Daniele Ronda: "'La rivoluzione'? Parte da ciascuno di noi"

Scritto da  Giovedì, 11 Settembre 2014 

"Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Prendendo a prestito le parole del Mahatma Gandhi, è così che si potrebbe definire "La rivoluzione" che dà il titolo all'ultimo album di Daniele Ronda. Una rivoluzione che vuole cambiare il mondo partendo dalle proprie esperienze personali e dal legame con la propria terra, il vero cuore della produzione artistica del cantautore piacentino. Alla vigilia della chiusura del suo tour estivo, Ronda ha tracciato a SaltinAria.it un bilancio della sua nascente carriera artistica e del suo rinnovato connubio tra folk e dialetto.

Daniele, il 15 settembre al Carroponte di Milano si chiude il tuo tour estivo. Un bilancio?
"Per certi versi ha superato anche le nostre più rosee aspettative. Al di là dei numeri, il disco è uscito il 25 maggio e noi siamo partiti ai primi di aprile, abbiamo fatto più di 25 concerti. E non ci siamo smentiti, perché suonare sul palco significa farci conoscere, incontrare gente in questo viaggio fitto di appuntamenti. oltre all'aspetto musicale, molto importante per me è anche portare in giro il mio territorio, la storia della mia terra, mescolandola con altre. Credo nel valore della diversità. E questo grande giro in cui abbiamo toccato anche il Sud e le Isole ha arricchito il nostro bagaglio di molte esperienze che ci porteremo dietro e influenzeranno il nostro lavoro. Incontri importanti non solo con le persone ma anche con le culture."

Hai subito toccato il tema del legame con la tua terra. Sono curioso di capire come riesca un cantautore che spesso sceglie il dialetto per le proprie canzoni a farsi capire anche viaggiando molto lontano dalla sua regione.
"Credo che esistano dei linguaggi universali: uno di questi è il legame con la propria terra. A prescindere dal dialetto, da cosa si mangia, dalle feste comandate, dalle tradizioni di casa tua, il concetto che ti lega ad esse è universale. Come la musica. Fondendo due linguaggi che riguardano tutti, si supera il fatto di cantare in una lingua non immediatamente comprensibile. Spesso mi è capitato di scoprire che al Sud le mie canzoni in dialetto piacentino sono le preferite: questo ha stupito anche me. Ma c'è un'emotività nell'inconscio che quei suoni riescono a risvegliare".

Cosa ti ha insegnato la tua terra?
"A scoprire la schiettezza, la semplicità di certi gesti che riescono a far felici le persone. A trovare la felicità nelle piccole cose che abbiamo a portata di mano. Ti rendi conto che comprare o spendere in realtà sono una piccola droga: danno un effetto immediato ma non costruiscono una serenità concreta".

Mi hai fatto venire in mente un'immagine di questi giorni: le file interminabili per acquistare un iPhone 6...
"Non so quanto un iPhone 6 renda la nostra vita più serena. Questo non vuol dire che non bisogna prenderlo, io amo la tecnologia, ma occorre rimettere in ordine la scala di valori. Capire per cosa vale la pena fare sacrifici, cosa ci fa crescere e ci arricchisce".

Torniamo al tour. Hai avuto la possibilità di suonare di fronte a pubblici enormi, come al concertone del 1° maggio o aprendo i concerti di Ligabue. Che esperienza è stata?
"Sono state due situazioni molto diverse. Il 1° maggio ha anche un valore simbolico importante e mi sembrava giusto mandare un messaggio. Sono salito sul palco insieme ai Taran Project, il gruppo simbolo calabrese, per far capire che esiste un asse Nord-Sud e che le diversità uniscono: il nostro paese, da questo punto di vista, è il più ricco al mondo. Con Ligabue è stata un'esperienza pazzesca: lo stadio è una struttura che ti trasmette imponenza. Mi ha stupito che un artista del suo livello si prenda la briga di concedermi questo spazio. L'ho apprezzato molto soprattutto perché lo ha fatto senza chiedermi niente: dovrebbe essere normale, invece oggi acquisisce un valore particolare. Ho suonato di fronte a diverse decine di migliaia di persone che non avevano il mio nome sul biglietto: una situazione che fa paura ma che noi abbiamo trasformato in adrenalina positiva. Ci hanno accolto a braccia aperte e nei giorni successivi abbiamo ricevuto tantissimi contatti sui social network. Molti ci hanno conosciuto proprio in quell'occasione".

Prima ancora di Ligabue, la tua esperienza nella musica che conta è iniziata come autore di un altro cantante di successo, Nek. Come è nato il vostro legame?
"Abbastanza per caso, anche se ci ho lavorato tanto. Ero in studio, avevo 18-19 anni, stavo scrivendo i miei pezzi e non credevo certo di poter farli cantare a personaggi conosciuti. Mi sono messo a suonare al piano un pezzo, 'Almeno stavolta', il mio manager che era anche quello di Nek lo ha sentito e lo ha scelto come suo primo singolo. Sembra una leggenda ma è andata proprio così. Quando scrivi per qualcun altro ti apri dei mondi: devi essere un po' psicologo e sarto, ma questo ti fa conoscere linguaggi musicali che per te non avresti affrontato. E' stimolante e importante, ti aiuta a capire che al di là dei generi la musica non ha confini. Mi piace molto mescolare, mi dà un'idea di libertà. La mia matrice è il folk ma mi diverto a mettere insieme cose che si sposano benissimo, anche se sulla carta sembra impossibile".

Anche il folk, così come il dialetto, sembra una realtà anacronistica.
"Mi senti spesso parlare di tradizione, culture, cose che per alcuni sono legate al passato. Io non voglio parlarne in maniera nostalgica, guardandomi indietro. Per me la storia non dev'essere immobile, ma un punto di partenza per costruire il domani. Il futuro parte da lì e dobbiamo tenerne conto, renderla la nostra ricchezza. Ci sono cose nella vita che non invecchiano, come il folk: un genere schietto e genuino, il più semplice ma anche il più ricco. Come cambiano ogni 20 km le tradizioni cambia anche l'approccio alla musica e questo ti mette a disposizione infinite sfaccettature. Se si riesce ad attualizzarlo e rielaborarlo diventa una base su cui costruire".

Infine il titolo del tuo album: "La rivoluzione". Una parola che si sente pronunciare da tutti ma a cui ciascuno dà un proprio significato. Qual è il tuo?
"Una voglia, un'esigenza, una necessità che parte da ogni singolo individuo. Che poi è la sola rivoluzione realmente attuabile in questo momento: io come persona decido di non scendere a determinati compromessi, di informarmi, di fare cultura, di essere curioso, di rimettere insieme i valori oggi sparpagliati. E lo faccio tutti i giorni. E' un invito che rivolgo prima di tutto a me stesso, non per voler insegnare qualcosa. A volte è duro, impone sacrifici, a volte sembra che il mondo non possa cambiare mai, invece si possono raggiungere grandi risultati. E guardandomi intorno vedo che molta gente ha iniziato questa sua rivoluzione personale, quotidiana, interiore. Partendo da se stessi".


Intervista di: Fabrizio Corgnati

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