Mudimbi e la magia del quotidiano

Scritto da  Venerdì, 09 Febbraio 2018 

Il rap per puntare sul positivo che c’è nella vita e creare un linguaggio di dialogo universale. Un sorriso disteso, la voglia di mettersi in gioco, l’empatia con il pubblico, una ventata di energia entrano in sala stampa immediatamente quando arriva Mudimbi, classe 1986, nato a San Benedetto del Tronto da madre italiana e padre zairiano. Il successo per lui è arrivato grazie ad una canzone pubblicata sul web a sua insaputa e intitolata “Supercalifrigida”, brano politicamente scorretto che, conquistando i social, rende Mudimbi un fenomeno virale…ed è subito star. Piace probabilmente quel linguaggio schietto non aggressivo, di denuncia eccessiva, non provocatorio, che trasmette gioia e il pubblico per ora sembra premiarlo.

 

Sei arrivato al Festival di Sanremo all’improvviso e sei stato come catapultato con una canzone, “Il mago”, che esorcizza le difficoltà della vita per un inizio non facile. Essere ottimisti non sta diventando inattuale?
“Ottimista sono diventato. Sono nato pessimista perché ho assorbito con il latte di mia madre questa tendenza, visto che la nostra vita durante la mia infanzia è stata molto difficile. Probabilmente proprio per questo fino a un paio di anni fa con mia madre siamo andati avanti in simbiosi. Ora sono realista, non ottimista nel senso usuale del termine. Non credo alle favole anche se scrivo “Il mago” e non credo alla magia ma credo nella possibilità di essere felici nella vita. Bisogna rimboccarsi le maniche e non mollare mai. Credo che il tempo che spendiamo a puntare il dito su quello che non va potremmo concentrarlo sull’unica cosa che magari funziona nella nostra vita. L’essere al festival è la mia riprova. Sanremo per me non era un obiettivo. Il mio traguardo lo conosco ma sul mio percorso evidentemente ci sono varie tappe e sono contento di quest’esperienza che anche per uno allenato come me è impegnativa.”

Sei abituato a un pubblico caldo. I tuoi live sono noti. Com’è stato l’impatto con il pubblico “fisso” di Sanremo?
“Mi ero preparato all’idea di uno scenario diverso ed infatti, anche se di solito chiedo a tutti di alzarsi in piedi all’inizio di un concerto, l’ultima volta che ho cantato dal vivo non l’ho fatto per abituarmi a fare a meno dell’ondata di energia che si percepisce quando idealmente ci si stringe tutti in un abbraccio.”

Non ci sono altri rapper quest’anno al Festival. Come ti senti?
“Meglio per me. Onestamente non mi sento un po’ il porta bandiera del rap italiano, anche se sono - credo - un buon portavoce. Le mie tematiche e il mio stile non rappresentano infatti il classico rap.”

Per ora sei soddisfatto?
“Sì, sono contento di quello che ho fatto e anche della risposta del pubblico.”

Il rap di solito dice cose scomode. Hai avuto mai qualche timore, titubanza?
“Provo a comunicare quello che sento e penso che il pubblico che lo desidera ed è pronto lo recepisca.”

La promozione della musica può essere un linguaggio di dialogo in un momento di grandi attriti sociali e di nuovi steccati fra le persone?
“Assolutamente sì e la musica in particolare, prima di altre forme culturali, grazie alla sua immediatezza emozionale e al linguaggio universale che supera la barriera della lingua. Dalla musica spesso si aprono orizzonti nuovi e partono rivoluzioni. In questo ambito, più semplice, c’è l’avvio di un linguaggio comune fatto di commistioni di generi e parole e potrebbe essere la piattaforma di lancio per altri ambiti; nella musica possiamo unirci più facilmente che in altre situazioni.”

Quanto conta nello scenario musicale oggi essere personaggio oltre che cantante?
“E’ un’evoluzione che non interessa solo l’Italia. Ritengo che oggi ci sia bisogno di mischiare le carte. Non basta più fare solo una cosa anche bene. C’è una grande esigenza di sperimentare per l’interprete ma anche per il pubblico, una necessità di contaminazione e di un contorno. La musica è certo il primo messaggio, insieme alle parole, ma occorre anche un po’ di sale. Sul palco io mi sento un disperato, che si gioca tute le carte: ballando, sorridendo, scherzando…”

Sei stato paragonato a Caparezza, cosa ne pensi?
“Posso dirti cosa ne pensa Caparezza perché ci conosciamo e mi ha detto che c’è bisogno di chi porta avanti una linea.”

Quali sono le tue influenze musicali?
“Ho cominciato ascoltando rap ‘bianco’, estroso, tagliente anche se non capisco il linguaggio: è forte ma non un pugno in faccia. Da alcuni anni sono influenzato da Stromae che purtroppo non fa più musica.”

L’Italia è tappezzata da un bambino piccolo per l’uscita oggi del tuo singolo. Ha funzionato?
“Avevo stampato adesivi con il mio faccione regolandoli ai miei fans per rilanciare l’immagine attraverso il passaparola. Ha funzionato anche troppo.”
Il tono giocoso resta. Riguardo al disco di esordio intitolato “Mudimbi”, l’autore ha affermato che è un disco a misura di bambino, ma per adulti, pensato in modo da farli divertire come se fossero appunto dei bambini. "All’interno del booklet ci sono disegni da colorare e ritagliare, tutti collegati in qualche modo alle canzoni dell’album. Una volta completati i disegni, inviandomi le foto degli stessi, i più bravi vinceranno dei premi, come succedeva all’asilo da bambini”.

Se fossi davvero un mago che vorresti?
“Il mio desiderio è piccolo. Se potessi vorrei aiutare mia mamma che a 31 anni, alla mia età, aveva me dell’età già di 11-12 anni e da tanti anni era ormai sola. Ho una visione patriarcale, con l'immagine di me che provvedo al mio piccolo mondo di affetti.”

Intervista di: Ilaria Guidantoni

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP