Il pianista venuto dal Nord. Conversazione sulle nuvole con Fabio Giachino

Scritto da  Venerdì, 14 Aprile 2017 

L’incontro con un pianista piemontese che ha incontrato le sonorità mediterranee unendole alle suggestioni del nord, sui toni del jazz.

 

Capitato per caso nella sua vita il jazz è diventato una vocazione: la scelta di un linguaggio preciso che incontra l’improvvisazione e la capacità di accogliere generi completamente diversi nel proprio alveo. In uscita il nuovo album italo-danese “North Clouds”, il quinto disco del pluripremiato pianista piemontese, Fabio Giachino. Paolo Fresu ha detto che "Fabio Giachino dimostra un’intelligenza fuori dal comune e questa si rivela all’ascolto delle otto tracce di North Clouds”, registrato a Copenaghen insieme ad un nuovo trio danese, con cui è in tour in tour in Italia da aprile. Special guest dell'album Paolo Russo e Benjamin Koppel. Prodotto da Tosky Records in collaborazione con Blue Art Management e con il sostegno del Consorzio Piemonte Jazz. Abbiamo deciso di incontrare questo artista, classe 86, considerato uno dei maggiori talenti apparsi sulla scena musicale italiana degli ultimi anni. Nato ad Alba e trasferitosi successivamente a Torino, è stato insignito di importanti riconoscimenti in tutti i principali premi italiani ed europei a livello Internazionale e nazionale. L’occasione è stata proprio l’uscita del suo nuovo album, “North Clouds”, il risultato dell’esperienza italo-danese di Fabio Giachino che fonde influenze musicali della tradizione melodica mediterranea con quella nordeuropea. Poderosa performance in jazz trio arricchita dalla presenza di due importanti ospiti: Benjamin Koppel al sax soprano/contralto e Paolo Russo al bandoneon. Attraverso questi brani inediti, Fabio Giachino sottolinea nuovamente le sue notevoli capacità compositive ed improvvisative, spaziando dal combo trio al quintetto.

Cominciamo dal presente e dal nuovo album: come nasce e qual è il cuore dell’ispirazione?
«L'idea è nata quando sono stato selezionato dall'Associazione Nazionale Musicisti di Jazz per effettuare una residenza artistica di tre mesi presso l'Ambasciata Italiana di Copenaghen. La label con la quale collaboro (Tosky Records) si è resa disponibile a realizzare un disco a mio nome con musicisti danesi se avessi trovato le persone adatte e mi fosse interessato il progetto. Una volta intrapresa l'esperienza di questa residenza mi sono subito messo al lavoro per conoscere il maggior numero di musicisti con i quali confrontarmi e ai quali fare un'"audizione" oltre che scrivere musica che avesse una qualche attinenza con l'esperienza che stavo vivendo, il resto è venuto da sé.»

L’idea di unire sonorità nordiche e mediterranee è una scelta, risponde ad un messaggio o è stata una suggestione puramente emozionale?
«Direi entrambe le cose. Mi sono trovato inevitabilmente a confronto con una realtà musicale molto ispirante e coinvolgente che mi ha influenzato molto nella scrittura dei brani e nella scelta delle sonorità. Inoltre, una volta individuate le persone adatte, ho cercato di plasmare la materia musicale sulle peculiarità dei musicisti che avrebbero collaborato con me. Allo stesso tempo però ho cercato di mantenere intatti alcuni stilemi melodici caratteristici del Belpaese.»

Dal punto di vista stilistico, quali sono gli elementi che si sono “incontrati” e quelli che si sono “scontrati” in questo connubio?
«Sicuramente il linguaggio più strettamente jazzistico si è incontrato, abbiamo trovato molti elementi in comune e ne sono felice. Non parlerei propriamente di scontro ma più di arricchimento invece, per quanto mi riguarda ho sempre avuto un modo di suonare molto "denso"... il confronto con loro mi ha insegnato l'importanza dell'essenzialità sia a livello compositivo sia interpretativo, ed è una cosa che viene fuori maggiormente in questo disco rispetto ai miei lavori precedenti.»

Cosa sente di aver dato di nuovo in questo album rispetto alla sua produzione passata?
«Credo che la cosa che risalti di più siano le composizioni. Ci ho lavorato molto severamente, cercando di percorrere sentieri che ancora non avevo esplorato, sia nell'arrangiare brani celebri come “Azalea” di Duke Ellington, sia nel lasciarmi ispirare da immagini o episodi che ho vissuto durante la mia permanenza per scrivere materiale originale.»

Tornando indietro nel tempo, ci racconta com’è nata la sua vocazione musicale?
«Ho cominciato ad otto anni circa con una piccola tastiera compratami da mio padre dopo numerose insistenze. E' proseguita in conservatorio con lo studio del pianoforte e dell'organo classico conclusosi con il diploma e la laurea.»

In particolare l’avvicinamento al jazz, è stato il suo primo incontro musicale o ci è arrivato successivamente?
«Il jazz è capitato per caso ed è nato come una sfida. Vedevo alcuni miei compagni di Conservatorio più grandi che "improvvisavano" e suonavano senza partitura, cosa per me inimmaginabile. Di li ho cominciato a dire tra me e me che non era possibile che non fossi in grado anch'io di "improvvisare", allora ho comprato tutti i libri possibili su scale, accordi, linguaggio jazz, e... senza capirci nulla ho cominciato a frequentare lezioni privatamente da un pianista una volta al mese che mi ha dato le basi ed ad ascoltare dischi. Poco per volta mi sono appassionato sempre di più proseguendo il mio studio anche all'estero o seguendo workshop, conoscendo musicisti man mano che andavo avanti che mi insegnavano sempre qualcosa di nuovo.»

Che cosa rappresenta per lei la musica jazz?
«Un linguaggio musicale ben definito che permette una libertà espressiva profonda.»

Quali sono a suo parere e sentire gli elementi che definiscono il jazz italiano, quello mediterraneo o le sonorità mediterranee che si avvicinano a questo genere e quello nordico?
«Diciamo che il jazz ormai è un linguaggio globale ampiamente assimilato. Le differenze credo si possano riscontrare negli elementi della musica popolare di ciascun luogo. L'Italia sicuramente è legata alla melodia che deriva dal melodramma e dall'opera in particolare. Il Mediterraneo in generale è un insieme di culture molto varie tra di esse, la Spagna in particolare ha influenze e stilemi ben definiti caratterizzati ampiamente dalla loro tradizione flamenca. Non dimentichiamo inoltre la componente ritmica del nord africa, dei paesi balcanici ed anche del sud Italia (come la taranta e la pizzica). Insomma tutti questi elementi sicuramente trovano terreno fertile nel linguaggio jazzistico che permette, anzi, nasce proprio dall'integrazione tra le varie culture. Per quanto riguarda il nord Europa, credo che si notino maggiormente gli ampi spazi espressivi, le pause, e un utilizzo delle tensioni armoniche più emancipato forse. Non ho avuto modo di conoscere meglio la tradizione musicale popolare danese purtroppo, ma sono sicuro che avrà avuto un ruolo importante nell'arricchire la concezione jazzistica di molti di loro.»
Aspettando le prossime date di concerti il 19 aprile al Jazz Club di Torino e il 21 alla Casa del Jazz di Roma.

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