Il teatro degli orrori: "Il nostro disco? Un manifesto di questa Italia senza speranze"

Scritto da  Giovedì, 08 Ottobre 2015 

È uscito la scorsa settimana il nuovo omonimo disco de Il teatro degli orrori, una delle rock band indipendenti italiane più importanti. “Il teatro degli orrori” è, come nello stile della band, un mix tra rock viscerale e testi poetici. Dodici tracce che tramortiscono l’ascoltatore, proiettandolo nell’incubo sociale in cui versano i nostri tempi, e che affrontano temi quantomai attuali: emarginazioni ed esclusioni sociali, prigioni reali e metaforiche, il disagio psichico e il big business farmacologico, l'alienazione del lavoro e il consumismo compulsivo, la violenza omicidiaria dello stato, il dramma dei profughi in fuga dalle guerre. SaltinAria.it ne ha parlato con lo storico membro della band, bassista e produttore, Giulio Ragno Favero.

 

Giulio, cosa avete voluto comunicare intitolando il disco con il nome della band?
In un certo senso questo disco per noi è un nuovo inizio. Con una nuova formazione: il chitarrista Marcello Batelli e il tastierista Kole Laca ora partecipano anche alla scrittura e non ci seguono più solo sul palco. Ma, pur essendo cambiata la band, il disco rappresenta il nostro suono di sempre, quindi non abbiamo trovato miglior titolo. Del resto, 'Il teatro degli orrori' ci sembra un'ottima descrizione dell'attuale situazione mondiale...

A proposito del suono, sembra particolarmente curato dal punto di vista della resa live.
Per la prima volta abbiamo scritto pensando non al disco, ma a come i pezzi suoneranno dal vivo. E non vediamo l'ora di farlo. Ci siamo anche complicati un po' la vita, perché Marcello e Kole sono anche dei musicisti sopraffini, sicuramente più di me! Quindi ci sono molti tempi dispari, armonie che si intrecciano e ritmi che si incastrano. Sono brani molto suonati e questo ci dà un'energia che non avevamo mai sperimentato prima.

Non sono tante le band italiane a curare così tanto la dimensione live...
Noi teniamo a fare uno spettacolo unico, degno del nome che gli si dà. Quando vado a un concerto e vedo la gente che non fa quello che dovrebbe, me ne torno a casa infastidito. La ritengo un'offesa nei confronti di te stesso, della tua band e di chi ti viene a vedere.

Parliamo dei testi. Il quadro dell'Italia che dipingete è molto diverso da quello ottimistico che ci viene presentato da chi comanda.
Lo vediamo tutti che le cose non miglioreranno, almeno non a breve. Eppure a Pierpaolo Capovilla piace ripetere, come diceva Pasolini, che in realtà ogni disperazione nasconde una luce di speranza. Da parte nostra, sentiamo la necessità di tracciare un manifesto di ciò che accade. Io e Pierpaolo abbiamo sempre ascoltato punk e i testi delle band come Dead Kennedys, No Means No, Minor Threat non erano gioiosi, ma descrivevano la situazione politica dei loro paesi. Questo è il mondo da cui proveniamo, infatti non credo che questo disco sia più politico dei precedenti. Piuttosto, mostra i denti, urla quello che secondo noi non va, cercando di accendere una luce nella coscienza di tutti. Preferiamo parlare di questo piuttosto che di una relazione finita o della morte del nostro cane.

Non è così consueto, almeno oggi, vedere una band che si espone così direttamente sul piano politico, come avete fatto voi ad esempio con la canzone dedicata al Pd.
Io non ho una grande stima della politica in generale, Pierpaolo è un appassionato vero. Certo che se l'erede del Partito comunista si comporta come se venisse dal Movimento sociale, si creano dei cortocircuiti ideologici. Renzi ha seguito perfettamente la lezione del suo predecessore Berlusconi. Pensiamo ai tagli alla cultura, alla sanità, alla scuola: non si pensa più alle esigenze degli elettori.

E gli elettori come rispondono?
Si indignano... e poi? Non potrà andare avanti così ancora a lungo, la storia lo insegna. Ci è stato chiesto cosa pensiamo del Movimento 5 stelle e Gionata Mirai ha risposto bene: è un ottimo ufficio stampa. Le proposte ci sono, ma quando bisogna metterle in pratica si blocca tutto. Per non parlare di Salvini: per me è una specie di Ron Hubbard, riesce a fomentare l'odio in persone comuni, parlando alla loro pancia, mentre sostanzialmente li rapina.

Il primo singolo si intitola “Lavorare stanca”. Colpisce che, mentre tutti si affannano alla ricerca di un posto, voi sosteniate che si lavora troppo.
Aumenta la disoccupazione, certo, ma molti sono costretti a lavorare troppo, in condizioni pessime. La maggior parte dei lavoratori non hanno possibilità di scelta: devono passare nove-dieci ore in un ufficio per arrivare a fine mese. E la loro vita passa così.

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