Un autore molto letto, molto discusso ma poco rappresentato. Si potrebbe leggere così il ritratto di Oscar Wilde, l’autore de Il ritratto di Dorian Gray”, “Il fantasma di Canterville” e molti altri classici, che sembra trovare poco spazio al di fuori delle antologie scolastiche. Se come romanziere la sua fortuna è evidente, come drammaturgo risulta poco frequentato dai registi teatrali, almeno in Italia. Al Teatro Elfo Puccini di Milano il merito di aver riscoperto e valorizzato l’opera dell’autore inglese, dedicandogli addirittura una maratona teatrale nei primi giorni di dicembre con la messa in scena di ben tre opere: “Atti Osceni”, “Il fantasma di Canterville” e “L’importanza di chiamarsi Ernesto”.

Dal 5 al 22 novembre. La nuova produzione di Spazio Tertulliano affronta la vicenda dei tre grandi re Shakespeariani, attori di un’incontestabile svolta nella storia della monarchia inglese: se con Riccardo II la monarchia è emanazione divina e caposaldo intoccabile, con Enrico IV ed Enrico V il potere si sgretola e conduce ad una nuova concezione che trova fondamento sul consenso del popolo. I fatti storici dell’Inghilterra del XIV secolo riecheggiano alla luce del nostro tempo: i crimini commessi e i flussi di denaro sperperati dagli scandali del Mose e dell’Expo impongono al popolo il giudizio e l’immediato intervento.

Fosse facile comprendere se l'approccio all'arte - da artista o da semplice fruitore - sia più un vizio o più una virtù. Ma poi in fondo, chi se ne frega? L'essenziale, l'unica cosa realmente importante, è vivere l'emozione, quel trasporto unico che solo un buon prodotto creativo è in grado di regalare, sia esso una poesia di Wystan Auden o una composizione per pianoforte di Benjamin Britten. Oppure Il vizio dell'arte, in scena in questi giorni all'Elfo. Si parva licet, la premiata ditta Bruni-De Capitani sforna, stagione dopo stagione, delle rappresentazioni che un giorno diventeranno classici, al pari di Funeral blues e Death in Venice. Per il momento, in attesa della gloria postuma che arriverà senz'altro, si godono da vivi il successo di pubblico. Sono tanti quelli che seguono le loro peripezie sul palco, e crescono di anno in anno: Il vizio dell'arte ha superato perfino come numero di spettatori (paganti e non, i conti si fanno poi alla cassa) The History Boys, che a suo tempo fu un trionfo all'apparenza irraggiungibile.

Dal 5 al 22 novembre. "Shakespeare è eterno", non è una frase banale o di facile retorica. L'affermazione è tanto più vera quando, con uno spettacolo come Kings - il gioco del potere, si capisce quanto le tematiche affrontate dal grande autore inglese siano eternamente attuali: genio lui, o sempre uguali gli uomini nel corso della storia? Questa drammaturgia originale scritta da Michelangelo Zeno - tratta dall'Enrieide di Shakespeare - unitamente alla sagace resa registica di Alberto Oliva, riescono a rendere al meglio la sete di potere che ciclicamente acceca chiunque accarezzi il desiderio o la possibilità di mettersi al governo di un popolo: Riccardo II, Enrico IV, Enrico V sono diretti antenati dei politicanti che ancora oggi si alleano e si pugnalano alle spalle pur di salire al potere, non certo per rappresentare le esigenze del paese che governano quanto per soddisfare il loro ego e le loro smanie di onnipotenza.

Dal 21 ottobre al 16 novembre. Meno male che rimane in scena per quasi un mese: "Il vizio dell'arte" di Alan Bennett, magistralmente interpretato dalle "nozze di smeraldo" che il sodalizio Bruni - De Capitani rappresentano nel teatro italiano, è un capolavoro di ironia, sagacia, malinconia e quel tanto di intellettualismo funzionale a lasciar traspirare sentimenti autentici e nostalgie di un tempo forse migliore, forse non del tutto. Tutta la squadra che ruota intorno ai due grandi attori è formidabile, e non potrebbe essere altrimenti per raccontare con intelligenza e perfezione millimetrica la figura del grande poeta inglese Auden, affiancato nella prima parte da quello che sarà il suo futuro biografo e invece immaginato, nel secondo atto, in un ipotetico incontro/scontro con l'altrettanto grande Britten.

I giovani protagonisti del progetto Robur provano coraggiosamente a raccontare Nikola Tesla, utilizzando apertamente un approccio non naturalistico, ma evocativo, e scegliendo, tra i molti aspetti di questa multiforme figura, di coglierne il Prometeo, lo scienziato intimamente persuaso che la scienza non sia “nient’altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell’umanità”.

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