Alberto Styloo: voglio un presente e un futuro diversi, a me più congeniali

Scritto da  Josè Leaci Sabato, 04 Luglio 2009 

Alberto StylooAbbiamo scambiato qualche battuta con Alberto Styloo, che ha da poco pubblicato “Infective” (Discipline, 2009), un lavoro tra accordi minori e sinuosi, pieni di intensa sensualità.

 

 

 

 

Ciao Alberto. Mi racconti brevemente il tuo background musicale? I dischi ascoltati e i dischi preferiti…

Ciao… Ho sempre ascoltato davvero di tutto con un occhio di riguardo ai nomi nuovi. Il primo album ad entrare in casa mia fu “Felona e Sorona” delle Orme, me lo regalò mia madre perché ero stato promosso a scuola… Quello che ho sempre amato però è stato il rock più scuro (Lou Reed, David Bowie) e quello più sperimentale (Kraftwerk, Schulze, Moroder) e il primo Elton John (“Tumbleweed Connection” - perché il pianoforte ha sempre esercitato su di me un fascino enorme). Fra i dischi che amo “Here Comes The Warm Jet” di Brian Eno, “Computer World” dei Kraftwerk, l’omonimo primo album di Klaus Nomi, “Transformer” di Reed, “Outside” di Bowie, “Meds” di Placebo, “Antichrist Superstar” di Manson, gli ultimi di Mechanical Cabaret, Zu e IAMX (mmmh, e la lista è ancora lunga!). Nel lettore in auto in questo periodo c’è “An End Has A Start” degli Editors… carino… l’ultimo concerto che ho visto è quello di Laurie Anderson (anche se poi era un reading) lo scorso mese.

Suoni qualche strumento? Che rapporto hai con la disciplina musicale?

Da ragazzino ho studiato tre anni pianoforte classico. Provai anche col Conservatorio, ma probabilmente ero troppo “indisciplinato” per proseguire su quella strada, anche se amo la musica classica. Mi vedevo come Schroeder, l’amico  pianista di Charlie Brown, ma maledetto come Verlaine… Agli “albori” della mia “storia” avevo fondato una band - i Radio Ethiopia - che suonava un misto fra progr/jazzy. Me ne staccai abbastanza in fretta, l’avvento della new wave fu per me un toccasana e mi unii al chitarrista David Fabian. Di li a poco fondavo gli Stylòo e avvenne l’incontro con i produttori Roberto Turatti (già batterista dei Decibel di Enrico Ruggeri) e Micky Chieregato che dettero una svolta fondamentale a quello che facevo “traghettandomi” dalla new wave all’italo-dance, lasciando però il mio spirito di new waver nei solchi dei miei primi dischi.

…e con la “Discipline”?

Beh, con Garbo e Luca Urbani siamo soci. È bello perché possiamo avere il controllo delle nostre idee. Il confronto fra noi ci dà la giusta dimensione di quello che vorremmo attuare e ci consente di procedere spediti per la nostra direzione. Ma Discipline è aperta a chi ama ancora “credere” e ama la “creatività”, compatibilmente con la nostra linea editoriale.

Nel tuo disco la presenza di Garbo è molto pregnante. Ci si sarebbe aspettati un disco a nome “Alberto Styloo feat. Garbo”. Come mai, invece, è uscito solo a tuo nome?

Mi piacciono sia le sfide che le provocazioni, come la tua: va detto che ho fatto oltre 20 interviste in meno di due settimane e sei l’unico che si aspettava qualcosa del genere…

…a modo nostro siamo unici…

“Heroes” di David Bowie non assomiglia per niente a “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars”. È quindi lecito pensare che anche in quel caso ti saresti aspettato un disco a nome di “David Bowie feat. Brian Eno”… Quindi potrebbe voler dire che se a fianco di Bowie non ci fosse stato Eno, probabilmente non esisterebbe la trilogia berlinese e lui suonerebbe (con estrema intelligenza e creatività) magari “The Son Of Ziggy and Lady Stardust”…Ma possiamo pensare anche all'iguana del rock quando pubblicò “The Idiot” e non lo descrisse come “Iggy Pop feat. David Bowie” o per stare in tempi più recenti, su “Actung Baby” perchè non scrivere in copertina “U2 feat. Brian Eno”… E forse non conosci “Come Il Vetro” di Garbo, altrimenti ti saresti già risposto da solo… come mai “Come il Vetro” non è a nome di “Garbo feat. Alberto Styloo”? Eppure sono il co-produttore, co-arrangiatore del Cd, co-autore di quattro brani (guarda caso, proprio come per “Infective”!), vi suono pianoforte e tastiere, programmo e faccio i cori oltre che la doppia voce in “Baby I Love You”… il brano “Più Avanti” (uno dei brani che ho co-firmato per “Come Il Vetro”) non suona certo come “A Berlino Va Bene”… Quindi, mi ripeto: sarebbe stato lecito aspettarsi su quella copertina “Garbo feat. Alberto Styloo”?… Se Garbo mi ha voluto al suo fianco per il suo Cd - me e non Orietta Berti - significa che condividiamo un territorio. Non trovo così “ingombrante” né "pregnante" la presenza di Garbo, perché abbiamo in comune i gusti e gli intenti, e trovo che la mia personalità è rispettata in pieno… diversamente avrei tagliato il progetto, non ho interesse per i cloni. “Because” non è stata scritta apposta per “Infective”, ma è la traduzione in inglese di “Come Il Vetro” (a cui ho partecipato)… anche ”Criminal World” è una cover: lanciata nel ’77 dai Metro e ripresa poi da Bowie su “Let’s Dance”. L’ ho scelta perché, oltre che ad amarla svisceratamente, all’epoca la consideravo il punto di rottura e/o il passaggio dal punk rock al post-punk/new wave. E anch’io volevo un “punto di rottura”. Avevo già iniziato a lavorare da solo su "Infective" (scrivendo e registrando una trentina di brani) e avevo pensato di coinvolgere Garbo in un brano, ma lui mi ha anticipato chiedendomi di dargli una mano in "Come il vetro". Ho accettato a patto che poi lui "ricambiasse il favore". 9 delle 11 canzoni incluse in "Infective" sono scritte da me e tutte le persone che vi hanno partecipato e che io ho fortemente voluto) erano tese in un’unica direzione: concretizzare l’idea. E se qualcuno mi ha definito “elfo notturno”, vuol dire che l’obbiettivo è stato raggiunto…

Chissà chi è stato… Io conosco Garbo, ma non personalmente… Tu come l’hai conosciuto?

Ci siamo conosciuti all’incirca nel 1987 in un locale. Anche se all’epoca avevamo carriere musicali diverse, abbiamo sempre condiviso la passione per un certo tipo di rock, elettronica, musica d’avanguardia e di ricerca, e l’arte in generale.

Perché l’album è completamente in inglese?

È un mio “difetto”, ho sempre scritto i miei brani in inglese… per essere compreso da tutti. Ma per me la è musica come un linguaggio universale: così come per i sentimenti e le emozioni, non necessita di traduzione.

Hai delle aspettative sul mercato internazionale?

Ovvio che si. Il mio primo singolo “Pretty Face” del 1983 come Styloo era stato pubblicato (come per molta della mia produzione) in oltre 20 nazioni: dalla Germania agli Stati Uniti, dalla Francia all’Argentina… fra l’83 e l’84 avevo venduto quasi mezzo milione di dischi worldwide e nonostante “Pretty Face” sia entrata in classifica in Italia, sono sempre stato molto più conosciuto all’estero: lo spettacolo del 2006 in Polonia ne è la testimonianza. Anche ora, le porte europee si stanno nuovamente aprendo… Certo, “Infective” è un disco che dà un taglio netto col passato, ma era proprio quello che volevo. Non rinnego in ogni caso quello che ho fatto né che sono stato, ne pago lo scotto, ma voglio un presente e un futuro diverso, a me più congeniali.

Perché hai scelto lo pseudonimo Alberto Styloo?

Perché tutti mi chiamavano così, sai frasi tipo “Alberto chi? Stylòo? Aaah, Alberto Styloo”… a quel punto ho pensato fosse giusto rimanesse così. E comunque parecchi anni prima di Worldcraft… C'è anche un aneddoto: Stylòo, che si pronuncia alla francese Stilò, e che avevo già in testa, saltò fuori prepotentemente una sera a casa del mio produttore di allora, Roberto Turatti, quando mi chiese lumi sul nome, e io gli dissi: "hai già Den Harrow (denaro) e Joe Yellow (gioiello)… ti manca solo una Stilo per firmarci gli assegni". E così è stato…

Cosa ne pensi dei media?

In questo periodo sottolineano la pochezza di un momento, oserei dire, storico. Se fai una “scoreggia” o un “rutto” sei un eroe… e non stiamo parlando di punk… la gente vuole questo… ok, diamoglielo… ma forse non tutti vogliono la stessa cosa… manca una valida alternativa e se c’è, nella maggioranza dei casi è scarsa o soporifera.

Che rapporto hai e vorresti avere con la stampa specializzata e con il tuo pubblico?

In entrambi i casi sempre molto buono. Ad esempio fu davvero inaspettato per me che Ciao 2001 recensisse delle mie produzioni, e le trovasse pregevoli: arrivando dalla dance, mi aspettavo una stroncatura… come mi hanno stupito in senso positivo, per trattare in tempi recenti "Infective", le recensioni di Alias de Il Manifesto e Blow Up, storicamente molto critici e poco inclini ai complimenti gratuiti… Spero continui così…

Cosa vuoi dare al tuo pubblico al di là della tua musica?

La comunicazione è un fatto imprescindibile per me. Non mi piace il “distacco” fra palco e pubblico, mi piace che si venga a creare un “mondo”… detesto quei concerti dove la gente subisce passivamente, mi sembrano esibizioni in stile “La Corrida”. No, il palco è vita, le vibrazioni che vi nascono sopra devo giungere alla gente che emette altre vibrazioni… non concepisco il concerto come presentazione di un disco, ma come rappresentazione di qualcosa: l’interpretazione di un mood, un modo, una way of life – as you prefer… e tutto lì intorno teso a creare questa cosa unica, quasi onirica. Questo è quello che vorrei dare al pubblico, non al di là della musica, ma con essa.

Aiutaci a fare un’intervista inusuale: fatti una domanda che nessuno ti ha mai fatto e dai la risposta.

Ok; ecco la domanda: “Se non avessi incrociato Garbo, a chi avrei chiesto di collaborare al tuo disco?”. Risposta: “…mmmh, ma Bowie era libero…?”

 

 

 

Intervista di: Josè Leaci

Argomenti correlati: Recensione Cd “Infecitve” - Recensione Cd Garbo “Come il Vetro” - Intervista a Garbo - Recensione Cd Zerouno “Zerouno.2” - Intervista a Luca Urbani - Garbo live @ Init (Roma)  

Grazie a: Alberto Styloo, Ufficio Stampa Discipline Manuela Longhi

Sul web: www.myspace.com/albertostyloo

TOP