Foxhound: non ci eleggiamo portatori di alcuna verità

Scritto da  Giovedì, 20 Settembre 2012 

Il 21 luglio 2012 ha avuto luogo la prima edizione del festival di musica indipendente A Night Like This, di cui SaltinAria è partner. Nella bellissima cornice naturale di Chiaverano, alle porte di Ivrea e a pochi chilometri da Torino, un evento musicale che ha coinvolto artisti più affermati affiancati a realtà indipendenti. Rispondono alle nostre domande i Foxhound, che hanno partecipato al Festival. I Foxhound sono quattro ragazzi di diciannove anni, che alla loro età ne hanno trenta. Sono quattro musicisti stranieri con cittadinanza italiana. Un live senza compromessi, che attraversa a sguardo fisso il mare di gruppi emergenti, puntando altrove, oltre confine, attraversandolo e arrivando a dimostrarci che si può essere stranieri in mezzo ai nostri simili senza rischiare di affogare. I Foxhound ci ricordano soprattutto che si può fare a meno di classificare in categorie di sorta tutto ciò che raggiunge il nostro orecchio.

 

 




Perché non apprezzate il fatto di essere categorizzate? Che paura c’è dietro questa parola? Per la vostra musica intendo.

Il fatto è che crediamo che si spenda poco tempo per scrivere della ‘buona musica’, ma si cerchi più quello che sta intorno, il cui fine è catalogare il risultato per incanalarlo dentro una corrente e rendere più facile la sua diffusione, anche se magari musicalmente (e quindi artisticamente parlando) c’è poco da dire. Non ci eleggiamo portatori di alcuna verità, ovviamente, ma crediamo si debba smettere di fare intrattenimento e cominciare a scrivere arte o cultura.

Cosa unisce i membri della Foxhound e come?

La Foxhound Crew è unita dall’amicizia, un profondo senso di alienazione e la passione sfegatata per tutto ciò che è naturale. Un gruppo funziona se gli intenti dei singoli componenti coincidono, e attualmente non vorremmo essere uomini, anche se magari non tutti nelle stesse misure.
Quali le vostre principali ispirazioni?
Crescere musicalmente, riuscire a suonare fuori dall’Italia, cominciare un processo particolare per cui si torni a fare musica in un determinato modo: quel modo ci sembra sia sparito. Soprattutto si cerca di avere successo, di piacere, non di comunicare qualunque tipo di sensazione analoga o differente. Fare musica sta significando quasi solo benessere. E non che noi non ci siamo addolciti molto per questo primo disco. Ma non è quella la strada che vogliamo perseguire a fondo.
Puntare oltre è un buon punto di partenza per poter avere successo: cosa vi aspettate dal panorama internazionale musicale indipendente?
Al momento ci aspettiamo poco: per problemi di soldi o di reale valore musicale.  Noi nel nostro piccolo attraverso WOODU, un collettivo che abbiamo formato a Torino, vorremmo invitare molti gruppi da tutta Italia, emergenti o poco conosciuti, e organizzare scambi-date con loro, al fine di conoscerci meglio e cominciare a capire realmente cosa ci sia nel giardino di fianco. Il sottobosco non conosce le realtà limitrofe, e dunque mancano in un secondo momento stimoli e punti di confronto. Manca comunicazione e unità. Sembra tutto molto diviso e dispersivo. Magari nessuno si interessa a queste genere di cose, e allora pace, ci si può fare davvero poco. Forse è un mistero che non si vive più.
Esiste un punto d’arrivo?
Bisogna mettersi d’accordo su cosa significhi ‘arrivare’: artisticamente parlando forse sì, perché può essere che uno non abbia più niente da dire, e arrivare al capolinea. Si può anche arrivare alla frutta, nel senso che si continua a scrivere dischi pessimi, ripetitivi e noiosi. E sarebbe meglio non farlo. Si può anche non partire mai, ma illudersi di averlo fatto. Diciamo che la strada è lunga, e non è il caso di chiedere a ogni curva: ‘siamo arrivati?’
Cosa avete di diverso dalle altre realtà musicali?
A parte il fatto che siamo molto più piccoli non moltissimo: forse abbiamo più ambizioni e siamo più precoci. Forse abbiamo ascoltato molto più di loro Beatles e Sonic Youth. Forse abbiamo condiviso più cose insieme, rispetto a loro. Forse siamo profondamente più scemi. Non sappiamo dirtelo: al momento conosciamo solo le realtà vicino a Torino, e rispetto a loro non abbiamo molte cose diverse, come probabilmente rispetto agli altri fuori dal Piemonte. Bisognerebbe vedere dov’è che vanno i sogni quando tutti quanti ci addormentiamo, per saperlo.
Come pensate vi abbia aiutato il festival “A night like this” nel diffondere la vostra musica? Cosa significa, per voi, aver partecipato?
Per noi è un piacere: conosciamo i gruppi e gli organizzatori da un po’ di tempo. E siamo rimasti felicemente in contatto con loro, quindi ci sentiamo comunque un po’ a casa. E’ stata un’occasione con cui inserirci nel pubblico di Ivrea, che un pochino abbiamo già conosciuto, ma forse dopo questa volta è ancora più vicino.
Cos’ha di diverso questo festival dagli altri a cui avete partecipato?
Ha una caratteristica fondamentale, che può essere sia analogia che differenza rispetto ad altri festival: è interamente autorganizzato. E ci sembra una prova di grande forza e coraggio.


 

Intervista di: Simone Vairo

Grazie a: Foxhound, Angela De Simone (Ufficio Stampa)

Sul web: www.facebook.com/foxhoundfoxhound

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