Peppe Barra, figlio del Mediterraneo. Una chiacchierata nel segno della narrazione in musica

Scritto da  Sabato, 23 Aprile 2016 

Un figlio del Mediterraneo, ancorato sulla napoletanità, quella antica, l’anima di una lingua che racconta di contaminazioni e che purtroppo quasi nessuno parla più; dalla narrazione alla cantata, alla sperimentazione di innesti nuovi e “stranieri” sulla tradizione con un’apertura al fantastico mai dimentico del ritmo, che è il pulsare delle emozioni.

 

Ho incontrato Peppe Barra nel suo camerino prima dello spettacolo del 22 aprile all’Auditorium Parco della Musica di Roma e chiamarla intervista non si può. Non rende l’idea del clima. Una chiacchierata libera, come l’avvio di un viaggio a tappe, nel quale dopo le presentazioni, non resta che partire e vedere dove il vento del Mediterraneo ci porta. Impossibile raccontarsi tutto la prima volta che ci si incontra, soprattutto quando il percorso è lungo e spazia nel tempo e nelle contaminazioni.

Vorrei cominciare proprio dallo spettacolo e dall’idea di unire la tradizione della canzone popolare napoletana a nuovi linguaggi e sperimentazioni.
«La mia musica è nel segno della contaminazione, che è incontro e ricerca, non solo interpretazione. Per capire come sono arrivato a questa scelta è importante svelare la mia matrice, partita dopo la formazione sulla cultura napoletana, soprattutto sulla musica popolare, oltre quarant’anni fa con l’incontro con alcuni etnomusicologi, come Annibale Ruccello. Questo accadeva alla fine degli anni Sessanta e per tutti gli anni Settanta. Determinante è stata l’esperienza della Nuova Compagnia di Canto Popolare che mi ha aperto alla cultura popolare e alla declinazione musicale interpretata dal popolo a cominciare dalla gestualità che rispetto alla musica colta diventa protagonista.»

Poi è stata la volta del teatro.
«Essenziale al riguardo è stato l’incontro con Roberto De Simone con il quale ho lavorato a lungo, insieme anche a mia mamma Concetta, artista di lungo corso. Sono realmente figlio del teatro. Io sono nato in una pensione a piazza dei Crociferi a Roma, da dove vedevo il baluginare dell’acqua della Fontana di Trevi, che ricordo da bambino, perché mia madre ha avuto le doglie quando stava lavorando ad uno spettacolo al Teatro Valle anche se poi sono cresciuto a Procida, l’isola natia dei miei genitori. Tra i tanti spettacoli, nella seconda metà degli anni Settanta, sono stato protagonista della Gatta Cenerentola, l'opera teatrale di De Simone tratta da una fiaba dal Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile. Nel 1978 ho lasciato la NCCP, carico di un bagaglio di linguaggi fatto della parola e del corpo, compresa la gestualità muta del popolo e la sua psicologia. Con la mia voglia di sperimentare e di andare oltre mi sono affacciato di nuovo alla musica. Senza una voglia non si vive d’altronde.»

Questa ricerca di apertura, forse non un ritorno alla musica quanto il prosieguo di un cammino di scena nel segno della musica, dove l’ha portata?
«Alla cosiddetta word music. Era l’inizio degli anni Ottanta e allora tutti si affacciavano alla scoperta del mondo popolare, un sentiero per me già battuto. Io volevo viaggiare nel tempo, nell’anima antica del popolo napoletano, a partire dai narratori del Seicento e cercare nel mondo nuovi linguaggi, provando ad intrecciarli con le mie sonorità. Così l’omaggio di stasera a Bob Marley, in una versione napoletana, anteprima dell’ultimo album - mi viene da dire ancora disco, pensando al vinile con il quale sono cresciuto - è un passo in questo senso.»

Umberto Eco diceva che la lingua d’Europa è la traduzione, non un monocolore francese o inglese, per indicare la ricchezza delle differenze che le lingue nazionali, cosiddette “pure”, non riescono a conservare. Si può leggere così la sua ricerca musicale, sapendo che ogni traduzione non è mai una fotocopia ma un’interpretazione?
«Direi qualcosa di più. A me piace contaminare anche perché la lingua napoletana è il risultato di una serie di contaminazioni e non parlo solo di parole ma anche di sonorità, di vibrazioni. Purtroppo oggi il napoletano si è involuto, imbarbarito. Inorridisco quando sento i suoni gutturali che feriscono le mie orecchie. Il viaggio come linguaggio aperto è stata la scelta della mia vita, nello spazio e nel tempo. In questo senso, ad esempio attraverso la ricerca sulla lingua barocca di Giambattista Basile, si avverte il napoletano come lingua che nasce dalle spume del Mediterraneo.»

Cosa la stimola di più in questa ricerca di osmosi linguistiche?
«Il ritmo, anche nella voce, che credo nel napoletano non si perda mai anche quando è preso in un assolo, difetto che spesso ha una cosiddetta lingua “pura”.»

Si volta e mi indica un abito-mantello appeso, che indosserà per la serata e mi dice che «anche nel costume che ho scelto ci sono varie stratificazioni perché Napoli è da sempre un crocevia di culture: c’è la seta e il giallo imperiale della Cina, i disegni barocchi che ricordano un periodo d’oro della cultura locale, delle stoffe arabe.»

Dal punto di vista delle sonorità - tornando ad un concetto che ha evocato parlando di ritmo - come si declinano le sue contaminazioni?
«Con innesti, ad esempio di un jazz liquido, “onduoso”, si dice?»

Non credo, ma rende l’idea, della fluidità, del movimento che non si arresta, della leggerezza e anche della rotondità dell’onda, nel suo andare ciclico.
«Sì e - sorride - forse si dice ondoso, moto ondoso, ma non solo, l’onda ha…» e muove le mani in una danza. Un suo risucchio, un abbraccio che è avvolgente e travolgente insieme. Il suo sguardo è un assenso. Ridiamo e l’associazione di idee mi porta sulla carnalità del ritmo.

Come segue il corpo questa geometria variabile di innesti?
«Nell’ultimo spettacolo lo uso poco, sono soprattutto le mani che disegnano e accompagnano le mie sonorità, in un porte-de-bras per usare il linguaggio della danza classica e la mimica facciale: le mani e le espressioni caratterizzano tutto il nostro Mediterraneo in modo evidente, che non riescono a codificarsi ma viaggiano in continuazione, sull’onda della parola. E poi, sai - mi accorgo che passa al tu - un tempo muovevo tutto il corpo, che oggi non sempre mi segue.» Sorride ironico.

E’ solo che il gesto si è interiorizzato, come nella danza l’evoluzione porta a non avere più bisogno di tanto spazio per compiere un viaggio.
Un giornalista guarda sempre oltre, alla nuova collezione della quale spera di anticipare qualcosa. A cosa sta lavorando?
«Viaggio sempre su più piani dei quali alcuni restano un filo conduttore come la “cantata”, gioia e dolore del mio percorso, con uno spettacolo barocco natalizio che continuo a proporre.»

Come la narrazione?
«Più che un filo conduttore è l’inizio del filo che si dipana e che dalla parola passa al canto.»

E verso dove si volge lo sguardo?
«Al fantastico, al sogno, alla favola, a quel ritorno all’origine che oggi ha però in sé tutta l’esperienza accumulata dalle emozioni della vita e dalla ricerca, anche se non è un momento felice per il teatro.»

Se dovessi dire da dove vieni, ti senti un figlio di Roma, di Napoli o di un altrove?
«Poco di Roma, anche se è stato il mio battesimo nel segno del teatro e dell’acqua, sia pure quella di una fontana; della napoletanità certamente, ma soprattutto del Mediterraneo, con una corrispondenza sempre più stretta, di prossimità come nel caso della Tunisia - dove vado spesso, molto presente nella mia Napoli - ma dall’orizzonte sempre più ampio e aperto.»

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Massimo Pasquini, Ufficio stampa Fondazione Musica per Roma
Sul web: http://peppebarra.altervista.org

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