Il Cile: "Torno a cantare la mia generazione precaria"

Scritto da  Martedì, 30 Settembre 2014 

Era "morto a vent'anni", come recitava il titolo del suo primo disco. Oggi Lorenzo Cilembrini, in arte il Cile, rinasce con il suo nuovo album, "In Cile veritas". Un lavoro che non rinuncia alla sua caustica descrizione di una generazione, quella dei trentenni, in crisi (non solo economica). Ma che allo stesso tempo getta i semi per superarla ed entrare nell'età matura. Ce lo presenta lui stesso in questa intervista.

 

Lorenzo, "Siamo morti a vent'anni" era il disco che riassumeva la tua adolescenza e la tua giovinezza. "In Cile veritas" è l'album della maturità?
"Se il primo disco era mosso da un'urgenza espressiva, a volte violenta e rabbiosa, di vomitare parole e renderle taglienti, questo nuovo album è ancora legato a un certo stile urticante, ma ora la mia visione è più meditata. E squarcia le nubi verso una speranza che si esplica nel pezzo finale, 'Un'altra aurora', un inno alla speranza umana amorosa".

A cambiare la tua prospettiva è arrivato nel frattempo anche il successo. Come ha modificato la tua vita?
"Ho cercato di vivere tutto in maniera molto concentrata, di produrre piuttosto che fermarmi a fare i conti. Ho cercato di apprendere molto dai lavori in studio e dalle collaborazioni che mi hanno arricchito e portato ad approcciarmi al secondo album, un onere che può portare una certa ansia, con una visione del lavoro molto lucida e con pochi pensieri turbati. Che poi io riversi nella musica turbamenti, paure, gioie, dolori, disillusioni fa parte del mio stile ed entra in contatto con miei coetanei, che ci si riconoscono spesso e me lo trasmettono quando mi scrivono nei social. Mi considero la stessa persona di prima ma con una visione più nitida di questo mestiere."

Come hai detto, il tuo successo è anche frutto della tua capacità di raccontare la tua generazione. Se dovessi riassumerla in una parola, quale sceglieresti?
"La parola precario, per quanto abusata, riassume bene noi trentenni. Non riguarda solo la situazione economica e lavorativa, ma in modo più universale i rapporti umani, la cultura, le certezze scemate progressivamente dall'infanzia all'adolescenza fino alla prima età adulta, molto spesso per via di situazioni contingenti e non necessariamente di colpe soggettive. Allo stesso tempo non vedo, come spesso i media cercano di mettere in luce, un nichilismo e un immobilismo totale: vedo un desiderio di rivalsa, che però va incanalato nel modo giusto, mentre spesso i mezzi non sono adatti. Non vedo vittime e succubi, vedo un sacco di fermento e di energia che prima o poi risolleverà tuto il sistema collassato su se stesso."

I giovani che racconti sono anche molto soli, come se nonostante la tecnologia ci desse più occasioni di dialogare, dall'altra parte non si trovi più un interlocutore disposto ad ascoltarci. Perché?
"I rapporti sociali sono un esempio di precarità empatica. Anche a me piace dialogare con i fan con i social, ma se vogliono davvero conoscermi devono venire sotto il palco, vedermi sudare e poi fare due chiacchiere. La vita reale è questa, non vedere un concerto su YouTube o passare le ore a chattare. Questo mio concetto di solitudine riguarda anche il ruolo del musicista, che oggi è più lontano dalla folla. La vita reale è del tutto differente da quella che si vive davanti a uno schermo."

Oggi non siamo più abituati a viverla?
"Specialmente le generazioni più giovani no. Il mondo virtuale è una sorta di coperta di Linus, una protezione. Che fa esprimere in modo diverso anche atteggiamenti biechi che normalmente non si avrebbero. Quando mai si vede entrare una persona in un tabacchi e insultare il commesso mentre gli si chiedono le sigarette? Tramite l'anonimato succede che le persone a cui non piaci possono arrivare a te, personaggio pubblico, usando modalità aggressive. Manca un notevole anello di congiunzione tra virtuale e reale e c'è il rischio di vivere parallelamente una vita virtuale che ci soddisfa e una vita reale mediocre."

Ma torniamo a "In Cile veritas". Qui hai parlato di un esito finale legato alla speranza. Da cosa nasce?
"Nel mio caso da un percorso mio fatto di piccole conquiste che mi hanno dato una forza che prima non avevo. 'Siamo morti a vent'anni' è un disco molto travagliato che prende una decade della mia vita in cui io sono realmente morto: nelle certezze e nei sogni che crescendo, attraverso le porte prese in faccia, si perdono. Ma questi segni e queste cicatrici vengono rielaborate e tornano in circolo con l'amore. Un amore differente, che non ti carbonizza in modo immediato ma brucia a fuoco lento. Sta a noi far sì che questa fiamma ci faccia luce."


Intervista di: Fabrizio Corgnati

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