Max Pezzali: lo Stargate generazionale

Scritto da  Domenica, 10 Giugno 2012 

Vent’anni fa usciva “Hanno ucciso l’Uomo Ragno” degli 883, il duo formato da Max Pezzali e Mauro Repetto: due ragazzi della provincia di Pavia con il sogno americano in testa e un contesto musicale che decreta l’alba del pop. Oggi, quell’album targato come “bandiera generazionale” esce in una versione rap intitolata “Hanno ucciso l’Uomo Ragno 2012”. Cosa è cambiato? Apparentemente tutto, ma in sostanza niente: il modo di raccontare la vita e di fare musica è esattamente quello di tanti anni fa. Un collegamento tra due generazioni raccontato da Max Pezzali.

 

 

Da nerd appassionato: come pensi reagiranno i tuoi nerd a questa rivisitazione di “Hanno ucciso l’Uomo Ragno 2012”?

Penso che dipende da cosa di aspettano. Le canzoni, ovvio, non potevano essere stravolte più di tanto; questa è stata un’operazione è... figa! La cosa è partita dagli Mtv Days dell’anno scorso in cui io mi sono trovato, inaspettatamente, a condividere il palco con vari rapper come i Club Dogo: conoscevano a memoria tutte le mie canzoni. Stupito chiesi spiegazioni su questa ‘invasione di campo’ e tutti mi dissero che erano cresciuti ascoltando i primi album degli 883. Quindi, capendo che c’era una sorta di filo conduttore, abbiamo deciso non di rifare “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”, ma di ri-crearlo come sarebbe oggi. Ci sono delle parti immutabili, ma sopra c’è il rap che è la musica che oggi rappresenta meglio il modo di raccontare realistico della musica italiana. Ogni cosa viene chiamata con il suo nome e gli oggetti sono utilizzati come sono. Quindi c’è una sorta di ponte tra quello che veniva raccontato da me prima e da loro oggi. Certe cose, ovvio, sono mutate, ma molte altre sono rimaste identiche. La figlia di mia moglie ad esempio, avendo come modelli i rapper inclusi nel cd, adesso capisce meglio quello che era il mio mondo. E, allo stesso modo, io capisco meglio il suo. E’ una sorta di Stargate generazionale.

Il rap, rispetto agli anni 90, lo trovi cambiato?

Il rap oggi, per me, è il nuovo pop. Le ‘canzoni d’intrattenimento’, arrangiate in maniera moderna e con un minimo d’approfondimento, non esistono più. C’è un’altra cosa: ci sono le grandi canzoni con i grandi interpreti e la perfezione tecnica. Non c’è più il pugno nello stomaco. Quello lo può dare il rap perché con certi titoli o certe canzoni dei Club Dogo abbiamo il punto in cui si osa. Il rap oggi è molto più tecnico di allora. Diciamo che si è tolto un problema che ha avuto per anni: il confronto con se stesso. Il contino dover dimostrare agli altri rapper di non essere commerciali, di essere ancora quelli di una volta, ecc. Quella roba che spesso portava grandi fenomeni all’autodistruzione poiché si allontanavano dal racconto delle cose che interessavano alla gente che comprava i dischi, per addentrarsi nei meandri di chi ascoltava solo rap. Abbandonare quel confronto li ha fatti uscire dal ghetto per farli diventare il nuovo pop.

20 anni fa eri un ragazzo con dei sogni: oggi li hai realizzati?

Il mio obiettivo era sopravvivere fino all’anno successivo. Avevo delle aspettative basse e di certo non mi immaginavo che oggi sarei arrivato fino a questo punto qui. Non mi sono mai aspettato niente e, come motociclista, ho sempre pensato che bisognasse tenere due dita sul freno: bisogna partire dal presupposto che dietro la curva non sai cosa ci sia. La strada potrebbe essere libera, ma ci potrebbe essere anche la curva ferma. Quindi, con questo atteggiamento, mi sono trovato ad essere qui dopo vent’anni. Credo che il mio pensarmi “precario” mi permette di non pensare da un lato al futuro (sono abituato da vent’anni a pensare che vadano male le cose!) e dall’altro di pensare che se questo album deve essere l’ultimo, faccio una cosa di cui posso andare fiero. Il mio senso della precarietà, quindi, mi fa ragionare senza fare troppi calcoli.

Come è stato lavorare con i rapper di oggi?

Sono tutti estremamente professionale ed hanno una visione molto limpida del loro lavoro e della loro professionalità. C’è un lavoro costante e quotidiano dietro la loro immagine di rapper: sui testi, sulle rime e sulla tecnica di altissimo livello. C’è un motivo per cui sono sempre primi in classifica: c’è una professionalizzazione della scena. Sono tutte persone che, nonostante l’aspetto “incazzato”, sono davvero amabili.

E’ possibile definire “Sempre noi” come un bandiera della tua generazione?

La chiave di tutto credo sia una sorta di regressione. L’evoluzione umana è un pò quello: si parte da essere bambini non auto-sufficienti e si ritorna, dopo molto tempo, come tali. E’, forse, il significato più forte della vita. Chi, come me, è partito da un album tipo “Hanno ucciso l’Uomo Ragno” e ha attraversato le proprie fasi della vita in cui magari vuoi raccontare delle cose, magari vuoi mettere l’accento su altre perchè, in quel momento, è giusto così. “Maturare” significa raccontare la vita nella sua complessità: fai un grande giro, ma ti rendi conto che tu sei ancora quello là. Non c’è niente di male, nè è immaturo, raccontare le cose in un certo modo (essere “pop”) e non bisogna vergognarsene perchè è quella la tua cifra stilistica. “Sempre noi”, quindi, è un punto di arrivo passando per il “via”! Lì ti rendi conto che il tuo modo di raccontare non è né un modo per vivere come un rimpianto, ma è un tuo modo di essere. E’ come se io e J-Ax ci fossimo guardati e ci fossimo detti: “siamo sulla boa dei quaranta, ma siamo vestiti come quando avevamo vent’anni!”. Questo non ci rende meno nobili o dei padri, come nel mio caso, peggiori. Siamo cresciuti, ma il nostro modo di vedere la musica è sempre lo stesso: è inutile che tentiamo di fare qualcos’altro poiché noi sappiamo fare le cose a modo nostro. Ci divertiamo così. Hai notato che c’è Cisco nel brano, giusto? Da buon consigliere, tra molti altri anni, lui stesso direbbe che siamo “Sempre noi”.

Essendo andato alla mostra dell’Uomo Ragno a Milano, anche la copertina dell’album è cambiata graficamente? Io ci vedo molto l’Ultimate Spider-Man di Mike Vignola o di Stuart Immonem?

Certamente perchè essendo il 2012, il tratto deve essere il più possibile vicino a quello di oggi. Infatti, anche lì, il segno del tempo ha dato i suoi frutti poiché gli sceneggiatori di Spider Man si sono complicati la vita ultimamente! I ragazzi di oggi hanno un’altra visione dell’Uomo Ragno che è quella di Ultimate. Non puoi dare un’immagine retrotrospettiva del fumetto, ma devi far vedere dei tratti di modernità.

Ci sarà un tour?

Adesso è tutto ‘navigazione a vista’ poiché l’album stesso è stata una cosa imprevista. Ci penseremo meglio ad ottobre. A me piacerebbe tantissimo fare un tour solo con le prime canzoni: il mio sogno sarebbe di farlo solo su un album! Pensaci: la durata di un album e te ne vai! Una cosa pazzesca! Solo che è impossibile poiché gli altri brani te li chiedono sempre. Bisogna comunque trovare una formula perfetta, perché chi viene a vederti vuole sentire anche delle altre cose. La formula del concerto perfetto sarebbe (il paragone non è...vabbè!) quella dei Metallica che vanno in giro a fare il “Black Album” e fanno solo quello.

 

Intervista di: Simone Vairo

Grazie a: Ufficio Stampa Warner

Sul web: www.maxpezzali.it

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