Bonaffini: "Pierangelo Bertoli mi ha insegnato a non arrendermi mai"

Scritto da  Mercoledì, 15 Aprile 2015 

Cantare e ascoltare Pierangelo Bertoli è come una droga. Dopo che l'hai suonato e fatto rivivere davanti ad un pubblico irriducibile e spietato che non ti lascia scendere dal palco fin che non le hai fatte tutte, ti viene subito voglia di ricominciare.

Ancora di più se hai avuto la fortuna di conoscerlo, di lavorare con lui e di condividere la sua storia professionale e artistica, successi compresi. È il caso di un grande frequentatore di casa Bertoli: Luca Bonaffini, amico e più stretto collaboratore del cantautore di Sassuolo negli ultimi anni della sua vita. Oggi, insieme all'altro storico autore di Pierangelo, Marco Dieci, torna in tour con gli immortali brani dell'"artigiano della canzone".

Luca, come nasce l'idea di riportare sul palco i capolavori di Bertoli?
"Nel 2012 cadde il decennale della scomparsa di Pierangelo Bertoli. Per tre anni ho raccontato il personaggio più significativo che abbia incontrato in trent'anni di carriera, sia da un punto di vista umano che professionale. Iniziai come suo fan ai tempi della scuola e finii per essere una sorta di figlio artistico, attraverso la scrittura di canzoni, l'esperienza del palco come chitarrista e quella di produttore artistico in studio. Eppure, a parte il giorno della sua morte, Pierangelo è un artista che non viene ricordato, forse perché era scomodo da vivo e lo è anche da morto. Il mio secondo incontro con Marco Dieci, uno degli iniziatori della sua carriera, ci ha portato entrambi 'Nuovamente sulla strada', come recita il titolo del tour, insieme a tanta gente che ha ancora voglia di ascoltare Bertoli."

Cosa possono ancora insegnare le canzoni di Bertoli alla società di oggi?
"La sua idea di libertà, che non significa calpestare i diritti degli altri. Negli anni '70 furono compiute grandi conquiste, ma ancora oggi resiste l'indifferenza verso le minoranze. Tra le righe dei suoi brani c'è questo disappunto civile: lui resta il cantore dei diritti umani, un poeta apparentemente inattuale ma che ha invece un drammatico riscontro nel quotidiano, come un tempo."

E a te personalmente, invece, cosa ha insegnato?
"Bruce Springsteen ti direbbe 'No Surrender', arrendersi mai. Con le sue parole, con le sue canzoni, ma soprattutto giù dal palco, con la sua vita, ha dimostrato che lottando prima o poi si vince. Bisogna però avere un avversario, e il più temibile è il sopruso, la violenza, la negazione dei diritti. Nel nostro piccolo, non arrendersi significa alzarsi tutti i giorni e affrontare la vita."

Come lo incontrasti per la prima volta?
"Negli anni '80 giravo con la mia chitarra e bussavo a tutte le case discografiche, almeno un centinaio. Nessuno mi prendeva in considerazione, forse perché ero troppo attaccato alla canzone d'autore tradizionale mentre all'epoca stava esplodendo il pop elettronico. In questa ricerca venni in possesso del numero di telefono di casa di Bertoli e lo chiamai, coraggiosamente perché rischiavo di prendermi un bel 'vaffa'. Invece mi diede appuntamento due giorni dopo: era il 1983 e da quell'incontro nacque la nostra conoscenza. Seguirono anni di frequentazione della sua corte; la collaborazione artistica venne in seguito, quando cominciò a prendere qualche mio brano, poi qualche musica, poi a scrivere canzoni con me."

Qual è la sua canzone che preferisci?
"Sicuramente 'Eppure soffia'. La cantavo a 15 anni e la canto ancora a 52, dopo averla suonata al suo fianco in decine di concerti. Quando si canta così a lungo una canzone senza stancarsi mai, vuol dire che non è solo un insieme di parole e musica. Era un brano che qualcuno doveva scrivere, e non è un caso che l'abbia fatto lui."

Come mai oggi la scuola italiana non partorisce più cantautori come Bertoli?
"Il mondo è cambiato a una velocità spaventosa con la caduta del muro di Berlino. Negli anni '60-'70 si sviluppò un nuovo modo di concepire l'arte, musica compresa, nato dal desiderio di ricostruzione dopo la distruzione delle due guerre mondiali. Questo mondo ha aggiustato benissimo le sue meccaniche, ma anche la migliore auto del mondo senza benzina rischia di fermarsi. Questo è ciò che è successo alla società contemporanea. Perciò ci tocca spingerla."

Non c'è ombra di rassegnazione in queste tue parole?
"No, credo che la rassegnazione nasca quando sei certo che non si può più fare nulla. E credo che non sia così, neppure per un malato terminale. Fino all'ultimo istante, non si deve perdere la speranza."

E che cosa possiamo fare, dunque?
"Quando ci giriamo dall'altra parte per non vedere, quando non vogliamo far fatica nemmeno nei ragionamenti, abbiamo l'atteggiamento sbagliato. Così il tempo passa e le cose si formano da sole, senza il nostro contributo. Questo è ciò che non va fatto. Quanto a ciò che bisogna fare, non ho la presunzione di insegnare nulla a nessuno. Ciò che faccio io è continuare a non dimenticarmi degli altri. Non è vero che siamo soli, c'è un sacco di gente che ha bisogno. Tiriamoci su le maniche."


Intervista di: Fabrizio Corgnati

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