Non voglio che Clara: l’unicità di un approccio musicale

Scritto da  Giuseppe Gioia Venerdì, 07 Novembre 2008 

Vi offriamo questa chiacchierata che abbiamo condiviso con Fabio De Min dei Non Voglio che Clara: una delle più originali e sincere realtà della scena musicale italiana.

 

 

 

Siete stati capaci, con solo un Ep, un album ed un singolo, di offrire la prova tangibile che è ancora possibile fare cantautorato anche nell'era di emule, dell'mp3 e della musica digitale. La vostra capacità/qualità è quella di dare alla vostra musica una forte impronta emotiva e creare quasi un marchio di fabbrica riconoscibile dopo pochi secondi. Qual è il segreto dell'alchimia dei Non Voglio Che Clara?

Forse il fatto di riconoscersi poco sia nel cantautorato che nella "musica digitale", il fatto di utilizzare un approccio che non conviene né all'uno né all'altro.

Il cantautorato di alta scuola italiana sembra essere il bagaglio musicale da cui siete stati capaci di attingere egregiamente. Qual è stato l'incontro col cantautorato che vi ha folgorato maggiormente?

Il mio avvicinamento con i cosiddetti cantautori avviene in realtà molto tardi, rispetto a quando ho cominciato a scrivere qualcosa, ma a mio discapito posso dire di aver piuttosto vissuto per lungo tempo ignorando che esistessero i semplici "interpreti". Gli artisti che amavo erano sempre autori delle proprie canzoni e davo per scontato che così dovesse essere. Sentire per la prima volta "Vedrai vedrai" di Tenco fu emozionante, ma scoprire che c'era gente come Morandi che non aveva mai scritto una sola nota fu sconvolgente. In un certo senso ho sempre ascoltato cantautori, solo anziché chiamarsi Francesco De Gregori si chiamavano Lee Ranaldo o Raymond McGinley.

Il titolo del vostro Ep "Hotel Tivoli" mi riportava ad atmosfere ed immagini retrò: stanze d'albergo odoranti di fumo, storie di amori che nascono, muoiono e vivono tra la carta da parate delle stanze. Ci sono andato vicino? Qual è il senso "emotivo" di questo titolo?

L'Hotel Tivoli è piuttosto un non-luogo in cui rifugiarsi da quel senso di inadeguatezza e di fallimento rispetto a quell'insieme di modelli comportamentali che regolano la vita sociale e politica di ogni individuo. Ripensandoci oggi posso dirti che le storie che raccontavo in “Hotel Tivoli” si occupavano solo di questioni ed affetti privati, come conseguenza di un rifiuto per tutto quello che ci succedeva intorno per il quale non provavo né interesse né affetto.

Siete stati capaci di rileggere una delle pagine più belle ed emozionanti della storia della musica italiana come "Bene" del "principe" De Gregori. Quali sono state le emozioni e i vostri pensieri mentre eravate in studio a registrare?

"Bene" è un brano che un amico mi fece ascoltare molti anni fa. Non sono un grande conoscitore dell'opera di De Gregori, così quando ci hanno chiesto di partecipare ad un tributo mi è venuto spontaneo pensare subito a quel pezzo. Trovo sia una delle canzoni sul TFR più belle che siano mai state scritte.

I vostri dischi sin dalla copertina rivelano una sapiente raffinatezza e sobrietà. Come nasce una copertina dei Non Voglio Che Clara?

Dovrei girare i tuoi complimenti a chi di fatto ha realizzato le illustrazioni di copertina. Per quanto mi riguarda ho sempre pensato che la copertina di un disco sia determinante nel definirne il mood, nel restituirne il "colore", e con le nostre ultime due pubblicazioni abbiamo cercato di tenerne conto.

Se vi mettessi davanti tre dischi: "Non al denaro, né all'amore né al cielo" di De Andrè, "Francesco De Gregori" ed "XO" di Elliott Smith quale dei tre sceglieresti?
Ti direi "Non al denaro" (che mi piace molto, come tutti i dischi di De André) perché gli altri due non li conosco.

Meglio un live in un club per pochi intimi, o una grande folla?

Meglio una grande folla, quelle volte che si può.

Una delle domande più scontate, ma visto il bisogno manifestato da molti vostri ascoltatori di un vostro ritorno, più che doverosa: quali sono i progetti e i sogni nel cassetto per il futuro?

Dopo la pubblicazione di "Bene" ci siamo presi un po' di pausa per scrivere e lavorare con tranquillità al nuovo disco, conseguentemente fra i progetti a breve termine c'è la pubblicazione di un nuovo lavoro, che dovremmo iniziare a registrare entro la fine dell'anno.

Una curiosità: l'inserire riferimenti allo sport, come nel caso di "Questo lasciatelo dire" dell'ultimo album, è casuale o è legato ad un vostro reale interesse?

In "Questo lasciatelo dire" il riferimento è puramente metaforico. Ne "L'oriundo" invece mi riferisco alla grande passione che da piccolo nutrivo per il calcio. Il protagonista è un bimbo che pensa da adulto e che del pallone coglie una personale dimensione eroica.

 

 

Video di “Cary Grant” (dall'album Non voglio che Clara)

 

Recensione di: Giuseppe Gioia

Grazie a: Fabio De Min

Sul Web: MySpace - www.nonvogliocheclara.it    

 

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