Dead Cat In A Bag: passione e compulsione

Scritto da  Sabato, 02 Luglio 2011 

Dead Cat In A Bag intervistaPochi gruppi in Italia come i Dead Cat In A Bag sono riusciti a mettere d’accordo un po’ tutta la critica specializzata; la parola d’ordine è Blues, quello vero, sudato e strascicato dell’America profonda. “Lost Bags” apre una nuova pagina nella scena italiana e per questo abbiamo deciso di fare due chiacchiere con i padri fondatori di questa miscela insolita dalle nostre parti. Hanno risposto alle nostre domande Luca Andriolo e Roberto Abis.

 

 

Lost Bags” è uno dei dischi sorpresa del 2011; se si aggiunge che è un esordio, la cosa si fa più intrigante, il fascino aumenta e la curiosità trasborda: ve lo aspettavate?

Luca: Sinceramente, no. Non lo speravamo nemmeno. In verità già riuscire a pubblicare il disco ha superato le nostre aspettative… e l’accoglienza, poi, è stata davvero inaspettata.

Roberto: Sono pienamente d’accordo con Luca. Oltretutto, quando abbiamo cominciato a fare brani assieme volevamo solo divertirci un po’, senza troppi pensieri e preoccupazioni.

Voi siete nati come un “duo intimista”, poi si sono aggiunti compagni di viaggio di tutto rispetto: come nascono i brani dei Dead Cat In A Bag?

Luca: Nascono in vari modi e i modi stessi sono in divenire. Per generalizzare, all’inizio io scrivevo testi e musica e poi Roberto ed io curavamo arrangiamenti e registrazioni. Poi lui ha iniziato a scrivere parte delle musiche o a portare partiture già finite, poi gli arrangiamenti hanno iniziato a essere sottoposti direttamente agli altri strumentisti man mano che si avvicinavano al progetto… Non c’è uno schema fisso. L’unica cosa ferma è, se vogliamo, il testo (che può essere scritto prima della musica, ma anche dopo o contemporaneamente) e le sue necessità.

Roberto: Aggiungerei ancora che, da un punto di vista strettamente sonoro, non esistono preclusioni di sorta. Spesso facciamo ricorso a elementi musicali totalmente estranei all’ambito a cui, a oggi,  siamo stati accostati; il tutto viene poi filtrato dalla nostra sensibilità individuale fino a trovare un compromesso che soddisfi entrambi.

Lost Bags è il disco italiano meno italiano che si sia ascoltato negli ultimi anni, ma di cui noi “Italiani” siamo molto fieri; se qualcuno dicesse che siete troppo esterofili, vi offendereste?

Luca: No. Perché non significa necessariamente essere provinciali. In verità abbiamo scelto di usare direttamente l’inglese, piuttosto che violentare l’italiano con cadenze o espressioni improbabili. È un fatto di rispetto, quindi, oltre che di coerenza e – diciamolo – di universalità. Avrei problemi a cantare in italiano perché pronuncio molto male la erre!

Roberto: Eppure, c’è molta italianità in questo disco, forse più di quanta ne venga percepita. Mi riferisco in particolare a una certa “melodicità”, che emerge più dall’uso degli strumenti che dalla voce. Del resto, non è un caso se tra le cover che proponiamo dal vivo c’è anche un brano di Modugno, ma con il testo “riconvertito” nell’originale shakespeariano.

Le influenze che si percepiscono nei vostri brani sono disparate (Calexico, Tindersticks, Tom Waits, Nick Cave, Beirut, Vinicio Capossela, Johnny Cash), per sintesi ho pensato all’America con vista sui Balcani… mi sono avvicinato ai vostri territori?

Luca: Sì. Ovviamente dall’interno le cose sono meno definite. Alcuni nomi sono esattamente quelli che, in anni di ascolti, ci hanno spinto a suonare in un certo modo, altri mancano. E alcuni altri ancora, paradossalmente, non sono tra i nostri riferimenti, mentre lo sono i loro precursori, o magari persino i loro emuli e discendenti. L’importante è saper spendere e tributare i propri omaggi senza invischiarsi troppo nel derivativo o nella citazione. Per tornare alla domanda: personalmente io non ascolto molto Capossela e Beirut l’ho scoperto dopo un bel po’ che i Dead Cat suonavano come suonano. Gli altri nomi sono tutti giusti, e aggiungerei ancora i Pogues, Bonnie Prince Billy, Mark Lanegan, ma anche Roger Waters… e poi, ovviamente, ogni persona coinvolta nel progetto ha i suoi ascolti personali.

Roberto: senza voler aggiungere nomi, posso solo dire ci sono anche altre influenze – alcune delle quali davvero sorprendenti - e che difficilmente potrebbero essere ricondotte ai nomi appena citati…

Tre artisti da cui non si può e non si deve prescindere?

Luca: Banalmente: Bob Dylan, Tom Waits, Jacques Brel.

Roberto: Fatti salvi i nomi detti da Luca (Brel, in particolare), direi De André, Elvis e i Beatles. Concedetemi uno strappo, ricordando anche Scott Walker!

Cosa vuole significare oggi fare musica in Italia? Com’è stato l’incontro e il ritorno della Viceversa Records?

Roberto: Fare musica, in Italia e non solo, significa essere disposti a fare grandi sacrifici in nome di una passione e di una compulsione (perché chiunque faccia musica non potrebbe agire altrimenti). Significa, se si è fortunati, essere ripagati da belle parole e belle promesse, ma spesso senza poter suonare dal vivo in modo continuativo o rimettendoci ampiamente da un punto di vista economico. A volte, però, accadono anche eventi insperati, come nel caso del nostro incontro con la Viceversa. Grazie ad alcune date in Sicilia siamo entrati in contatto con Enzo Velotto, il quale inizialmente ci ha accompagnati dal vivo come batterista e successivamente ci ha proposto di pubblicare il nostro disco con la sua storica etichetta, riaperta proprio con l’uscita di “Lost Bags”.

Appurato il futuro incerto, presa coscienza del delirio in cui viviamo, su cosa puntano i Dead Cat In A Bag per poter continuare a fare musica?

Luca: Questa è una di quelle domande a cui non si può rispondere senza fare degli italianissimi scongiuri (non siamo tanto esterofili!): vorremmo suonare il più possibile, naturalmente, e al momento siamo già impegnati nella registrazione del secondo album. La nostra formazione live è multiforme, duttile, aperta e il progetto è allargato ed eterodosso. Per male che vada, ci divertiamo sempre. Chiedere di più è un rischio.

Roberto: Credo che la cosa migliore sia continuare a lavorare nel modo più serio possibile, senza pensare troppo alla situazione e alle circostanze attuali. Io continuo a essere convinto che in qualsiasi ambito della vita la serietà verrà ripagata, prima o poi…

 

 

DEAD CAT IN A BAG sono:

Luca Swanz Andriolo: voce, chitarre, dobro, banjo, mandolino, armonica, melodica, melodion, concertina, harmonium, fisarmonica, cookie-tin banjolaika, balalaika, chumbus

Roberto Abis: chitarre, lap steel, basso, tastiere, campioni, moog, trattamento del suono

Luca Iorfida: piano, fender rhodes piano, fisarmonica, vibrafono, bouzouki, organo, contrabbasso, sintetizzatori, strumenti MIDI, voci

Andrea Bertola: violino

Ivan Bert: tromba, flicorno

 

Intervista di: Giuseppe Bianco

Recensione DEAD CAT IN A BAG - Lost Bags (Viceversa Records/Halidon, 2011)

Video di “Wither” http://vimeo.com/19784031

Grazie a: Dead Cat In A Bag, Ufficio Stampa Barbara Santi

Foto tratte dal Profilo Facebook dei Dead Cat In A Bag

Sul web: www.myspace.com/deadcatinabag - www.viceversarecords.com

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