Grenouille: dal punto di vista del grunge

Scritto da  Venerdì, 12 Dicembre 2008 

Grenouille: dal punto di vista del grungeGrande lucidità e voglia di arrivare del gruppo lombardo Grenouille, sempre in bilico tra miti del passato e rivoluzioni musicali future. Parla per noi Marco Bugatti, leader del gruppo, all’indomani del loro esordio discografico “Saltando dentro al fuoco”.

 

Da dove viene il nome "Grenouille"? Mi fa pensare a un tale personaggio di un tale libro…

Sì, “Il Profumo” di Suskind. L’abbiamo scelto sia per via del personaggio, che a nostro parere ha un fascino maledetto molto particolare, e anche perché in questo nome c’è un riferimento a uno dei nostri dischi preferiti, che è “In Utero” dei Nirvana, dove c’è una canzone ispirata proprio a Grenouille: “Scentless Apprentice”, quella che comincia con quel picchiatissimo giro di batteria…

Il vostro è un esordio piuttosto convincente e solido. Quanto vi lusinga essere accostati stilisticamente a gruppi come Nirvana o Soundgarden?

Parecchio. Quella è la corrente musicale alla quale ci ispiriamo fin da quando eravamo ragazzi, e mai avrei pensato di arrivare un giorno a rispondere a una domanda come questa. Il Grunge è stata l’ultima rivoluzione generazionale del Rock ‘n’ Roll, e sentire accostato il nostro nome ai Nirvana, con la serietà con cui lo stanno facendo ultimamente, per me è un sogno che si avvera. Le rivoluzioni forse non si possono più fare, soprattutto in Italia, ma la cosa vuol comunque dire che il nostro disco è stato preso molto seriamente, e di questo sono grato a tutti quanti abbiano avuto voglia di ascoltarlo e di capire cosa avevamo da dire.

A proposito di “In Utero”, il nome Steve Albini vi dice niente?

Eh sì, ma purtroppo noi non avevamo qualcuno come Steve Albini che ci facesse da tecnico del suono, e forse quello è il motivo per cui il nostro disco in questo senso si discosta da quelli dei Nirvana, il che, detto per inciso, è anche un bene. Se dobbiamo ringraziare qualcuno a livello di suono, dobbiamo ringraziare Dario Ravelli, personalità che ha lavorato con nomi quali Van de Sfroos, Verdena, e che ha creduto in noi seguendoci per un mese nelle registrazioni di “Saltando dentro al Fuoco” (del 2008, ultimo lavoro della band - ndr) e mettendoci a completa disposizione il suo studio a Bergamo.

A questo punto vi chiedo quali sono i vostri riferimenti musicali più importanti.

Clash, Pixies, Pearl Jam, Alice in Chains, Sex Pistols, e per quanto riguarda il modo di raccontare storie anche un pochino Jannacci o Vasco Rossi.

Cosa significa per voi e in genere al giorno d'oggi il termine "grunge"? È possibile proporre ancora musica cosiddetta "grunge"?

Il Grunge è stato un periodo d’oro del Rock ‘n’ Roll nella sua espressione più pura. Agli inizi degli anni 90 sembrava che tutti ascoltassero Rock, e questo perchè i gruppi che giravano allora avevano una fortissima carica e una comunicazione vicinissima alla gente e ai ragazzi. Il Grunge aveva una semplicità spiazzante e una immediatezza che recuperava il concetto musicale come momento di aggregazione e di comunicazione di un messaggio. Ogni gruppo di quelli che si ascoltavano in quel periodo erano forti di una filosofia di vita che andava contro a una concezione di musica come mercificazione o all’artista piegato ai media che lo usano per vendere un’immagine stereotipata. Le canzoni avevano ancora il coraggio di dire qualcosa per quanto potesse essere scomodo o al limite dell’accettabile. Ti davano un punto di vista. Ti raccontavano una storia. Erano poesia. In questo senso si andava a riprendere il concetto musicale degli anni ’60 e ’70, quando le innovazioni erano veramente qualcosa di nuovo che partiva dal vissuto e dall’esperienza di vita di chi era sul palco. Questo concetto, in maniera più sprezzante e abrasiva, c’era anche nel movimento Punk di fine anni ’70, che è in questo nostro disco, l’altra fonte di ispirazione.

Perchè cantare in italiano? Perchè rinunciare a farsi capire, che so, in Olanda o in Germania piuttosto che cantare davanti a folle sempre, più o meno, risicate o impreparate (e non ve lo auguro, di tutto cuore) presenti qui da noi?

Io non mi sono mai sentito inglese o tedesco. Penso che il carattere di una persona sia necessariamente influenzato dal posto in cui si trova e anche se non te ne accorgi mai fino in fondo, il tuo immaginario è legato alle influenze culturali che hai dovuto subire. La decisione di cantare in italiano nonostante la cosa sia dieci volte più difficile, è una scelta d’onestà nei confronti di chi ti ascolta. È la voglia di dimostrare che puoi colpire l’immaginario delle persone in maniera diretta anche con la lingua italiana senza risultare per forza di cose ridicolo o una brutta copia di chi c’è stato in precedenza, il quale rischio secondo me è il motivo principale per cui le persone al giorno d’oggi decidono di scrivere in inglese, dando poi come scusa il fatto di voler farsi ascoltare all’estero. Ma dove cazzo volete andare, qui siete nati e qui morirete. Cominciate a cercare di esprimervi qua, in un paese dove è già qualcosa se la gente capisce l’italiano, figurarsi l’inglese. E allora vedrete che se date alle persone qualcosa che le tocca davvero il cuore, saranno sempre meno risicate o impreparate. Il problema è che questa cosa nessuno è più disposto a farla. Tutti dicono che qui fa schifo e se ne vogliono andare, vogliono vendere nel mercato estero perché qui non c’è interesse, etc. ma nessuno è disposto a cercare di cambiare le cose qui. Ho esagerato?

Bello sfogo, non c’è che dire! Penso, però, che al di là della mia provocazione in fondo sia più una questione di gusto e di praticità nella scrittura se scegliere di cantare in italiano o meno, non credo agli estremismi né tanto meno al campanilismo in musica. Alleggeriamo un po’ l’atmosfera, mi piacerebbe conoscere più da vicino il vostro primo full-lenght "Saltando dentro al fuoco": come sono nati i pezzi e quanto è stato difficile tenere ben incollato il tutto?

I pezzi sono nati con un lavoro di molti anni, scartando tantissime canzoni che non ci sembravano adatte per il disco. Abbiamo deciso di non far uscire questo album finchè non fossimo stati sicuri di essere riusciti a dare il nostro messaggio per intero e ad esprimere appieno le nostre personalità musicali. Alcuni pezzi sono recenti, come “La Terza Guerra Mondiale”, ma altri come “Otto buoni modi” o “Saltando dentro al fuoco” (era un mio vecchio pezzo in inglese di quando avevo 19 anni)  sono canzoni mie o di Giuseppe scritte parecchio tempo fa e riadattate  con testi in italiano. In più in questi anni il disco ha dovuto sopravvivere ai miei vari spostamenti in Lombardia e a Chiasso, durante i quali non abbiamo mai perso i contatti e abbiamo continuato a scrivere assieme, e anche a un cambiamento nella formazione che ha visto andarsene Fabio Giussani (“Arturo Fiesta Circo”) e prendere il suo posto il nostro Andrea. Tutto questo ha rallentato di molto il lavoro ma è sicuramente servito per farci raggiungere l’espressione giusta per questi dieci pezzi.

Siccome date molta importanza alle liriche, tanto più perché scritte in italiano, mi domando se possa esserci qualcosa nei vostri testi che non sia stato ancora compreso fino in fondo?

I nostri testi sono interpretabili su più livelli. “Io, te, Milano e l’anoressia” è una storia che finisce, ma anche l’incapacità di assimilare le cose e imparare dai propri errori, ritrovandosi così a fare sempre gli stessi sbagli, e a cadere sempre in basso finché non tocchi il fondo e ti rialzi, e nella canzone mi chiedo il perché di questo mio limite. “Saltando dentro al fuoco” è un ritratto di Milano ma anche una canzone che esprime il desiderio di vedere la gente partecipare a un movimento musicale e utilizzarlo come sfogo e liberazione per quello che deve subire nella vita convenzionale, perché se vivi in città devi bruciarti per sentirti vivo, sei come anestetizzato. “Un grave danno” è il cambiamento adolescenziale che ti porta a intuire la tua propria visione delle cose e a domandarti quanto il tuo modo di pensare fino ad allora (un concetto molto bello, ma forse sbagliato) possa esserti stato inculcato da altri ed averti rovinato il cervello; dalla mentalità del posto in cui vivi da chi ti ha cresciuto (prendendo come simbolo di questa cosa il disastro di Seveso del 1977), ma descrive anche un viaggio sotto Lsd  (che a volte può darti un’Epifania di questo tipo). “Babilonia” è una storia vissuta con una ragazza molto diversa da me, con la quale ci sono state delle incomprensioni di fondo, ma è anche una canzone contro la famiglia convenzionalmente vista come traguardo obbligato a cui la società spesso cerca di convincerti a tendere per forza, e che a volte ti lascia infelice. Il messaggio è: non per tutti vanno bene le stesse cose, prima di ritrovarti infelice prova a chiederti cosa è giusto per te e cerca di ottenerlo, nessuno può saperlo se non tu. In “La Giò ed Io”, parlo di marijuana e mi prendo in giro per come l’abbia usata per un periodo della mia vita come un sostitutivo di una relazione con una donna (“fammi entrare nel tuo tubo”, citazione degli Articolo 31) che non volevo avere sul serio, ma alla fine dico anche che a volte è meglio così, piuttosto che piegarsi alla visione convenzionale delle cose che vede la vita come una continua competizione. Allora io e la Giò diventiamo la vera forza (mentre comunemente dove c’è un concetto di forza c’è anche un concetto di competizione) e ce ne freghiamo della scalata per il successo o per la vittoria (simboleggiata nella seconda guerra mondiale con la corsa alla Bomba Atomica). In pratica è un pezzo pacifista contro la competitività mentre i miei amici ancora mi chiedono “oh ma chi è sta Giò, non me l’hai mai presentata”. “La mia Pic Cola” è un parallelismo tra la mancanza di sentimento per una ragazza che da te vuole solo dipendenza e la dipendenza dalla cocaina, droga molto ma molto pericolosa. Tuttavia devo dire che, leggendo le recensioni del nostro disco, molti messaggi sembrano essere comunque passati e ne sono felice.

E allora continuo: il brano più sentito e quello più tormentato, e ovviamente anche il perchè.

Il brano più sentito è “Saltando dentro al fuoco”, perché riesce ad essere graffiante e dolce allo stesso tempo e perchè trovo sia un susseguirsi ben riuscito di immagini molto evocative. Il più sofferto è la “Mia Pic Cola”, per ovvie ragioni, ma anche perché è il brano per il quale abbiamo impiegato più tempo per dargli la forma e l’espressione che volevamo.

Cosa significa per voi registrare per un'etichetta, a differenza di un gruppo che preferisce autoprodursi?

Il nostro lavoro è al cento per cento un’autoproduzione. L’unico aiuto che abbiamo avuto ci è stato dato da Dario Ravelli che, credendo nel progetto, ha messo a nostra disposizione il suo studio di Bergamo per un mese a un prezzo di favore, per cui al massimo si può parlare di una co-produzione con lui. Tuttavia non ha minimamente influito nelle decisioni artistiche della band. La “Via Audio Records” è l’etichetta fondata dai nostri amici subito dopo la registrazione del disco, con l’intento di promuovere seriamente e senza stare alle dipendenze di nessuno i bravi artisti che ci sono nella nostra zona, come Sergio Arturo Calonego o gli AIM. Questo anche dopo aver ricevuto numerose risposte negative da varie etichette convenzionali che ci dicevano puntualmente che il lavoro era molto bello ma che purtroppo non avevano tempo né voglia di investire su un gruppo nuovo. Purtroppo al giorno d’oggi se vuoi arrivare a suonare per qualcuno, devi avere alle spalle una struttura che riesca a stringere e gestire i contatti con locali, giornali e su internet. Noi ce la siamo creata da soli, e poi abbiamo contattato Lunatik e Jestrai che, credendo nel nostro lavoro, ci hanno dato una mano. Nessuno ha mai tirato fuori soldi per noi. Fino ad ora.

Dedicate un piccolo pensiero alla scena musicale italiana odierna.

La scena musicale italiana odierna, ad eccezione di poche perle rare, è pedante, stagnante e controllata ancora dalle grandi multinazionali e dai media e organizzata suo malgrado per semplificare e far scemare l’interesse nei confronti della musica. Infatti, coi loro artisti,  si stanno già mettendo a vendere vestiti.

Ritenete importante il contatto con il pubblico dal vivo?

Assolutamente si. Un bello spettacolo dal vivo è un’opportunità in più per far passare il proprio messaggio. Io penso che il concerto sia un grande momento di aggregazione e il momento in cui le barriere tra artista e ascoltatore cadono completamente (o quasi).

Ho una curiosità: se poteste scegliere, con chi vi piacerebbe o vi sarebbe piaciuto suonare insieme?

Abbiamo già avuto il piacere di suonare assieme agli Io?Drama, Linea 77 e Arturo Fiesta Circo; a me piacerebbe aprire suonare con Bugo, penso che Andre ti risponderebbe Verdena, o probabilmente Afterhours, non so… forse mi piacerebbe conoscere tutte queste persone prima di dirti con chi avrei voglia di fare un concerto.

Solitamente preferite dare un taglio diverso ai brani sul palco o cercate sempre di essere fedeli alle registrazioni?

Abbiamo registrato il disco perché fosse il più possibile fedele al suono dei live. Le parti strumentali sono state registrate in presa diretta (un po’ come fanno i Pearl Jam nei loro dischi) e le sovraincisioni sono state usate solo per fare delle piccole aggiunte o delle correzioni, dato che ormai una certa qualità è richiesta e noi non siamo certamente gente con una impostazione accademica. Anzi. Sul palco giochiamo di più con le pause e con le attese anche all’interno dei pezzi. Per far divertire un po’ il pubblico. 

Condivido molto il vostro approccio alla registrazione. Quali saranno i vostri impegni live nel prossimo futuro?

Per chi è di Milano suoniamo alle Scimmie il 26 Dicembre (S. Stefano) e alla casa 139 con i pezzi riarrangiati in acustico l’8 gennaio, oppure a Palazzo Granaio il 14 Febbraio. Altrimenti siamo in trasferta a Iesolo il 12 Dicembre all’Adiamo.

Ultima domanda: doveste giudicarvi dall'esterno, che voto dareste oggi ai Grenouille? E un voto per domani?

Oggi: 6 e mezzo. Domani: n.c.

Ma non sarete un po’ troppo severi? Grazie per la schiettezza e speriamo di incontrarci presto da queste parti, a Roma o dintorni.

Prego e, anzi, grazie a voi per lo spazio che ci avete dedicato.

 

VIDEO DI "SALTANDO DENTRO AL FUOCO" Regia di Michel Domaine

 

Intervista di: Fabrizio Allegrini

Recensioni correlate: Cd Saltando dentro al fuoco

Grazie a: Marco Bugatti, Grenouille, Ufficio Stampa Lunatik

Sul Web: MySpace

 

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