Marco Masini, quando il pop diventa blues

Scritto da  Lunedì, 23 Novembre 2015 

E’ dalla fragilità e dalle paure che il coraggio trae alimento per non essere temerarietà ma voglia di combattere e creare. Scrivere è la vocazione del cantautore fiorentino, un amore viscerale con la città, e l’idea che la musica sia solo un altro modo di scrivere.

 

Il nostro primo incontro è stato inconsapevole e ne ho memoria solo dai racconti di famiglia. Sì perché in qualche modo le nostre storie sono unite, alla lontana, per via di un legame di parentela. La tenacia e un certo carattere ribelle non l’hanno abbandonato, regalandogli così il coraggio per affrontare non poche prove difficili da superare nella vita personale come nella carriera professionale. Alla fine il “brutto anatroccolo” com’era stato bollato dalla critica – per altro non la più aggressiva – è diventato un cigno del palcoscenico, combattendo a suon di parole e di musica. In Algeria, paese che tiene in grande considerazione la musica – un proverbio dice che se dimentichi la musica per un giorno, la musica è pronta a dimenticarti per un anno perché la musica è una cosa seria, una vocazione che chiede fedeltà. Per Marco sembra proprio così.

Quando hai avvertito il primo impulso a cantare o a suonare?

«Nell’infanzia. Avevo, credo, cinque anni e i miei genitori mi regalarono un organo “giocattolo” e si accorsero che io riuscivo a suonare ad orecchio.»

Quindi è nata prima la vocazione a suonare che a cantare?

«La musica e l’amore per il pianoforte ma anche lo studio per le tecniche musicali della musica pop e moderna hanno mi hanno accompagnato per molti anni fino a diventare un musicista professionista.»

Come ha preso forma il tuo desiderio di diventare cantautore?

«La voglia di cantare mi accompagnava nel senso che canticchiavo quello che scrivevo, lavorando come pianista di piano bar. Poi casualmente il bassista con il quale facevo coppia si ammalò e mi invitò a sostituirlo e cominciai a cantare anche quello che stavo scrivendo in quel momento, capendo che poteva essere una nuova strada per me.»

Mi pare che le parole non solo quelle che scrivi e canti ma anche quelle che racconti siano per te molto importanti, al pari forse della musica. Qual è il rapporto tra le due dimensioni?

«Sono solo due facce della stessa medaglia, due modi di raccontare che spesso si accompagnano perché la musica è un modo di comunicare, un tipo di scrittura.»

Riconosci un maestro o dei maestri nella tua carriera?

«Nello scrivere devo molto a Giancarlo Bigazzi che è stato già prima degli anni Novanta il mio produttore ma all’inizio ho guardato molto anche a tanti cantautori italiani da Battisti, a Baglioni, a Zero a De Gregori che sono stati la mia colonna di vita in quegli anni. In ogni caso ho ascoltato molto convinto che l’ascolto nella vita sia più importante dello studio. Tra gli anni Settanta e Ottanta e poi anche successivamente ho ascoltato e assorbito la musica Pop e Rock cercando di carpirne le tecniche musicali.»

Mi ha colpito la tua osservazione durante il concerto a Milano in merito al Blues. Cosa significa per te quest’espressione?

«Il Blues per me rappresenta il canto nero della disperazione per esorcizzare il dolore ed è in tal senso una categoria universale dell’esistenza, anche se poi musicalmente si è evoluto. Sono rimasto musicalmente molto legato al blues, al di là delle ascendenze letterarie, esistenziali e sociali e per questo credo di declinare il mio pop in blues come in “Malinconoia”», secondo album che esce nel 1991 che vende oltre un milione di copie e in primavera (a partire dal 18 aprile) il cantante fa il suo primo tour da artista solista, che lo vede esibirsi in diverse tappe di talmente grande successo, da dover replicare rispettivamente i concerti di Firenze e di Roma (per quest'ultima città, la prima esibizione avvenne al Teatro Tendastrisce, la seconda al Palaeur).

Un fiorentino doc anche nel tifo calcistico. Com’è il tuo rapporto con la tua città soprattutto in termini di ispirazione musicale?

«Mi sento di proprietà di Firenze, città verso la quale nutro un sentimento viscerale. So che non potrei vivere altrove, lontano dalle sue colline, anche se mi è stato proposto perché con il mestiere che faccio sono così costretto a spostarmi molto. Non credo però che una vena autoriale sia riconducibile ad una scuola locale. Non credo che la musica abbia delle scuole territoriali. O almeno non lo è per me.»

La vena intimistica sembra il fil rouge della tua e sembra inevitabile leggerti attraverso i tuoi testi. Ma è proprio così?

«Non c’è una corrispondenza lineare né così palese come può sembrare. Anzi, a volte, si scrive proprio l’opposto di quello che si sta vivendo perché magari non ci piace. Penso che sia più un bisogno degli altri di immedesimazione da un lato, di capire chi c’è dietro quelle parole, dall’altro. Scrivo e canto quello che vedo e cerco di raccontare attraverso i miei occhi e la mia sensibilità le storie di tutti, come quando canto “Caro babbo”.»

In questo senso è forse da leggere la realtà della storia e delle storia, la denuncia che fa capolino gradualmente nei tuoi testi?

«Ci sono momenti nella storia – e questo è uno di quelli – nei quali quello che accade fuori ci entra dentro e anche se una canzone non basta – ci vorrebbe un intero repertorio e non sarebbe ancora sufficiente – è un dovere di tutti provare a parlare e ognuno lo fa secondo la propria inclinazione.»

Stai lavorando a nuovi progetti?

«In questo momento sono concentrato sull’attività concertistica. Non ho ancora una progettazione per il prossimo anno anche se sto raccogliendo, idee, spunti, ispirazioni ma è presto per lavorare sul fattore discografico.»

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