Luigi De Gregori: "L'anti-Festival di Sanremo è il nostro folk"

Scritto da  Lunedì, 09 Febbraio 2015 

Negli anni Sessanta il mitico Folkstudio di via Garibaldi a Roma fu la fucina della scuola romana dei cantautori. Lì mossero i loro primi passi Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Rino Gaetano e molti altri.

Oggi, questo nobile spirito folk rinasce con lo spazio de "I giovani del Folkstudio" a L'asino che vola, in via Coppi. Merito di Luigi "Grechi" De Gregori e Francesco Pugliese, che hanno deciso di dare un nuovo spazio alla canzone d'autore. Martedì 10 l'evento si scontra con la prima serata del Festival di Sanremo. Nasce così "Noi non ci Sanremo".

Luigi De Gregori, so che non ama parlare del passato ma preferisce dare spazio alle giovani realtà emergenti. Però una domanda sull'epoca gloriosa del Folkstudio me la permetterà.
"Il Folkstudio è più vecchio di quanto si pensi. Io frequentai per diversi anni quello di Giancarlo Cesaroni negli anni '70: anche se abitavo a Milano ero a Roma quasi tutti i weekend. Ma quello che avevo conosciuto era quello inventato da Harold Bradley dieci anni prima. In quegli anni a Roma c'era una densità incredibile di giovani da tutto il mondo, la generazione dei ventenni era numericamente la più ampia. Il palco era la strada e i locali di allora. E il Folkstudio era uno dei pochi folk club europei, l'unico in italia. Chi crebbe lì non aveva carriere musicali in testa. E se oggi spesso i giovani sono fanatici del rap ma si disinteressano di ogni altro genere, al Folkstudio si veniva educati ad apprezzare tutte le musiche del mondo. Da lì mi innamorai di quella musica fatta con pochi fronzoli, solo per la voglia di comunicare. E che fu il primo nucleo della scuola dei cantautori romani."

E oggi che risposta c'è stata a questa vostra idea di riproporlo?
"Il pubblico ha risposto subito, quindi la voglia di questa musica spontanea e ruspante non la sentivamo solo io e Francesco Pugliese."

Ma nell'epoca di oggi c'è ancora spazio per un genere antico come il folk?
"Certo che c'è. E' inevitabile che in un periodo di crisi economica molta più gente si dedichi a uno strumento musicale. Questo è un dato sociologico che risale fino al country durante la crisi del '29 in America. Non c'è niente di più economico che passare un pomeriggio con gli amici e le chitarre. Oggi con Internet, poi, è facilissimo imparare le tecniche più raffinate, se si ha un po' di disposizione di orecchio. Mi sembra che ci siano molte belle voci e da questo nasce 'Noi non ci Sanremo', per evitare che siano strangolate dal professionismo del mondo dello spettacolo. Una volta mandare un provino era un passo importante, oggi chiunque può farlo da casa sua con quattro soldi e i discografici sono inondati, mentre i dischi non si vendono più. Un ragazzo che ha qualcosa da dire non ha nessun modo di farsi sentire, mentre noi prima dello spettacolo ufficiale diamo spazio anche ai perfetti sconosciuti."

Uno di questi perfetti sconosciuti che l'ha colpita di più?
"Mi piace Francesco Tecca: ha 17 anni e ha trovato un posto dove farsi ascoltare. In una serata dedicata agli estrosi di chitarra, l'ho visto a un tavolino decentrato fare jam insieme a Giorgio Mazzoni. mi è sembrato che si stessero ricreando le atmosfere del Folkstudio."

Domani tocca a "Noi non ci Sanremo". Una stilettata al Festival?
"La scelta è stata fatta anche per attrarre il pubblico, perché il martedì era in concomitanza con la prima serata del Festival di Sanremo. Mi è sembrato divertente. Ci sarà una carrellata di cantautori più o meno esperti, tutti bravissimi e interessanti, la maggior parte da Roma ma anche dall'Abruzzo, dalla Toscana e dalla Sicilia. Un panorama di questa nicchia che sto scoprendo essere vastissima."


Intervista di: Fabrizio Corgnati

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