Nicolas Bonazzi: I sogni nel cassetto di un bolognese caparbio

Scritto da  Francesco Mattana Sabato, 22 Dicembre 2012 

I bolognesi son fatti così: quando si mettono in testa un progetto, cascasse il mondo riescono a portarlo a termine con grinta ostinata. Nicolas Bonazzi ce l’ha fatta. Il sogno che aveva da bambino di partecipare a Sanremo si è concretizzato. Ci voleva ostinazione, ma anche molto talento e sensibilità. Quando racconta di sé, nella sua voce si avverte ancora un certo pudore. Quel pudore che aiuta a tenere i piedi per terra pur non rinunciando mai, per niente al mondo, a fare della musica il più importante progetto di vita. Il suo ultimo singolo è L’ultimo giorno del mondo. È davvero buona musica. Ascoltarlo per credere.

 

 

 

 

 

C’è un momento in cui hai deciso di fare sul serio con la musica. Quando è stato?
Ho sempre considerato lo scrivere un modo di comunicare fondamentale per me. Cantavo fin da piccolo. Non sapevo nemmeno bene io cosa cantavo ma cantavo, era un qualcosa che mi veniva naturale. Quel momento a cui fai riferimento c’è stato attorno ai 13-14 anni: in quella fase per la prima volta ho capito che potevo scrivere qualcosa di mio.
Quali erano i tuoi riferimenti musicali?
Tanta musica blues, poi il soul di Otis Redding. Anche se la persona che più di tutte mi ha fatto scattare qualcosa è stata Carmen Consoli. La forza di Carmen era nel riuscire a mettere in musica le emozioni vere, che vanno al di là della banalità amorosa. Era una narrativa diversa, mi ha colpito molto.
L’incontro con un grande arrangiatore come Celso Valli è stato fondamentale.
Celso Valli è di Bologna come me, quindi non è stato difficilissimo incontrarci. Però non era affatto facile riuscire a colpirlo, dal momento che riceveva centinaia di pezzi. Ho avuto la fortuna di piacergli, ed è nata una collaborazione molto proficua.
Raccontaci l’emozione di Sanremo. Hai partecipato nel 2010 con “Dirsi che è normale”
Era il primo anno che Sanremo dava l’opportunità di partecipare anche a chi non aveva una casa discografica alle spalle. Guarda, è stata un’emozione talmente forte che quasi la si rimuove. Sanremo era ciò che sognavo fin da bambino: il momento in cui mi sedevo in poltrona a vedere Sanremo era sacro, davo libero sfogo alla mia immaginazione. Molte persone si sono emozionate sentendo quel brano e mi hanno ringraziato per questo. Una soddisfazione enorme. Mi dispiace solo che non mi avessere avvisato in tempo che a Sanremo bisogna arrivarci corazzati, preparati psicologicamente. Io non lo sapevo ed è un peccato, perché avrei potuto godermi molto di più l’esperienza.
Un tuo giudizio sui talent show.
Difficili da giudicare. Sicuramente i talent parlano un linguaggio prettamente televisivo, quindi l’attenzione allo share viene prima di una riflessione più specifica sulla qualità musicale dei pezzi. Questa però non è una critica, può essere benissimo che vengano fuori grandi talenti. Sarà il tempo a stabilire se quei ragazzi avevano realmente sostanza.
Hai nel cassetto anche qualche progetto narrativo?
Io dico sempre per scherzo – ma neanche tanto per scherzo - che sto scrivendo il lungo romanzo della mia esistenza. Ora però sono ancora nella fase della raccolta delle idee, non ho ancora cominciato a scrivere quel romanzo.

 

 

Intervista di: Francesco Mattana
Grazie a: Nicolas Bonazzi, Samantha Nocera

 

 

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