Scale bianche e nere con Giovanni Allevi

Scritto da  Domenica, 04 Marzo 2018 

La vocazione alla “rottura” con l’accademia, senza il gusto della provocazione ma nel dialogo costante con la musica, fatta di emozioni e di grande disciplina, che Giovanni Allevi coltiva con umiltà, curiosità e anche uno sguardo timidamente divertito. Abbiamo incontrato Allevi sul treno di ritorno dal Festival di Sanremo, al suo rientro a Milano dove vive, dopo la maratona nella Giuria degli Esperti per le serate finali della manifestazione musicale.

 

Quando e come è arrivata la vocazione musicale?
“Il primo ricordo risale a quando da bambino, durante una lezione di pianoforte, osai modificare a modo mio il finale di una sonata di Mozart. La mia insegnante inorridì e mi tirò lo spartito in testa. Un segnale inequivocabile da parte del mondo accademico, il primo screzio di un conflitto che si sarebbe allargato a dismisura.”

Il suo percorso di formazione è stato non lineare ed articolato: com’è scaturita la scelta professionale di dedicarsi alla musica?
“È come se avessi evitato fino all'ultimo di essere un compositore, cioè una disciplina verso la quale ero stato indotto a sentirmi in colpa. Ma ogni altra strada che intraprendevo conduceva ad una porta chiusa: il cameriere, l'insegnante di sostegno, l'insegnante di pianoforte, il professore di Filosofia al liceo. Molti anni dopo, è stato a Shanghai che ho visto il primo teatro pieno di gente accorsa per me, ad ascoltare la mia musica.”

L’attività creativa e quindi poi concertistica è stata la prima e unica strada?
“La mia è una storia lunghissima. In un periodo addirittura ho lavorato scrivendo musica per alcuni spot pubblicitari radiofonici. Ho anche diretto per anni un coro polifonico, oppure tenuto seminari sul rapporto tra musica e illusioni ottiche. Ma non avrei mai immaginato che il mio sogno si sarebbe realizzato: comporre musica e condividerla col cuore degli ascoltatori, sul palco.”

La sua musica racconta prima di tutto emozioni o storie, o i due aspetti si legano?
“Note. Io sono una persona emotiva a cui forse manca l'immaginazione. Eppure la musica che scrivo, mi dicono abbia una caratteristica peculiare, si esprime nella forma di un racconto, pur essendo priva di parole. Ebbene questi racconti pare investano gli ascoltatori di ondate di emozioni.”

Venendo al suo ultimo album, Equilibrium, quali sono gli elementi nuovi sia musicalmente sia nei temi, se ve ne sono?
“L'elemento peculiare è l'uso azzardato delle forme classiche dilatate, come nel Concerto per Pianoforte e Orchestra n. 1, o in molti altri brani di Equilibrium. Dico azzardato, perché nel mondo contemporaneo l'ascolto si è fatto semplice e contratto. Invece sono andato contro corrente, rischiando l'incomprensibilità e perché no, anche l'indifferenza del pubblico. Vedere poi tutti i concerti del tour presi d'assalto, è stata una gioia immensa.”

Qual è stata la prima ispirazione?
“Mentre vagavo per Singapore, in una pausa del tour in Oriente, sono giunte nella mia mente le prime note del concerto per pianoforte e orchestra, dopo mesi che mi arrovellavo inutilmente a cercare la melodia perfetta.”

Il secondo titolo dell’album denuncia un impegno sociale, di vicinanza, di pietas rispetto alla natura che sa essere terribile: è un tema nuovo per lei?
“Effettivamente sì. Ho un'indole silenziosa e riservata, che per timidezza spesso mi impedisce di gettarmi in prima linea là dove si verificano i grandi problemi. Ma per il terremoto ho fatto un’eccezione, avendolo vissuto direttamente. Centinaia di persone hanno perso tutto: familiari, case, lavoro. Il minimo che possa fare è continuare a mantenere alta l'attenzione sulla loro drammatica condizione.”

Il primo marzo ha ripreso il tour: per un compositore che tipo di emozione sono quella concertistica e il dialogo con il pubblico?
“È una felicità mista ad inquietudine. Fare il salto verso il cuore della gente per il tramite della musica, è un'esperienza sublime e spaventosa insieme. Ma so che per il tour c'è un'attesa spasmodica, come non avveniva da anni. Anche il lungo periodo delle critiche a me rivolte sembra aver fatto il suo corso. Sarebbe ingiusto non essere felici!”

Può dire che ci sia un pubblico di casa, un pubblico italiano e uno straniero anche se la musica è un linguaggio universale?
“Devo ammettere che ovunque nel mondo sia andato, il pubblico mi ha sempre fatto sentire a casa.”

Un giornalista cerca di raccontare il presente con lo sguardo rivolto al domani: quali sono i suoi progetti a breve?
“Sto leggendo un libro di Antonio Ricci, l'inventore di Striscia la Notizia, da cui ricevo un monito importante: mai dare il successo per scontato, impegnarsi sempre di più, dare sempre il massimo. Per questo sto lavorando in maniera maniacale alle partiture di Equilibrium, in vista di una futura pubblicazione degli spartiti. Non ce n'è una necessità immediata, ma ormai ho l'attitudine ad avere lo sguardo rivolto al dopodomani.”

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni
Sul web: www.giovanniallevi.com

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