Lassociazione: la musica ha un potere salvifico

Scritto da  Venerdì, 07 Settembre 2012 

LassociazioneÈ uscito il nuovo disco “A-Strapiombo” de Lassociazione, band rock folk  emiliana. Il nuovo disco comprende 10 brani  cantati nel dialetto del crinale appenninico reggiano e in italiano. Lassociazione è una band rock folk, miscela di suoni acustici ed elettrici, dove le corde delle chitarre e del basso si rincorrono con quelle del violino e del banjo, sorrette dai ricami ritmici e potenti della batteria. Risponde alle nostre domande Gigi Cavalli Cocchi (batteria).

 

 

Un collettivo autorevole e ben assortito, riassunto nella felice espressione “Il miglior gruppo emergente fatto di professionisti”. “Lassociazione” si riunisce attorno al tavolo della musica e delle parole, quelle parole antiche e mai logore, prese in prestito anche dalla tradizione volgare emiliana. È ancora possibile oggi sperare nella forza delle parole, specialmente se parole antiche come quelle dialettali? È evidentemente questa la scommessa de Lassociazione, nevvero?

In realtà non ci siamo preoccupati di quello che sarebbe stato l’effetto della nostra proposta, lo spirito che ha dato inizio a “Lassociazione” è stato quello “primitivo” del fare quello che ci andava di fare. Per noi la parola ha un grande significato, da un lato c’era il bisogno di fare i conti con le nostre radici e la nostra tradizione, e mi riferisco ad un vero e proprio modus vivendi che se per molto tempo è sembrato fuori dal tempo, mai come adesso sta ritornando attuale, per lo meno per chi comincia a fare fatica a riconoscersi in un quotidiano fatto di ritmi e traguardi sempre più estremi. Quello che è andato salvato nei borghi e nei paesi delle nostre montagne (dove nasce Lassociazione) è un ritmo, un passo molto “naturale” che rappresenta l’essenza di un uomo che è riuscito a difendersi dagli attacchi dei “tempi moderni” e pur facendone parte, non ha perso la propria identità più intima. La grande soddisfazione, è stata rendersi conto di quante persone si siano riconosciute nel nostro messaggio e quanto questo desiderio di appartenenza fosse diffuso. In questo senso abbiamo funzionato fa agente catalizzatore, e molti si sono avvicinati a noi grazie a questa empatia. Poi c’è anche l’aspetto magico della parola, credo fortemente nel potere del suono, indipendentemente dalla sua comprensione, funziona un po’ come certi mantra… e di questo ne abbiamo avuto la conferma nei concerti al di fuori della nostra provincia dove la reazione è stata comunque di entusiasmo.

È da poco uscito il vostro secondo lavoro: A Strapiombo. Che tipo di lavoro avete intrapreso dopo il primo album? Siete soddisfatti della riuscita? E soprattutto: è possibile mettere d’accordo ben otto o nove menti durante tutto il processo produttivo, dalla scrittura alla realizzazione?

“Aforismi da castagneto” il nostro primo album, raccontava la nostra storia passata e presente e assomigliava molto ad un album fotografico, mentre “A Strapiombo” scava più nell’uomo e nei suoi sentimenti. I due lavori sono differenti anche perché mentre il primo nasceva dall’incontro di tre menti creative, Marco Cilloni, Giorgio Galassi ed io, che in studio avevano raccolto intorno a se alcuni musicisti di valore dei quali si aveva grande stima ma che non avevano mai lavorato tutti insieme, con “A Strapiombo”, quei musicisti avevano maturato un affiatamento eccezionale grazie a un’esperienza durata più di un anno fitta di concerti. Quando il materiale nuovo scritto da Marco e da Giorgio era pronto, c’è stato un periodo di lavoro collettivo sui brani durato diversi mesi che ci ha portato al momento della registrazione con grande consapevolezza e idee estremamente a fuoco. Il valore aggiunto è stata la scelta di rifugiarci in una antica pieve (S. Vitale di Carpineti-Reggio E.) dove abbiamo vissuto come in una comune per il tempo necessario alla sua realizzazione.

 

 

Devo ammettere che mi ha sorpreso l’imprevedibile musicalità del dialetto reggiano, sebbene, alla stregua di una lingua straniera, non essendo reggiano, riesca a comprendere solo qualche parola. Merito anche della calda voce di Marco Mattia Cilloni. La ristretta nicchia di pubblico destinata a comprendere immediatamente e senza difficoltà i brani mi fa pensare a cosa era l’Italia poco tempo fa: un paese diviso. Lo siamo ancora, secondo voi? E come si inserisce il dialetto in questa riflessione? Come un elemento che divide, che esclude o unisce? O come un complesso segno, anch’esso, d’italianità?

Se ti può in parte consolare, molti termini del dialetto che usiamo sono incomprensibili anche per alcuni di noi che abitiamo a poche decine di chilometri dal crinale, ma è proprio la musicalità di cui parli, il lasciapassare per un pubblico più vasto. Credo saremo sempre un paese diviso, ciò è dovuto al fatto che il nostro passato è intervenuto in maniera profonda rendendoci molto diversi culturalmente, siamo una nazione che vuole convincersi di essere evoluta e “antirazzista” ma è un teorema che si regge su fondamenta d’argilla, e guarda che non ti parlo di nord e sud… dalle nostre parti tra Reggio Emilia e Parma continua una “antipatia atavica” che è sopravvissuta inossidabile ai secoli. Forse è proprio la musica con il suo potere salvifico il trait d’union in mezzo a tanta diversità. E’ indubbio che l’apertura mentale delle persone faccia la differenza, sia per il dialetto con cui ci si racconta, che per uno spirito di appartenenza, quella italianità che emerge solo in occasione delle partite della nazionale di calcio.

Ognuno di noi ha purtroppo avuto modo di conoscere i fatti che hanno recentemente sconvolto la terra emiliana: mi riferisco naturalmente alla tragedia del terremoto che ha colpito le popolazioni dell’Emilia nei mesi di maggio e giugno. Cosa può fare la musica in questi momenti difficili? Avete in mente l’idea di poter dare a questo argomento uno spazio dedicato all’interno della vostra produzione?

Viviamo a poca distanza dalle zone colpite dal terremoto, ogni scossa veniva avvertita anche nella nostra città seppure con effetti meno devastanti, per questo abbiamo vissuto molto da vicino tutto l’accaduto. LA musica può fare e sta facendo molto, i vari concerti per la raccolta di denaro ne sono una prova tangibile, ma ritengo si dovrebbe anche (cosa che in parte è già stata fatta) portare un segnale preciso anche tra le popolazioni colpite, mi riferisco a spettacoli nei campi di accoglienza, piccoli concerti e performance, sicuramente di dimensione molto ridotta, ma importanti per cercare di creare momenti di vicinanza e di portare un po di serenità.

Malgrado le intrinseche problematiche legate alla lingua, Lassociazione suona, e lo fa anche bene. Il vostro folk si presta alla danza, al movimento, alla spensieratezza ma anche alla riflessione. Deve essere insomma un bello spettacolo dal vivo. Per ora vi siete limitati a suonare dal vivo soltanto nella vostra area di provenienza oppure avete già superato le isoglosse, ovvero i confini linguistici? Se no, avreste questa intenzione?

Si abbiamo “sconfinato” già diverse volte e l’accoglienza è stata ottima, in alcuni casi sembrava di giocare in casa… il nostro obiettivo è proprio questo. La lingua non può e non vuole essere un limite alle possibilità del nostro cammino, restate sintonizzati sul nostro sito www.lassociazione.com e veniteci a sentire e a vedere dal vivo, poi ne riparliamo….

 

 

 

LASSOCIAZIONE sono:

Marco Mattia Cilloni : voce, chitarra

Giorgio Riccardo Galassi : voce, armonica

Gigi Cavalli Cocchi (Ligabue,CSI,Clan Destino,M.Zamboni): batteria

Francesco Ottani : voce, chitarra

Filippo Chieli (MCR,C.Donà,A.Morselli): violino, viola

Enzo Frassi : basso elettrico

Massimo Guidetti (Ustmamò,C.Basile,B.Cobham): tromba, flicorno

Marcello Ghirri (Ateche): banjo

Gianfranco Fornaciari (Ligabue,Clan Destino,Marlene Kuntz): tastiere

 

Intervista di: Cristian Ciccone

Grazie a: Lassociazione e Ufficio Stampa Parole & Dintorni

Foto © Profilo Facebook Lassociazione

Sul web: www.lassociazione.com - www.facebook.com/Lassociazione

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