Marco Selvaggio, il percussionista "scoperto" dai Coldplay: "La magia del mio strumento, l'hang"

Scritto da  Lunedì, 10 Novembre 2014 

"Scoperto" dai Coldplay, che hanno ripreso i suoi video sul loro sito, e affiancato da grandi artisti italiani e internazionali (tra cui The Niro) nel suo primo album "The Eternal Dreamer", il giovane percussionista catanese Marco Selvaggio è in tutto e per tutto un pioniere. Dopo aver scoperto le percussioni da piccolo, da grande ha fatto conoscenza con l'hang, un rarissimo strumento che grazie a lui ha trovato applicazione nella musica house ed elettronica. E nel "pop sognante", come lo definisce lui, che fa da sfondo al suo disco di esordio da solista. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare questo suo stranissimo viaggio.

Marco, non capita spesso che nella musica di oggi finisca sotto i riflettori un percussionista. Che cosa ti affascinò da piccolo quando iniziasti a suonare questi strumenti?
"Ero in gita a Pisa, vicino alla Torre vendevano dei tamburi piccoli come souvenir e io ho comprato quello più grande che c’era perché pensavo che fossero facili da suonare. Si è rivelata un’impresa difficile. Allora ho preso tutto come un gioco, come una sfida e ho deciso di mettermi a studiare insieme a dei percussionisti africani, che suonano la loro musica tradizionale. Sono migliorato e mi sono divertito tantissimo, avvicinandomi molto anche alla loro cultura. Dopo aver fatto molti corsi di musica con alcuni maestri – tra cui uno stage con Famoudou Konatè a Palermo - ho preso la mia strada e ho iniziato a suonare le percussioni sulla musica house ed elettronica in discoteca. Da lì ho iniziato a sperimentare pure il suono dell’hang su questa tipologia di musica dal vivo e devo dire che è stata una gran bella novità perché ero l’unico in Europa a farlo. Questo mi ha portato ad esibirmi in diversi eventi ed in club a Monaco, Londra, Parigi, Malta, Sydney, Budapest, Vienna e così via. È stata una sperimentazione sonora che ha avuto davvero un grande successo e mi ha permesso di girare molti club d’Europa".

Non solo ti sei appassionato alle percussioni, ma anche ai suoni e agli strumenti rari ed etnici, dall’Australia all’Africa, che riesci ad abbinare ai generi musicali più disparati, dalla house all’elettronica al pop alla lirica. Come riesci a creare queste fusioni uniche?
"Sono tutte sperimentazioni sonore. Cacce di suoni. Ho da sempre suonato sulla musica house in diversi club iniziando proprio dalla mia città. Con l’hang è avvenuta la stessa cosa, che purtroppo non è ancora stata percepita pienamente a Catania, ma che per mia fortuna mi ha portato in diverse parti della Sicilia e poi a Londra, Monaco e Malta ed anche al Burning Mountain Festival in Svizzera. Suonando sulla musica house da sempre mi è venuto spontaneo abbinare questi suoni e soprattutto sperimentarli perchè ne avevo quasi sempre l’opportunità. Oggi son davvero contento dei risultati raggiunti sia a livello discografico che live".

In un periodo storico caratterizzato da sempre più intolleranze e scontri di civiltà, la musica può essere una strada per trovare l’incontro tra culture diverse?
"Sicuramente la musica è un fortissimo punto di incontro, un linguaggio universale che accomuna un po’ tutti. La musica mi ha permesso di viaggiare moltissimo e conoscere tanta gente diversa e tanti differenti modi di suonare e interpretare il valore stesso della musica. Spero davvero che la musica continui ad essere una forza attorno alla quale ruoteranno sempre l’amicizia e l’amore".

Lo strumento più raro che suoni è l’hang, che esiste solo in qualche migliaio di esemplari. Com’è nata la passione per questo strumento e come l’hai scoperto?
"Non è semplice spiegare da cosa nasca la passione per questo strumento: io dico sempre che è stata serendipità! Ovvero la fortuna di fare delle sorprendenti scoperte per puro caso e, anche, il trovare una cosa imprevista mentre si è alla ricerca di altro. Io non cercavo l’hang, mi è semplicemente capitato davanti un suonatore dell’est Europa mentre cercavo un locale a Trastevere. Da lì è iniziata la sfrenata ricerca e l’amore folle per questo strumento che mi ha portato oggi a suonare e comporre tante musiche e canzoni, e che al tempo stesso mi tiene incollato quattro ore al giorno, o meglio a notte. È uno strumento incredibile che riesce ad evocare sensazioni mistiche. È quasi ipnotico ed è difficile separarsene. Non è semplice descriverlo, io dico sempre che se la magia è presente nella musica, per quanto mi riguarda è dentro questo scrigno di metallo chiamato hang. Una volta avuto l’hang, quindi, ho da subito iniziato a sperimentare il suo suono sulla musica house ed elettronica sulla quale già suonavo da tempo con le percussioni. Quest'innovazione musicale ha colto nel segno e mi ha portato fino a Londra dove ho inciso un bellissimo ep con un dj producer britannico, Jules Dickens, per la label brasiliana Electronic Fusion Records. Dopodiché ho continuato a sperimentare e ho iniziato a provare l’hang sulla musica classica accompagnato da un soprano. Abbiamo partecipato a molti festival in Europa con The Autumn Leaves (il nome dato alla formazione di musicisti che mi accompagnava) e da ultimo con 'The Eternal Dreamer' – il nuovo album – provo ad essere un pioniere nella musica pop inserendo l’hang all’interno dell’album come strumento cardine intorno al quale gira il disco".

A proposito del tuo primo album, al di là delle tue percussioni, che ne sono al centro, come definiresti il genere musicale di queste tue composizioni?
"Lo definisco pop sognante, almeno per quel che riguarda i brani cantati. Nel disco si trovano malinconia, nostalgia, gioia, sogni, amore, vita e tutti questi temi vengono affrontati da canzone a canzone in maniera sempre diversa. Alcune son vere e proprie poesie per quanto mi riguarda. Ho davvero fatto molta attenzione ai testi. Una cura maniacale. I brani strumentali invece sono un po’ sperimentali ed hanno un bel retrogusto elettronico".

Tante le collaborazioni che costellano questo disco, da The Niro ad Anne Ducros, Daniel Martin Moore, Dan Davidson e così via. Come sono nate e quali ti hanno arricchito di più artisticamente?
"Sono molto contento dei featuring del mio album. Non potevo chiedere di meglio! Le collaborazioni sono nate lentamente e dopo un’accuratissima ricerca di interpreti. Ho ascoltato circa 50 cantanti per ogni canzone, all’incirca 350 complessivamente e tutti provenienti da diverse parti del mondo. Daniel Martin Moore dall’America, Dan Davidson dei Tupelo Honey dal Canada, Sidsel Ben Semmane che ha preso parte all’Eurovision alcuni anni fa dalla Danimarca, Hazel Tratt dall’Inghilterra, Anne Ducros da Parigi, The Niro come unico italiano e Haydn Cox da Londra. Tutto, in ogni caso, è partito dal mio computer e da quello dei produttori. Insieme a Simona Virlinzi e Nica Midulla Le Pira abbiamo scelto alcuni interpreti che loro già conoscevano ed io ne ho scovati degli altri. L’unione fa la forza: siamo un bel team affiatato. Artisticamente mi hanno arricchito decisamente tutte le collaborazioni, ogni artista ha dato il suo contributo e gli scambi di opinioni son sempre stati costruttivi".

A proposito di collaborazioni, in passato sei stato notato anche dai Coldplay, che hanno ripreso alcuni tuoi video sul loro sito. Da allora hai mai avuto modo di contattarli di persona? Magari nel tuo prossimo disco ritroveremo anche loro...
"È stato un bel colpo di fortuna! C’era la possibilità di inserire all’interno del loro sito un link video di Youtube ed io l’ho fatto. Il premio era essere inseriti nel loro sito come video del giorno. Loro, o chi per loro, mi hanno scelto ben tre volte nell’arco di un anno e mezzo circa. La fortuna è stata più che altro vedere le visualizzazioni su Youtube crescere di molto in un solo giorno! Vedere loro in un mio disco non è un sogno, sarebbe un’utopia. Mi piacerebbe invece al contrario un giorno, se ce ne fosse la possibilità, registrare qualche hang per un loro brano: questo già sarebbe un sogno..."


Intervista di: Fabrizio Corgnati

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