James Taylor: "La mia speranza dopo Parigi? La nostra unità e il nostro coraggio"

Scritto da  Martedì, 13 Gennaio 2015 

SaltinAria.it ha incontrato, alla presentazione del suo nuovo tour italiano, la leggenda del folk James Taylor: 100 milioni di album venduti, 40 dischi d'oro, cinque Grammy Awards, inserito nella Rock'n'Roll Hall of fame e tra i 100 più grandi artisti di tutti i tempi da "Rolling Stone". Un colloquio a cavallo tra musica e attualità, tra la sua amata Italia e il mondo sull'orlo di un drammatico scontro di civiltà.

James, dunque rieccola nel nostro Paese. Dal 18 aprile sarà a Torino, Roma, Firenze, Trieste, Padova e Milano.
"Sono felicissimo di riprendere il nostro tour in Italia. Torniamo qui ogni volta in cui ci è possibile e cerco di portare tutti i musicisti che posso permettermi, stavolta saremo in otto sul palco. Ho il privilegio di avere al mio fianco dei musicisti dal talento straordinario, una band che è la gioia della mia vita e a cui devo il mio successo".

Cosa ama così tanto dell'Italia?
"In un mondo reso sempre più omogeneo dalla diffusione della cultura moderna, ogni città italiana ha una personalità spiccata e delle caratteristiche uniche. E da musicista apprezzo moltissimo il pubblico italiano, è il mio preferito. La loro energia che mi arriva dal palco è la cosa più importante per me".

Ha già parlato in televisione dei terribili fatti di Parigi. Cosa pensa del fatto che il governo americano non abbia inviato un suo rappresentante alla marcia?
"La cosa ha colpito anche me: era presente il nostro ministro della Giustizia, ma mi ha sorpreso che non ci fosse una delegazione più rispettosa. Sono un musicista, un uomo di spettacolo, non un esperto di politica internazionale, ma come cittadino del mondo sono allarmato da quanto è accaduto. Traggo però incoraggiamento e speranza dalla risposta del popolo francese e della comunità internazionale, che si è stretta insieme per rispondere con una sola voce e riaffermare i valori più preziosi, quelli dello Stato di diritto e della libertà di pensiero e di parola. L'intenzione era quella di dividerci, ma abbiamo risposto con unità e coraggio".

Anche negli Stati Uniti c'è stata una grande tensione ultimamente. Lei si esibì al funerale dell'agente ucciso dalle bombe di Boston. Cosa ha provato dopo i fatti di New York?
"Ultimamente abbiamo conosciuto una violenza senza confini. Ci sono troppe maledette armi facilmente disponibili e questo aumenta la probabilità che qualcuno abbastanza pazzo da usarle alla fine lo faccia. Questo problema da tempo attanaglia gli Usa e stiamo perdendo la speranza di trovare una soluzione. Ovviamente non dipende solo dalle armi, ma non ho le conoscenze adeguate per capire cosa porti a tutta questa violenza. E' difficile pensare a cosa si possa fare per ridurla. Ma c'è una differenza essenziale tra i pazzi e quelli che sono sostenuti da movimenti politici più ampi, cioè che commettono atti violenti per questioni di principio. Questi ultimi sono molto più preoccupanti".

L'arte è sempre in bilico tra queste crude realtà e il sogno. Il suo fu quello del provino con George Harrison e John Lennon. Come lo ricorda oggi?
"Un'esperienza straordinaria. Ero un grandissimo fan dei Beatles, studiavo la loro musica per cercare di rubare il più possibile. Essere riconosciuto e approvato da loro per me ha rappresentato una svolta, uno dei momenti più esaltanti della mia vita. Cominciarono lì la mia carriera, la mia notorietà e la possibilità di comunicare la mia musica agli altri".

Da qualche tempo non pubblica più le sue grandi canzoni. E' diventato più difficile raccontare il nostro tempo rispetto agli anni '70?
"Per me lo è, sento minor urgenza di esprimermi. In questi anni molte cose mi hanno distratto dal comporre e dall'incidere, tanto è vero che i cinque dischi usciti nell'ultimo decennio sono stati tutti di materiale non mio. Ma sto per completare la lavorazione del prossimo album, che uscirà tra maggio e giugno e conterrà tutti brani inediti. Per me la musica è un'espressione personale, su cui però non ho alcun controllo. Le mie canzoni nascono dal nulla, come se io fossi solo il primo ad ascoltarle. Questo non significa che sia più difficile descrivere il nostro mondo rispetto agli anni '70, solo che all'epoca avevo più urgenza di esprimere quello che pensavo, un impulso che con il tempo si attenua. Ma scrivere è ancora la cosa che preferisco ed è stato un piacere ritrovare questa parte di me negli ultimi anni".

Abbiamo attraversato la rivoluzione della musica elettronica, degli anni '80, degli arrangiamenti sempre più carichi. Ma negli ultimi anni sta inaspettatamente tornando in auge il folk e le canzoni semplici chitarra e voce. Cosa c'è di così magico che rende questo genere fuori dal tempo e dalle mode?
"In realtà non sarei in grado di fare una musica più complicata di così! Io faccio musica folk, popolare, chitarra e voce: il massimo della semplicità. Ma questa semplicità funziona proprio per la sua immediatezza, che raggiunge facilmente l'ascoltatore. L'aspetto meraviglioso della musica è che va al di là delle analisi cervellotiche e dei giudizi complessi. Non è necessario parlare della musica: o ti arriva e stabilisce un collegamento con te, oppure no. La musica segue delle rigorose leggi fisiche, diversamente dalla parola. E essenziale e ridotta ai minimi termini, non si può distillare ulteriormente. Ed è proprio per questo che riesce ad essere così diretta".


Intervista di: Fabrizio Corgnati

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP