Un pezzo di teatro dal titolo Memé Perlini…se ne va

Scritto da  Venerdì, 07 Aprile 2017 

Il ricordo con Massimo Belli

Non più di tre giorni fa ho incontrato a Tunisi Massimo Belli, attore e regista romano del quale è uscita la mia intervista su SaltinAria il giorno stesso. La nostra conversazione, come sempre, non ha potuto prescindere dal teatro e dal cinema e da quel ripiegamento asfittico che Massimo lamenta del mondo italiano di questi anni schiacciato sulle note del piccolo schermo. Il caso ha voluto, tragicamente, che proprio dal Belli abbia appreso della scomparsa di Memè Perlini, che non ho mai incontrato personalmente. Come spesso accade le persone si scoprono o si riscoprono quando vengono meno. In fondo la memoria è l’immortalità laica, il senso e il segno di quello che lasciamo.

 

Così ho chiesto a Massimo un suo ricordo a partire dalla loro amicizia. «Ho conosciuto Memé tanti anni fa. Erano gli anni intorno al 1970 e a Roma un gruppo di artisti e attori si trovava a bighellonare in piazza Santa Maria in Trastevere, per chiacchierare, scambiarsi idee e divertirsi. Così ho incontrato questo giovane di Pesaro con il quale non avevo mai avuto l’occasione di lavorare. Aveva qualche anno più di me e mi propose di recitare in Pirandello chi?, lo spettacolo che lo ha fatto uscire alla ribalta, ma io dovevo partire per il Militare. Sono passati davvero tanti anni. Poi ho lavorato nel suo teatro, il Teatro Piramide, aperto nel 1978 che ha lanciato tanti attori italiani e stranieri. Da tempo Memè era stato messo da parte – Manuela Kustermann è stata l’ultima, o forse l’unica dovrei dire, a farlo lavorare – ma la nostra amicizia non si è mai interrotta. Diceva che non gli importava di tornare in teatro ma io sapevo che non era vero. L’ultimo tentativo – la sua mente non poteva stare a riposo – era stato a Tunisi: voleva realizzare uno spettacolo sul tema dei migranti e l’idea gli era venuta a partire dalle scarpe che i migranti hanno perso. C’è un posto a Tunisi dove le raccolgono. Purtroppo non era andato a buon fine. Ma io voglio ricordarlo l’ultima volta che forse l’ho visto contento. Era il capodanno 2014-2015 ed eravamo nel sud tunisino a Tozeur. In questo Paese aveva deciso di passarci molto tempo. Aveva acquistato e restaurato una bella casa a Saktala, sotto Mahdia, sulla costa e stava qui anche due-tre mesi. Memè era uno “zingaro”, così lo chiamavamo, ma soffriva di solitudine, probabilmente anche perché non era stato capace di creare un legame affettivo duraturo. In quei giorni era contento perché aveva un progetto: stava selezionando degli attori locali per realizzare uno spettacolo all’aperto: voleva portare la tragedia greca in Tunisia per e con i tunisini. Magari io ricomincerò proprio dai suoi progetti al sud. E’ un modo di restituire la vita: annaffiandone le idee.»
In fondo è un modo di promuovere il made in Italy più autentico, la cultura attraverso l’incontro tra le persone, tornando proprio alle origini del senso del teatro, quello della polis greca: lo spettacolo nelle piazze.

Articolo di Ilaria Guidantoni

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