Ottodix: sound volutamente barocco in un’epoca barocca

Scritto da  Martedì, 05 Maggio 2009 

OttodixOttodix è un artista il cui canto cerca riscatto, cerca reazione, cerca di uscire da questo stand by della ragione per provare ad essere nuovi e diversi da quella creatura decadente e digitale in cui ci stiamo, inesorabilmente, trasformando. Ottodix (alias Alessandro Zannier, alias OZ) ci parla del nuovo disco “Le notti di Oz”.

 

 

Chi è e come nasce Ottodix.

Ottodix ha una storia che si perde nella notte dei tempi, il 1994 (!). Se vogliamo però guardare il progetto così con le caratteristiche attuali, la sua data di nascita (o di rifondazione) risale al 2002. Della prima formazione  Otto Dix (separato) eravamo rimasti solo io ai synths e Carlo Rubazer alla voce, come duo elettronico; abbiamo esordito col nuovo sound nel 2003 col cd “Corpomacchina” a nome Ottodix (unito). Poi nel 2005 anche Carlo ha lasciato il progetto. Dal CD successivo, “Nero”, ho preso in mano tutto io, dalla produzione, alla scrittura, al canto, agli strumenti in studio. Dal vivo oggi suono con il percussionista/deejay Mauro Franceschini (dal 2002), Rocco Prete alle tastiere e il chitarrista storico Antonio Massari, rientrato da poco.  Per quanto mi riguarda, il primo amore e la mia formazione culturale sono nell’ambito delle arti figurative. L’Accademia mi ha regalato un’apertura mentale nei confronti delle varie discipline e solo più tardi mi sono avvicinato alla musica da autodidatta, con lo stesso tipo di approccio usato nel disegno. Tuttora mi occupo saltuariamente di arte, anche se sempre più spesso i miei assemblaggi - opere o installazioni - confluiscono nell’artwork collegato al progetto discografico di turno. “Le Notti Di Oz” ne è l’esempio più eclatante.

Perché il titolo del disco “Le notti di Oz”?

E' il titolo di una lunga filastrocca di mia invenzione. Lo trovo affascinante per la presenza di due elementi chiave; uno è la notte, che ispira gran parte delle mie canzoni, l’altro è il nome OZ (Ottodix-Zannier), una specie di mio alter-ego in quest'avventura discografica. Oz è l’avatar, protagonista della fiaba riportata nel booklet. E’ in sintesi la storia di un artista disadattato che soffre di insonnia e che vive in una delirante “Second Life”… In realtà ho ideato il titolo, poi è scaturita la musica e la fiaba-soggetto “Sogno Di Un Avatar”. Per coincidenza rievoca il più famoso “Mago di Oz” dando  un tocco di magia e surrealismo al tutto. E’ un disco con due letture; una più pop-electro e una da “concept album”, come faceva Bowie negli anni '70. Il progetto iniziale legato all’album prevedeva la realizzazione di uno show teatrale. Spero di portarlo in scena, un giorno.

Le sonorità del disco si muovono tra Depeche Mode e Garbo: cosa ne pensi di questi artisti e ti rispecchi in questo accostamento?

Sul riferimento ai Depeche Mode, ma soprattutto alle affinità di scrittura (musicale) con Martin Gore, la cosa è evidente, anche se con il dovuto senso della proporzione ed in ogni caso per comunione di gusti, mentre per Garbo trovo ci sia più affinità nel modo di interpretare i testi, un po' crepuscolari o malinconici… più che la scrittura stessa. Garbo è più elusivo e volutamente vago nei significati, io mi espongo in maniera molto più perentoria e a volte prepotente, con frasi lapidarie… col rischio di rendermi antipatico.

Io ho sentito anche influenze dei Soerba…

Quando usi armonie ed elettronica pop e hai riferimenti agli anni '80 nel tuo background, è inevitabile che Soerba, Garbo e certi Bluvertigo vengano accomunati ad Ottodix. In fondo a parte Garbo (che comunque mi ha prodotto il cd “Nero” nel 2006 e che ho a lungo accompagnato in un tour elettronico), siamo tutti più o meno coetanei. C’è talmente poco in Italia  per quanto riguarda la ricerca in questo versante, che l’accomunarci è gioco facile, ma penso che presi singolarmente abbiamo peculiarità fortemente diverse. Luca Urbani, caro amico che saluto, è molto cerebrale, ha un humor e un uso del non-sense che non sentirai facilmente in quello che scrivo io. In questo caso è l’uso dell’elettronica sulle armonie a fare da “divisa” comune.

Come vedi la scena emergente italiana?

Se parliamo dei gruppi o delle nuove proposte, credo ci siano cose molto buone, come in tutte le epoche, ma c’è anche un fattore inedito e preoccupante; spesso non si fa più musica fin da ragazzini con l’intento di trasgredire o far le rivoluzioni, spinta che ha sempre fatto emergere i fuoriclasse in tutte le epoche. Si punta direttamente alla notorietà non passando per il merito. Ci sono troppi diciottenni che puntano a fare le boy band ai talent show in TV cantando covers da “cuore-amore”, quando fino a dieci anni fa un loro coetaneo vomitava al solo pensiero di vedersi ridotto così. Questo a mio avviso è un male. Poi, se dobbiamo parlare della situazione del sistema musica in toto, allora è meglio che mi astenga, perché la crisi non riguarda solo la musica ma l'intero mondo culturale. Siamo un Paese perfettamente specchio del nostro livello culturale. Un solo esempio per tutti; la gente è sempre meno interessata ad andare a vedere la musica live nuova. Se esce la sera va a vedersi i nomi noti (costosissimi) o le cover band. Un gruppo medio e di spessore con discografia propria in Italia esce quasi a rimborso spese, mentre una cover band “tribute” si prende anche 2000 euro a serata.

Il singolo “I-Man” è fortissimo: cosa hai voluto esprimere con il testo?

Credo sia una bella sintesi dei paradossi piccoli e grandi della nostra società consumistica a cavallo tra trandy e hi–tec… Da tempo tenevo una lista di piccoli atteggiamenti e vezzi che mi infastidiscono, soprattutto quelli in cui si vuol far credere di avere un certo spessore, una certa autonomia di scelta o una certo “savoir-vivre”, che invece è omologazione allo stato puro. Gli atteggiamenti "radical-chic" di chi si crede “originale” e che si attornia di esclusivissimi gadget, in realtà alla portata di tutti, come per esempio l’arredamento etnico-orientale da due soldi o i gingilli tuttofare della telefonia mobile, è tristissimo. Non sono un conservatore, ma tendo ad usare l’elettronica solo per quello che mi serve, al servizio di un’idea, non per bisogni indotti. I-Man è anche il titolo di una grande statua-installazione che ho presentato nel 2007 alla Biennale d’Arte Contemporanea a Firenze, quindi l’intera operazione è stata a lungo ponderata.

A quale brano dell’album sei più legato?

“Io e Cassandra”. Un po' per il modo in cui sono riuscito a far coincidere il senso “autonomo” ed universale del brano con quello delle vicende della fiaba-soggetto, un po' perché è il frutto di molta ricerca sonora e musicale ed è riuscita esattamente come la immaginavo. Inoltre rappresenta al meglio tutta la teatralità orchestrale dell’album, mista all’elettronica "sporcata". Ho ascoltato molto Debussy prima di iniziare a stendere le arie, entrando in quelle atmosfere da orchestre primi ‘900, poi ho creato un’intera libreria di suoni di percussioni, xilofoni, marimbe, mallets e suoni cinesi filtrati e processati, per poter avere uno strano “effetto carillon”, un po' macabro, come nei film di Tim Burton. Infine al piano ho finalmente disegnato le armonie, tradotte poi per archi. Un lavoro enorme, ripetuto anche per la title track “Le Notti Di Oz”.

Nel disco è presente la voce di Georgeanne Kalweit, che ha prestato la sua voce per i Delta V (la mia band preferita italiana): com’è nata la collaborazione con lei?

Il rapporto d’amicizia con i Delta V risale al 2000, quando Ottodix faceva da gruppo spalla per il “Psychobeat Tour” e poi per il “Monaco ’74 Tour”. Ho sempre avuto un buon rapporto di stima con Flavio Ferri (il remix sul singolo di I-Man è suo) e poi con Georgeanne l’amicizia è diventata quasi fraterna, tanto con me che con mia moglie. E’ la seconda collaborazione con lei: la prima era sul CD tributo a Garbo, in cui io mi sono occupato della musica e lei con lo stesso Garbo, del canto in una riedizione di “Grandi Giorni”. 

Porterai il disco in giro per concerti?

Ci stiamo lavorando. Come ti dicevo, la situazione non è mai stata così dura per i live. Ci mancava anche la crisi internazionale a dare una scusa in più ai Club. Comunque sui siti legati a Ottodix, compreso il FansSpace, troverete continui aggiornamenti. Il Cd è stato presentato live a Milano il 27 febbraio in anteprima, poi dal 27 marzo a Padova sono partiti i primi eventi del calendario promozionale. 

Vuoi aggiungere qualcosa?

Soltanto dire che sono contento di aver realizzato un disco volutamente così complesso e barocco, in un’epoca barocca. Molti artisti ultimamente si rifugiano in un minimalismo di maniera tentando delle sintesi che non mi soddisfano più. Oggi è tutto maledettamente complicato, quindi ho ritenuto giusto rappresentare questa babele di caos con un kolossal kitsch, teatrale e grottesco come una tela di Hieronymus Bosch in versione virtuale. Ringrazio Top Music per aver capito e sostenuto il progetto. Grazie.

 

 

Intervista di: Ilario Pisanu

Recensioni correlate: Le notti di Oz

Grazie a: Alessandro Zannier, Manuela Longhi (Ufficio Stampa)

Sul web:  www.ottodix.it - www.myspace.com/ottodix - www.myspace.com/8dixfanspace - www.alessandrozannier.com

 

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