“Sulle scale del Duomo” – Riflessione su ruolo ed operato delle istituzioni che si occupano di istruzione. Di Fabio Sergio Gagliandi

Scritto da  Fabio Sergio Gagliandi Domenica, 30 Ottobre 2016 

Circa quattro anni fa, sulle scale laterali del Duomo nuovo di Brescia, quelle che per intenderci guardano il vecchio, una cara amica mi disse: -T’assicuro! Vuoi far scommessa? Quando la tecnologia ne sarà capace avremo tutti un hard disk nella testa, una microscheda con tera e tera di memoria così da piantarla lì di perder tempo a leggere e rileggere tomi e testi per ficcarsi in mente qualche nome-. Ridacchiai.
Poi, la notte, mentre i pensieri stavano per annegare nel placido stagno della mente sonnolenta, ecco, le parole tornarono a galla; lettera per lettera, come s’aiutassero a vicenda ad uscir dal pantano in cui erano invischiate.

Se si vuole analizzare la cosa si deve partire forzatamente dall’assunto che la tecnologia è un ambiente in cui e a cui ci si cerca di adattare per sopravvivere. Più si è giovani più è facile imparare o, come detto, adattarsi all’ambiente esterno; l’adattamento in questo caso avviene, nella stragrande maggioranza dei casi, senza che vi sia un insegnante e ciò va tenuto bene a mente.

Un’istituzione organizzata si comporta verso il progresso tecnologico in tutto e per tutto come un organismo vivente si pone nei confronti dell’ecosistema esterno.

Le istituzioni atte all’istruzione sono destinate almeno in parte al fallimento nel loro confronto con l’evolversi sfrenato della tecnologia, in effetti lo sono un poco tutte le organizzazioni, ma quelle preposte al compito di istruire sono per loro natura svantaggiate in quanto vogliono insegnare ai giovani cose per cui essi stessi sono più portati. Dicendo ciò non voglio essere pessimista, ma c’è da notare che, biologicamente, nessuna creatura si adatta all’ambiente prima che questo muti o in previsione del mutamento stesso; il cambiamento è morbido e segue la corrente solitamente, le creature non si preoccupano di come si dovranno evolvere. Allo stesso modo ai giovani vanno fornite le basi per potersi evolvere, e cioè la possibilità di creare e trovare nuove soluzioni.

Difetto dell’essere umano è quello di dover forzatamente catalogare e ordinare, codificare qualsiasi cosa creando strutture massicce che per loro natura cercano di frenare il cambiamento, per non esser costretti a ricodificare il tutto.

L’importanza del pensiero critico e dell’analisi, queste dovrebbero essere le basi fornite da scuole e università, in verità invece, nella stragrande maggioranza dei casi, assistiamo a tipologie di insegnamento in cui i contenuti e le formule la fanno da padrone, non si cerca di stimolare l’ingegno, bensì di uniformarlo a conoscenze assodate e assimilabili mnemonicamente.
A mio avviso perciò non sono la tecnologia e il suo progresso a toglierci l’anima, quanto più la nostra farraginosa e burocratica smania di catalogare e definire.

Articolo di Fabio Sergio Gagliandi

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