piccolo scoprii (senza saperlo) che mi piaceva cantare le seconde o terze linee di una melodia (anche inventandomele) e mi chiedevo il perché. Poi di questo ho fatto virtù, perché se c'è una cosa che mi affascina del canto sono i controcanti e i cori. Sguinzaglio l'orecchio ed è veramente raro che vada fuori linea. Nel 1988 facevo parte della Corale del Duomo di Firenze diretta da Monsignor Sessa (150 elementi). Non avrei mai pensato di averne le capacità, ma un’amica mi portò a fare un provino e mi ritrovai nel coro dei tenori solisti. Non ritengo di avere una voce da cantante solista; ho un tono melodioso che si accorda molto bene insieme ad altri toni melodiosi e dà il meglio quando deve cercare salti un po'complicati. Durante le prove di registro del “Beatus Vir” di Vivaldi (...queste meraviglie ci faceva cantare) ad un certo punto c'era un bequadro insidioso e ricordo che durante l'esecuzione di quel passo si fermò e ce lo fece ripetere senza dirci nulla. Lo rifacemmo uguale e lui indicando me esclamò "...quella nota dovete fare!", mentre per un attimo io temei mi volesse cacciare.»

Hai una sorta di "doppia vita" professionale: necessità o scelta? E come si nutrono una dell'altra?
«Si, questo ho sempre pensato dentro di me e alla fine me lo sono dimostrato. Il mio lavoro non sarebbe potuto esistere senza musica e (forse) non avrei partorito la mia musica senza avere la sofferenza della ricerca del tempo/modo per suonare. Da un’iniziale necessità - dovuta anche dal fatto che la mia passione è nel country rock/west coast degli anni Settanta con la quale in Italia avrei fatto la fame - più volte dentro di me negli anni mi sono chiesto se mi ritenessi un artista e mi sono risposto sempre di no, fin quando mi sono reso conto che invece lo sono, ma che non sarei stato in grado di affrontare il grande pubblico finché una maturità interna mi avesse dato gli strumenti per crederci. E questo mi è arrivato dalla mia vita professionale. Una mia grande passione è la matematica: mi sono laureato in matematica applicata nell’era del boom dei computer e, grazie ad un inglese fluente, ho imparato ascoltando e cantando musica anglo-americana e sono riuscito a costruirmi un ruolo all’interno della Società Autostrade che mi ha portato in giro per il mondo a parlare in congressi e familiarizzare con il pubblico. La mia professione mi ha insegnato altresì la gestione del tempo, il linguaggio non verbale e molti altri comportamenti che mi hanno formato anche come artista. Oggi potrei (non dico tranquillamente, ma certamente con molta più padronanza) affrontare anche situazioni di livello professionale nel campo musicale. Per carattere sono curioso e mi piacciono i rapporti umani: questo mi ha consentito negli anni di avvicinare, conoscere e suonare addirittura con personaggi del calibro di Chris Simpson (Magna Carta), James Taylor, Ken Nicol, Arnold Mc Culler, Tommy Emmanuel, e molti altri. Una simpatica, quanto beffarda…, incompiuta della mia carriera musicale è Gianni Morandi che ho provato anni fa a contattare spedendo a un indirizzo che rintracciai su Internet un cd di brani miei, corredato dal mio indirizzo e recapito telefonico. Il 2 Agosto 2002 egli pensò bene di telefonarmi a casa, ma io ero uscito da 5 minuti e al mio rientro in segreteria trovai la registrazione delle sue parole, che non ho mai cancellato e che tengo come cimelio (perché non sono mai più riuscito a raggiungerlo). Il messaggio dice che il mio genere è un po’ lontano dal suo, ma che aveva ascoltato con piacere il mio cd. Ma per quale motivo mi aveva richiamato? Forse lo saprò un giorno.»

Magari la vera domanda è cosa sarebbe successo se vi foste parlati… Hai scelto prima un genere musicale o uno strumento?
«Sicuramente la chitarra. Chiesi al mio babbo una chitarra in sostituzione di un motorino che non mi avrebbe mai comprato e non finirò mai di ringraziarlo per questo. Nel 1971 provavo a suonare Baglioni, Battisti, PFM, Orme, Delirium, mentre ascoltavo i Genesis, Van der Graaf, Gentle Giant, Jethro Tull. Poi un giorno un caro amico mi dette la registrazione dei primi due brani di “Déjà vu” di Crosby Stills Nash and Young e da allora è stato sempre e solo Country rock, Bluegrass e cantautorato anglo americano. Cerco di ascoltare di tutto, ma le emozioni vere mi arrivano sempre da quella parte.»

La tua storia di compositore: come avviene, solo di testi o anche musica? E i tuoi progetti in merito?
I miei primi “abbozzi” di scrittura melodica risalgono all’età di 10 anni (ho ancora le registrazioni), ma il mio primo vero brano strutturato è del 1972 (ne avevo 15) e si chiamava “One for the other”. Da allora ho scritto circa 180 brani, dei quali circa 60 depositati. Sentivo il desiderio di comunicare sensazioni all’esterno, ma per timidezza iniziale ho sempre amato essere “cercato” e quindi scrivere in italiano era troppo diretto e mi costringeva a esserlo troppo per mia incapacità linguistica; in inglese mi è stato più facile, con il risultato però che erano - e anche oggi sono… - veramente poche le persone con le quali potevo condividere i concetti che esprimevo, concetti che anche oggi comunque ritornano nei miei brani attuali. Il mio mentore musicale è un cantautore americano, purtroppo scomparso nel 2007, Dan Fogelberg che ho amato e amo in maniera viscerale per la capacità di trasmettere concetti in un musica, per me, veramente straordinaria. Chitarrista e pianista di alto profilo e paroliere sopraffino. Al punto che con Silvia, la mia compagna (e partner anche in musica) abbiamo deciso di dare il nome Daniel al nostro primo bambino. C’è un episodio che voglio raccontare. Nel 1987 ascoltando casualmente un festival di Sanremo beccai Patty Pravo a cantare il brano “Pigramente Signora” che aveva firmato come suo insieme a una collaboratrice (Evangelisti). Il brano, mi accorsi, era la fotocopia dall’inizio alla fine di “To the morning” di Dan Fogelberg. Mi bloccai di fronte allo schermo e per i primi 2-3 secondi mi chiesi dove che strada avrebbe preso. Poi presi il telefono, chiamai il quotidiano di Firenze, La Nazione, andai in redazione con un pacco di documentazione di supporto, mi fecero parlare con Sandro Bugialli che si trovava a Sanremo e… il giorno dopo ero in prima pagina come scopritore del plagio più chiacchierato - nonché più mascherato - del Festival. Luzzatto Fegiz, già nel dopo festival, chiese spiegazioni a Pippo Baudo (sulla scorta della soffiata che Bugialli gli aveva fatto dopo aver parlato con me) e Pippo glissò. Patty Pravo fu poi cacciata dalla Virgin Records e le furono richiesti i danni. A me non interessava certo che andasse a finire in quel modo, ma lo presi come un’offesa personale, tanto è sempre stato l’affetto per Fogelberg. La nota di colore di questo fatto è in una battuta che il negoziante sotto casa mia mi fece quando andai da lui a comprare il 45 giri di “Pigramente Signora” (per averlo come cimelio) e gli chiesi se sapeva del plagio, ma non gli dissi che ero stato io a scoprirlo. Aveva letto il giornale e commentò “Certo che quello lì si poteva anche fare anche gli affari suoi”… Per la cronaca quel 45 giri è inciso solo da una parte ma riporta etichetta (col titolo di un altro brano) anche nel retro di “Pigramente Signora”: segno che comunque sapevano di farla sporca. Fogelberg è rimasto l’unico che non sono mai riuscito a vedere dal vivo, pur avendolo rincorso epistolarmente come via Internet, non senza averci provato anche fisicamente. Mi è rimasta la soddisfazione di andare insieme a Silvia alla celebrazione annuale del 2012 che si è tenuta nella sua città natale Peoria e aver ricevuto un’accoglienza sontuosa degli americani presenti per essere venuto apposta dall’Italia.
In quell’occasione strinsi la mano alla mamma di Fogelberg e conobbi il suo chitarrista e ebbi la soddisfazione di sentire parlare umanamente di Dan nel modo nel quale me lo ero immaginato.»

L'ultimo album… cosa lo caratterizza?
«”Secret share” è un tributo all’amicizia, ai rapporti umani e un’istantanea dedicata al passare del tempo e al suo significato. L’ho realizzato praticamente tutto nel mio studio con contributi musicali che però vengono anche da lontano: Genova, Milano, Preston da parte di grandi amici musicisti e grandi musicisti amici che hanno accettato il mio invito. Risultato: la registrazione, missaggio e masterizzazione le ho curate io e sono molto contento del risultato. Mi sono anche tolto lo sfizio di far masterizzare agli Abbey Road Studios di Londra il primo e l’ultimo brano del cd. Gli amici Massimo Bragagni e Alberto Martini mi hanno curato l’artwork e Daniele Nannoni mi ha supportato nella stampa. I brani sono tutti miei, io suono chitarre acustiche e elettriche, mandolino, banjo, pedal steel guitar, resonator, tastiere oltre a cantare e curare i controcanti. Silvia (come già in “The Stage”, il mio primo cd), dotata veramente di una voce fuori del comune, mi coadiuva nei cori e controcanti. E sono anche riuscito a inserire la voce di nostro figlio Daniel all’inizio di uno dei due brani che gli ho dedicato: “The Spirit of St Louis”. L’altro è uno strumentale che porta il suo nome e che avevo scritto poco prima che nascesse. Ne 2013 in sala travaglio, mentre Silvia lo partoriva, avevo messo in loop l’iPad che riproduceva quel brano, già registrato.»

Che tipo di musica e testi hai scelto e se c'è stato un cambiamento significativo nel corso degli anni?
«Come ho scritto in precedenza, “Secret share” è anche un tributo al passare del tempo e al tentativo di capirne il suo significato. Quando nel 2013 (prima che nascesse Daniel) con Silvia andammo in vacanza per una settimana a Malta, lessi casualmente una scritta in inglese riportata in una fontana sul lungomare di Sliema: “We do not inherit the Earth from our Ancestors, we borrow it from our Children”. Questa frase mi ha dato lo spunto per scrivere la title track e creare una sorta di storyboard del cd. Ci sono brani nuovi e brani datati, che però secondo me meritano una degna collocazione. “Lily Island” è un brano che ho scritto ricordando la giornata nella quale andammo in barca a vela con alcuni amici ad esaudire l’ultimo desiderio di uno dei miei cugini; “Spirit of St Louis” è dedicata alle sensazioni dell’essere padre per la prima volta; “2pm-The three of you” è un medley che ho scritto ispirato da una poesia in italiano di una cara amica; “Dedicated to Monotics” è uno sfogo di rifiuto per come sta andando avanti il mondo oggi; “Matter of limits” è un brano vecchio dedicato a un mio cugino carissimo prematuramente scomparso; “Woody Stanzas” è un ricordo di mia nonna e del parco di Villa La Petraia; “Bach to Brahms” è un umile tentativo di tradurre in musica strumentale un pensiero dedicato al rapporto di un amico con il padre: “Secret share” è la title track che cerca di esprimere concetti di tempo relativo e assoluto. E ancora “Daniel è per Daniel” con un mood che mi riporta al chitarrista Tommy Emmanuel; “Come in” è un brano vecchio, ma fresco che esprime un tributo alla vita; “I dont know how to play the blues” è una ammissione neanche troppo velata del fatto che mi piaccia (abbastanza…) il blues, ma che non lo sappia suonare. “Where did our love go wrong?” è un vecchio brano scritto rivisitando la fine di un amore; “Round and round” è un altro vecchio brano che appartiene ad un periodo di ricerca di un significato della mia vita.»

Cos'hai in gestazione?
«Vari progetti. Non ho ancora rinunciato a cercare di fare della musica un lavoro, ma ancora non so come. A breve ho in mente una raccolta “Oldies but Giorgi’s” - che scimmiotta il titolo di un album dei Beatles - in cui vorrei raccogliere alcuni brani vecchi che meritano ancor oggi secondo me comunque una veste rispettabile. Inoltre con Silvia cogliamo realizzare un cd completamente cantato da lei provare a proporre la mia musica live, magari farcita con alcune cover. Un tentativo, credo ben riuscito, lo abbiamo fatto circa un mese fa per l’evento privato dei miei 60 anni al quale era presente anche il nostro comune amico Maurizio, all’origine di questo incontro. Inoltre ho in gestazione la realizzazione di due sogni nel cassetto: sentir cantare un brano mio possibilmente da un artista famoso inglese e collaborare con artisti di calibro internazionale su progetti condivisi. Sul secondo non sono lontano. Il primo è più difficile ma i sogni per chi fa musica sono la benzina quotidiana.»

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