Felpa: "La più grande 'Paura'? E' quella di restare soli"

Scritto da  Martedì, 20 Gennaio 2015 

Un titolo che più didascalico non si poteva. "Paura", il nuovo album di Felpa (alias Daniele Carretti, ex Offlaga Disco Pax), parla appunto della paura.

Di quella dell'artista e di quella di tutti noi. Della paura di restare da soli e allo stesso tempo della riscoperta del piacere di restarci. Un album figlio di quelle stesse sensazioni complesse già scoperte nella sua opera di esordio, "Abbandono", ma allo stesso tempo molto diretto, quello che esce il prossimo 2 febbraio. In cui ciascuno di noi potrà ritrovare un pezzo di sé. Ecco, in questa intervista, come lo racconta il suo autore e interprete.

Dopo l’“Abbandono” del primo disco, in questo ti dedichi alla “Paura”. Anche tu sei convinto, come recita un aforisma inglese, che “tutta la buona arte venga dalla sofferenza”?
"Non credo che tutta la buona arte venga dalla sofferenza: credo che abbia un ruolo importante il vissuto e il modo in cui lo si riesce a trasformare in qualcosa che ci rappresenti e che ci possa in un certo senso fare stare meglio. La paura, come l'abbandono, sono sentimenti e parti di vissuto che bene o male tutti abbiamo provato. Nel mio caso il riuscirne a scrivere e a suonare è stata una sorta di 'terapia': era importante metterli lì e fissarli con suoni e parole. Come Tenco un tempo rispose alla domanda 'Perché scrivi solo cose tristi?', 'Perché quando sono felice esco', non mi verrebbe mai in mente di scrivere una canzone su momenti felici. O meglio, non credo ne sarei capace e ne sentirei il bisogno."

La paura, soprattutto quella del futuro, è una sensazione tristemente d’attualità. Quali sono le paure che maggiormente attanagliano la nostra società?
"Credo che, senza entrare in discorsi socio-politici che eviterei, la maggiore paura di oggi sia il rimanere soli. Tra Internet, il cellulare, il lavoro, il voler a tutti i costi fare mille cose e l'avere mille interessi siamo volontariamente sempre insieme a qualcuno. Si cerca sempre il contatto e l'approvazione altrui, creando un'illusione di 'compagnia' che però è irreale e ci porta a disabituarci a noi stessi. Viviamo di riflesso agli altri, sempre. Ci spaventa anche solo l'idea di poter rimanere soli per più di cinque minuti."

Eppure il disco sembra avere uno sviluppo positivo, dal “Buio” del primo brano alla “Luce” dell’ultimo. Dobbiamo leggerci un fondo di ottimismo?
"L'evoluzione della paura iniziale, quella del rimanere soli appunto e che nasce dall'abbandono, si risolve nell'accettazione proprio della solitudine. Il riscoprire il piacere dello stare soli e il riuscire a vedere uno spiraglio di luce in un continuo cercare altro da altri. Quindi sì, alla fine c'è un fondo di ottimismo. Cinico, chiaramente, ma sempre di ottimismo si tratta."

Questo disco, come il precedente, è stato registrato non in studio, ma interamente in casa tua. Ci puoi raccontare meglio come funziona il tuo processo creativo?
"Solitamente appena ho un brano nuovo o un'idea di brano nuovo, cerco di registrarlo e di fissarlo il prima possibile. Avendo la possibilità di farlo in casa è quasi automatico, tempi permettendo, e questo è molto importante per me, per riuscire a capire meglio suoni, atmosfere e come portare il brano a una sua forma finale. Al momento di mettere tutto in fila poi mi prendo i miei tempi per capire, registrare altre parti, ricantare, riarrangiare. Ho bisogno di poter stare su un brano, se necessario, anche una settimana, e questo lo studio non me lo permette, per ovvie ragioni di budget. Anche se posso preprodurre tutto in casa e poi riregistrare in studio un'idea definita, preferisco non dover andare in un posto che mi obbliga a guardare l'orologio in continuazione per rientrare in un budget e un lavoro predefinito. Lavorare con i miei tempi, visto che oggi la tecnologia lo rende possibile, è per me importantissimo. Poi per quanto riguarda il mix, chiaramente un orecchio esterno è sempre molto importante, e lì entrano in campo altre variabili che da solo e in casa non posso e non voglio risolvere."

Dici che la tua ispirazione nasce dalla musica italiana e inglese degli anni ‘90. Dopo la deprimente onda nostalgica degli anni ‘80, stiamo finalmente avvicinandoci a un ritorno dei Nineties?
"Beh, la musica italiana e inglese degli anni '90 da cui traggo in parte ispirazione è figlia di quella deprimente e oscura degli anni '80, che per me è ancora fonte di tutto o quasi. Il ritorno dei Nineties comunque credo sia già in atto da un po', basta guardare a tutto questo entusiasmo per la musica shoegaze inglese che fino a quattro o cinque anni fa pareva che nessuno ricordasse o conoscesse. Adesso invece tutti intenditori e fan del primo momento..."

Insieme al singolo “Inverno” esce anche una tua cover di “Rimmel”, di Francesco de Gregori, in questo caso non molto anni ‘90. Come mai hai scelto proprio questo pezzo?
"Fare una cover deve mettere nell'ottica di portare un brano verso una propria interpretazione, riuscire a farlo proprio. Se coverizzassi un brano anni '90 o '80 dovrei essere sicuro di poterlo stravolgere o farlo mio in maniera totale, altrimenti rifarlo uguale che senso avrebbe? C'è già l'originale. Ma a prescindere da quando è stata scritta e registrata, ho fatto anche una cover di 'Armstrong' degli Scisma. 'Rimmel' è una delle poche canzoni italiane che ho sempre desiderato risuonare, portare a una mia visione di suoni ed atmosfere: una bellissima canzone di amore finito e volendo di rassegnazione. Credo di aver raggiunto il mio obiettivo e sono molto felice di aver dato una mia visione al brano."


Intervista di: Fabrizio Corgnati

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