Manuel Rinaldi: "Abbasso l'ipocrisia, viva l'ironia"

Scritto da  Lunedì, 01 Dicembre 2014 

"Alla fine, io dico solo quello che penso, senza ipocrisie". Sta tutta racchiusa qui, in questa frase pronunciata con irresistibile cadenza emiliana, il manifesto di Manuel Rinaldi.

Che nel suo album di esordio "10minuti" abbina ai suoni brit-rock scoperti durante il soggiorno in Inghilterra dei testi figli della migliore tradizione cantautorale italiana. Testi ironici, irriverenti, che si permettono di trattare anche temi profondi e importanti con la forza di chi non si prende troppo sul serio. Come dimostra in questa intervista...

Manuel, tra le tue influenze tu citi Vasco Rossi, Franco Battiato, Rino Gaetano... tutti cantautori di generazioni passate. Oggi c'è ancora spazio per questo genere?
"Assolutamente sì. Io sono sempre stato attratto da quel cantautorato che non rispecchia certi clichè. Quelli che ho citato sono cantautori che hanno espresso quello che volevano alla loro maniera. Oggi c'è bisogno di far arrivare le canzoni alla gente come facevano loro: in modo diretto, con sana dose di ironia. Vedo che molti cantautori dicono sempre le stesse cose, con testi e sonorità di una banalità assurda. Ma anche recentemente c'è ad esempio Bugo, un cantautore che ha da dire la sua, o Max Gazzè, che ha fatto delle canzoni molto originali. C'è bisogno di questo e lo spazio c'è alla grande, ma bisogna spostarsi dai canali tradizionali."

Sei figlio della tradizione cantautorale italiana, ma per trovare l'ispirazione per questo primo album sei dovuto andare in Inghilterra. Cosa hai trovato in quell'ambiente?
"Prima di tutto l'opportunità di esprimerti, di fare quello che ti senti: poi sta a te importi con il tuo talento e farti valere. Purtroppo in Italia non ci sono le opportunità: non posso andare in un locale, prendere la mia chitarra e suonare la mia musica, perché nessuno mi ascolterebbe. In Inghilterra quasi tutti i locali sono strutturati per fare musica dal vivo. Ma non solo: lì mi bastava entrare in un negozio, sentire dei brani rock e taggarle su Shazam per scoprire cose che qui da noi avrei dovuto cercare chissà dove."

Hai detto che questo disco nasce "dopo un periodo di riflessione musicale in cui cercavi la tua strada". L'hai trovata?
"Sì. Questo album segna l'inizio di un momento e ne chiude un altro, è una porta spalancata. Sono riuscito a fare quello che volevo, mentre in passato ero stato influenzato troppo dalle collaborazioni. Nel 2001 quando firmai un contratto discografico con la Emi, la mia band punk-rock Pupilla fu costretta a cantare singoli piuttosto pop. E' tutta un'evoluzione: si cerca sempre di dare qualcosa di più e di nuovo, ma la strada l'ho trovata e non poteva andare meglio."

Ma a giudicare dei testi, la riflessione non è stata solo musicale, anche esistenziale.
"Ci sono dei momenti di vita e delle riflessioni, delle domande. In '10minuti' queste domande le faccio a chi sta lassù, chiedo perché abbia creato tutto questo. Vengono fuori degli argomenti molto delicati, ma che allo stesso tempo credo di essere riuscito a trattare in un modo che sia alla portata di chi ascolta. C'è stato un gran lavoro sui testi con la collaborazione di Stefano Leonardi, mio grande amico e autore. Avevo scritto canzoni già un po' di tempo fa, ma ho avuto bisogno di qualcuno estraneo all'ambiente musicale che ascoltasse i miei brani."

A proposito della title track che ci raccontavi, non ti chiederò se credi in dio. Ma l'interlocutore lassù a cui facevi quelle domande, come te lo immaginavi?
"Mi immaginavo una persona che mi guardava dall'alto in basso e si chiedeva cosa volessi. E allo stesso tempo mi dava udienza, per quanto scomode e forti fosse le cose che gli chiedevo, ma dovevo dirgli le cose come stavano. Mi immaginavo che mi guardasse con quest'aria un po' divertita. E poi chissà se alla fine mi ha risposto o no."

Potremo vederti presto in concerto?
"Per l'inizio del 2015 stiamo organizzando un tour: mi sto battendo per farlo perché il live è la parte in cui esprimo tutto me stesso, mi manca molto. Sappiamo la situazione dei nostri locali in cui si suona musica dal vivo, non è facile strutturare un tour da emergente. Ma questo è disco che va suonato, perché è stato realizzato con il cuore, con strumenti reali, niente di finto."


Intervista di: Fabrizio Corgnati

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