Luka Zotti: "L'arte (e la musica) ci guarirà dalla paura"

Scritto da  Lunedì, 22 Settembre 2014 

Sarà presentato dal vivo domenica 28 al Mei di Faenza "Forgotten Dream", secondo album da solista del polistrumentista e cantautore Luka Zotti.

Si definisce principalmente un cantante e un chitarrista, ma la sua curiosità lo ha portato ad avvicinarsi anche ad altri strumenti come l’armonica, il pianoforte, le tastiere, il basso e la batteria/percussioni. Oltre al suo grande amore per la musica, coltiva da anni la passione per l’arte. Come pittore, ha infatti tenuto diverse mostre collettive e personali in Italia e all’estero. Inoltre, il suo grande interesse per le creazioni manuali, l’ha portato a realizzare opere d’arte e d’arredamento, ma anche strumenti musicali professionali e personalizzati (come la Tree Pad Key Guitar, strumento che include chitarra, tastiera, percussioni e multieffetto), che utilizza nei suoi concerti insieme a carillon, spade laser e qualsiasi oggetto stimoli la sua fantasia. Un progetto, il suo, artistico a 360°, che ci presenta in questa intervista.

Il tuo primo album da solista era intitolato in italiano, stavolta per “Forgotten Dream” hai scelto l’inglese. Perché?
“Il primo mio album solista intitolato “Colori eMotivi” era un disco prevalentemente strumentale, con un solo brano cantato (in inglese tra l'altro), ho scelto quel titolo - anche se in italiano - perché affascinato dal gioco di parole e perché il rapporto tra colori, motivi musicali ed emotività era il concept dell'album. L'album “Forgotten Dream” (interamente cantato in inglese), invece, ha preso il titolo dal brano che mi ha spinto a realizzare un nuovo disco. Credo non ci siano regole da seguire nell'arte, e che l'uso di più lingue possa ampliare ancor di più le possibilità; in passato ho anche scritto e pubblicato brani in italiano.”

Come è nata la tua collaborazione con la cantautrice americana Beth Wimmer, che partecipa a tre tuoi brani nella versione deluxe?
“La collaborazione con Beth è nata grazie a Damiano Della Torre (caro amico, noto polistrumentista e produttore del terzo disco di Beth) che ci ha presentati. Io e Beth ci siamo subito trovati benissimo, anche per il comune amore per Neil Young. Successivamente, mi ha chiamato per suonare la chitarra nella sua band ed abbiamo fatto diversi concerti tra Svizzera tedesca e nord Italia; a uno di questi concerti Beth mi ha invitato a cantare alcuni miei brani, finita la mia esecuzione è tornata sul palco con gli occhi rossi dall'emozione e dopo qualche giorno si è offerta di cantare per il mio disco.”

Nella stessa versione c’è anche la cover di un brano di Neil Young. Perché hai scelto proprio questo?
“Nel corso degli anni ho sempre suonato e ri-arrangiato diversi brani di Neil Young, è un artista che mi ha ispirato molto. Ho scelto questo brano perché mi è sempre piaciuto (soprattutto per i suoi insoliti cambi di tempo 12/8 , 11/8 e 4/4), inoltre volevo in repertorio un brano in cui si potesse improvvisare liberamente e valorizzare l'interplay tra i favolosi musicisti della mia band Fabrizio Di Stefano al basso e Paolo Benzoni alla batteria.”

Oltre a suonare tantissimi strumenti musicali, ne hai anche creati di tuoi. Quali di questi preferisci per comporre i tuoi brani? Come si svolge, insomma, il tuo processo creativo?
“Non ho una regola predefinita, dipende dal tipo di musica che sento di comporre, per questo disco è avvenuta quasi interamente con la chitarra acustica e in luoghi immersi nella natura, in altri casi, come durante la composizione di musiche per film o cortometraggi, avveniva invece con la chitarra elettrica. Ho composto anche con il pianoforte, ma soprattutto parti strumentali.”

Parli del fatto che nei tuoi testi è sempre presente un’evoluzione, da “dolore, buio e sofferenza” a “gioia, gratitudine e luce”. Si tratta di un percorso che hai vissuto a livello personale?
“Si, è un percorso che ho fatto a livello personale. Se affrontato come “percorso evolutivo interno” può lasciarci molti “messaggi” e darci molte risposte.”

Il concept di questo album è la guarigione. Qual è la malattia da cui deve guarire la nostra società di oggi?
“La paura. Se ci pensiamo bene tutto quel che non ci fa stare bene, che blocca la nostra crescita e, di conseguenza, quella di questo pianeta, tutto questo si alimenta di paura, paura di perdere qualcosa, paura di perdere qualcuno, di essere soli, di non essere apprezzati, paura di non farcela, paura che l'altro sia meglio di noi... Dunque finiamo per creare conflitti, in noi stessi, con gli altri e con le altre nazioni.”

Il tuo è un progetto artistico a 360°, che abbraccia anche la pittura e le arti figurative. Cosa ti permettono di esprimere questi diversi mezzi rispetto alla musica?
“Musica, pittura, scultura... sono tutte figlie della stessa Madre ossia l'Arte, sono diverse forme per esprimere e comunicare emozioni. Ognuna appaga e stimola i nostri diversi sensi, la pittura, con i colori e le sue sfumature, appaga prevalentemente la dimensione visiva, la musica, invece, la parte uditiva, mentre la scultura e la creazione manuale appagano e stimolano la dimensione del tatto, oltre che la vista. L'arte è come una “medicina naturale”, possiamo scegliere in base a ciò di cui abbiamo bisogno per stare meglio in un determinato periodo o momento. Dunque invito tutti ad “usarla”, anche se il risultato finale ci sembra brutto, se non è come ce lo aspettavamo… migliorerà, o almeno abbiamo passato dei bei momenti in “contatto con noi stessi” ed è “venuto a galla” qualcosa… Evviva l'arte!”

Intervista di: Fabrizio Corgnati

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