Michele Zarrillo: bisogna tornare alla musica!

Scritto da  Giovedì, 20 Ottobre 2011 

ZarrilloIntervista a Michele Zarrillo per parlare del suo ultimo lavoro “Unici al mondo”: un album pulito, allegro e fresco di nuova ispirazione che pone come suo centro la musica.

 

 

 

 

Michele, parlaci di “Unici al mondo”...

Nell’album non ci sono argomentazioni ermetiche: sono tutti temi abbastanza legati alla mia vita e a quella di tutti noi. Ci sono anche delle storie private: ad esempio c’è un piccolo regalo che si fa a tutti i bimbi...a tutti i figli. Il brano “La piccola mela”, infatti, è nato quasi per gioco: la notte che mia moglie ha partorito mi sono messo sulla tastierina ed è nata questa questa canzone che, per l’appunto, esprime gioia. Di solito ai figli si dedicano composizioni seriose mentre a me è venuta fuori questa sonorità reggae simpatica che, per l’appunto, ha trasformato la canzone in un brano sia per i bambini sia per i grandi. Tornando a parlare dell’album in senso generale posso dire che di per sé è molto “suonato”...nel senso molto acustico, anche se ci sono molti strumenti elettrici, ovvero molto vissuto quindi “alla vecchia maniera”. E’ un disco proprio “d’ascolto” con un percorso molto sereno che ha molte cose da raccontare e voglio che siano “estratte” tutte senza esclusioni. Io stesso cerco, non appena finisco di registrare, di prendermi una ventina di giorni per ri-ascoltare tutto il lavoro fatto: è importante rendersi conto di ciò che si è prodotto. Sono appagato e felice di questo lavoro, ma con la dovuta moderazione poiché dovrò vedere come rapportarmi in merito ai nuovi brani rispetto al pubblico e ai musicisti. Credo sia importante prima di presentare il tutto rendersi conto e far rendere conto di cosa stia succedendo al musicista, ma in primis alla musica. Fare ciò è possibile anche se si lavora bene con chi ti sta attorno: con “Unici al mondo” mi sono avvicinato a collaboratori nuovi come Roberto Guarino (ha prodotto Samuele Bersani per molti anni). All’inizio è stato un pò difficile poiché ci si conosceva poco, ma poi ci siamo trovati. Lì hanno giocato un buon ruolo le personalità che, come tutte le cose buone, vanno conosciute e coltivate; ci sia avvicina piano piano e si trova un punto d’incontro che, nel nostro caso, è sempre stata la musica. Parlare molto con i propri collaboratori delle proprie passioni è importante per cominciare bene. Con Giampiero Artegiani invece, che conosco molto bene, si è trattato di una ri-partenza (anche se avevamo già “ripreso” qualche tempo fa): anche se non c’eravamo visti per vent’anni, il rapporto umano è rimasto ed è quello che stimola la creatività.

Cosa vedi nel Michele Zarrillo di oggi rispetto a quello dell’ultimo album “L’Alfabeto degli amanti”?

L’uomo Zarrillo, come dici tu, lo vedo chiaramente un pò più invecchiato, ma la passione è maggiore di prima. Ultimamente poi molti mi dicono che l’energia con cui affronto i concerti sembra la stessa degli inizi della mia carriera! Uno tende sempre a rinnovarsi, ma non perché non si piace, ma è una cosa abbastanza naturale. Io purtroppo vedo degli artisti storici, anche a livello mondiale, che non riescono più a farsi “uscire” una nota...senza fare nomi: ciò forse perché dipende dal troppo appagamento. Questo disco parla abbastanza chiaro: non c’è una flessione d’idee musicali. La passione è sempre molto forte...anche se ho messo su famiglia le mie abitudini sono sempre le stesse di un tempo: stare sveglio la notte a parlare con gli amici, ore al telefono, andarsi a cercare qualcosa di musicalmente particolare, relazionarsi con persone che ti danno qualcosa. ecc. Non bisogna mai distaccarsi dai rapporti umani poiché è proprio quello che genera l’impoverimento. Quello che dico sempre è che se devi mettere delle emozioni su un disco è perché deve averle assorbite, provate. Generare emozioni non scaturisce da un’impoverimento e credo sia questa la tua chiave di lettura dell’album. Si cerca sempre di andare avanti poi magari un disco può andare meglio o peggio però tutto parte dalla vita dell’artista.

Quindi è possibile affermare che, al centro di “Unici al mondo”, c’è principalmente la musica?

Le storie sono importanti, ma anche la musica deve avere un ruolo importante. Si ha ultimamente la sensazione che gli artisti siano caratterizzati più da ciò che rappresentano più che da ciò che fanno musicalmente. Non c’è più quel gran fermento musicale e, negli ultimi sei sette anni non c’è più stato grande coinvolgimento musicale.  Il difetto, lo dico spassionatamente, è che quando si valuta un disco si da sempre una definizione legata alle liriche: come se uno dovesse comprare un libro e, invece, si tratta di un disco; bisogna tornare, veramente, alla musica, alla passione per essa, alle melodie, alle armonie, a racconti semplici che possano far identificare le persone. E’ l’arte stessa che alla fine decide un pò da sola: molti miei colleghi, infatti, hanno avuto una carriera legata ai testi, ma poi sono scomparsi perchè mancava il talento dell’artista. Siamo bravi tutti a parlare di musica o dell’uomo, ma riuscire ad esprimere l’essenza di queste cose è un’altro fatto. In breve: tutti sono bravi a fare i cantanti, ma l’artista è un’altra cosa...la comunicazione, la vibrazione, l’emozione è una cosa che non si può studiare...si può amplificare, ma la verità delle cose te la da la natura. Non bisogna mai confondersi su questo punto qui ed è per questo che ho molta fiducia nel pubblico e in molti “addetti ai lavori” che, per l’appunto, vivono di sensazioni e non di “giudizi razionali”. A me, infatti, interessa l’umanità della persona e così dovrebbe essere per tutta l’arte in genere.

Quali sono state le influenze musicali di “Unici al mondo”?

Io amo la musica in generale...spazio molto. Tutti i miei dischi hanno queste sfaccettature: è un mio pregio, ma anche un mio difetto, un limite forse. Chi, però, ha apprezzato ciò poi, nel corso degli anni non mi ha mai abbandonato. L’impatto con il jazz, ad esempio, in “Unici al mondo” è un pò più “spudorato”. Era già presente in “Libero Sentire” (mio album del 2003), ma qui effettivamente la variante è che ho deciso di occuparmene io personalmente delle influenze musicali del cd piuttosto che chiamare qualcuno, più esperto, che mi sintetizzasse l’emozione di un accordo. Si cerca sempre di trovare qualcosa di nuovo in fondo la passione per la musica è proprio questa: mettersi a suonare e, magari, percepire che sta “uscendo” qualcosa di diverso...è come un piccolo regalo del momento. Ciò è sempre molto bello soprattutto se, come me, sei un autodidatta con una cultura musicale che mi porto dietro fin da bambino. Ciò che mi spinge a fare canzoni diverse è proprio il fatto che amo ascoltare tutta la musica: dall’hard rock alla musica classica; dal pop-jazz a quello più amatoriale. E’ un pò questa la mia prerogativa.

Fin dalle tue prime canzoni ho notato che tu hai uno strano approccio con la ritmica ovvero inserisci sempre delle musicalità latino-americane nei tuoi brani: da dove nasce questa tua tribalità?

Ci lavoro molto su questo aspetto e mi fa piacere che tu l’abbia notato. La mia passione nasce fin da piccolo e, come ho raccontato altre volte, è stata scoperta insieme a mio padre e al mio insegnante dell’epoca. Durante le lezioni, inavvertitamente, usavo il tavolo come un tamburo e per questo motivo venivo sempre buttato fori dall’aula. L’insegnante chiamò mio padre dicendogli che sarebbe stato meglio farmi sfogare attraverso uno strumento musicale. Fu detto quasi per scherzo, ma in realtà si scoprì così questa mia passione abbastanza naturale. La mia tribalità parte, per l’appunto, da qui e vedo che mio figlio fa anche la stessa cosa. Sai la ritmica è il valore delle note: senza i essa i musicisti non possono andare insieme. Se anche decidessimo di comporre un brano senza ritmica, questa sarebbe comunque insista nelle note. Per questo anche ho sempre avuto un buon rapporto con i miei musicisti poiché le cose più belle sono quelle acustiche senza il “click” del metronomo (dove l’uomo va in MIDI) perché proprio ti danno il senso della sinergia umana. Chiaramente il “click” in cuffia ti aiuta molto: tu segui quello e chi sbaglia vuol dire che ha dei problemi proprio personali. Quando, invece, si suona senza quello è l’uomo che si collega: siete tu e i musicisti a dirigere il tutto. L’elettronica (intesa come sincronia), fino a quindici vent’anni fa, sostituiva un pò quest’aspetto.

Come sarà impostata la tournée per la presentazione dell’album?

Ci sono molto idee intorno all’album e la stessa tournée che ne seguirà verrà distribuita nel tempo. Abbiamo cercato di fare tre/quattro date al mese in vari teatri italiani per occupare tutto l’inverno, senza distribuirle tutte le date una attaccata all’altra. Si è cercato, quindi, di far “respirare” il disco in maniera serena senza farsi prendere dagli isterismi del momento: lo scopo è contattare quelli che mi seguono da tempo e cercare, magari, di prendere nuovo pubblico.Unici al mondo” è un lavoro fatto artigianalmente esattamente come è stato il mio percorso musicale fino ad oggi senza tradire, ovviamente, quanto è stato fatto fino ad oggi. L’intento, infatti, è quello di diffondere questo lavoro con più persone possibili per poter condividere questo momento difficile per la musica e riuscire, magari, ad avere dei risultati e a far sì, quindi, che si possano fare altri dischi. Nella tournée cercherò di fare quasi tutte le canzoni perché “Unici al mondo” è un disco non lunghissimo (dura 45 minuti) e di solito i concerti che faccio sono di due ore e dieci e quindi cercheremo di far convivere le canzoni del passato con quelle di questo disco. In questi giorni sto facendo la scaletta per cercare, per l’appunto, di far capire come far convivere tutti i momenti del concerto con la speranza di mettere insieme un nuovo spettacolo che possa appagare me, i miei musicisti e il pubblico. Ci sono molte cose ancora da capire, inerenti alla strumentazioni, ma è normale che questo succeda. Ci sono dei brani come “Malinconica solitudine” (brano jazz) che, per l’appunto, se non ci sei dentro  rischi di compromettere la performance live dell’intero brano; le cose più morbide, infatti, sono le più difficili da mettere in pratica.

 

 

Intervista di: Simone Vairo

Grazie a: Ufficio Stampa Daniele Mignardi PromopressAgency

Sul web: Facebook

 

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP