I Decibel e il gusto di suonare dal vivo

Scritto da  Sabato, 10 Febbraio 2018 

Enrico Ruggeri torna a Sanremo con grande entusiasmo assieme al suo gruppo storico dei Decibel, con "Lettera dal Duca", e ha detto “se qui ci sono già stato, e vincitore due volte, in questo frangente suonando con i miei amici e con Midge Ure ho provato una grande emozione". La soddisfazione forse è dovuta anche alla fresca nomina, conferitagli dal conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, alla cattedra di storia di musica italiana del Dopoguerra. “E’ interessante che in un luogo deputato alla musica classica si possa raccontare il rock perché significa che il solco tra le varie categorie della musica si è annullato.”

 

Come sono oggi i Decibel rispetto al 1980 quando siete arrivati a Sanremo con il brano "Contessa" arrivato in finale?
“Allora eravamo dei marziani. Contaminati da Londra, che è sempre il nostro riferimento, a cominciare dal look, eravamo davvero diversi dagli altri, anche in termini di testo. Probabilmente anche con un pizzico di presunzione, pensavamo che forse il pubblico italiano non fosse in grado di capirci. Oggi siamo certamente meno presuntuosi anche se sentiamo di avere sempre delle proposte di musica innovativa, rigorosamente suonata dal vivo, un po’ diversa da quello che rappresenta il panorama nazionale.”

Qual è l’ingrediente della novità oltre la musica?
“Per inventare bisogna amare la musica volando più in alto della strategia di marketing. Ormai invece si costruisce a tavolino la carriera. Sicuramente è utile ascoltare cercando strade e ambiti diversi e per questo cerchiamo di mantenere un filo diretto con il mondo londinese e di non perdere la passione di suonare dal vivo come abbiamo sempre fatto quando eravamo compagni di liceo.”

Nel tour che partirà ad aprile suonerete tutto dal vivo?
“Sì, com’è già successo, senza computer, né basi pre-registrate, e senza maxi schermi alle spalle e ballerine. Ormai il pubblico si è abituato ad andare a eventi musicali che è improprio definire concerti. Quasi quasi lo stesso cantante mima la parola ma non si dice a differenza dell’etichettatura che si mette sui prodotti alimentari o dell’asterisco vicino al pesce in un menu se è congelato. Ecco perché la cosa che ci ha fatto più piacere l’anno scorso durante un concerto a Milano dove c’erano gli sponsor è che ci abbiano detto che non sembrava un concerto italiano. E’ stato un grande complimento.”

Enrico, hai iniziato con i Decibel, poi un lungo percorso da solista e un ritorno al gruppo. Cosa hai recuperato della musica ‘in comune’?
“Io sono al trentaduesimo album e sono soddisfatto; anche a Sanremo sono stato tante volte - nel 1984 con "Nuovo swing", 1986 con "Rien ne va plus", 1987 con "Si può dare di più", 1993 con "Mistero", 1996 con "L'amore è un attimo", 2002 con "Primavera a Sarajevo", 2003 con "Nessuno tocchi Caino", 2010 con "La notte delle fate", 2016 con "Il primo amore non si scorda mai "- solo che ad un certo momento da soli, nell’isolamento della scrittura e dello studio, si rischia di adagiarsi su se stessi e di essere ripetitivi. Ora ho ritrovato una freschezza compositiva. Non è un caso che nel nuovo album "L’Anticristo" la maggior parte delle musiche non siano mie.”

Cosa racconterà questo album dal titolo forte?
“Va precisato che non si tratta dello stesso concetto diabolico del mondo heavy metal, ma in questo caso si tratta di un club di manager di altissimo livello che governerebbe il mondo decidendo dalle guerre che verranno combattute ai presidenti degli Stati da eleggere fino alla musica da ascoltare. Il messaggio è un’allerta, un modo di mettere in guardia le persone sulla realtà che spesso è diversa da quella che appare, perché c’è un tentativo collettivo di manipolazione per abbassare il livello medio di consapevolezza della gente e la capacità di decidere autonomamente. Nel disco c’è una tastiera massimo due, un paio di chitarre, al massimo tre, perché ogni tanto suono anch’io, e una batteria perché abbiamo un batterista. Niente di sovrapposto. Dal vivo si ascolta la stessa musica registrata, senza trucchi e senza inganni.”

Enrico Ruggeri, da uomo di televisione, concordi con questa idea di un Sanremo meno televisivo ma più raccontato?
“Stando qui è difficile dare un giudizio perché si vedono degli stralci e si è coinvolti. Sicuramente è un festival improntato al rispetto della musica, probabilmente proprio perché il conduttore è un musicista e quindi comprende lo stato d’animo.”

Intervista di: Ilaria Guidantoni

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