“Le otto montagne” di Paolo Cognetti

Scritto da  Lunedì, 23 Ottobre 2017 

Un testo originale, pulito, scritto in uno stile semplice, scorrevole, senza nessuna voglia di stupire e di sedurre il lettore. Un libro di grande umiltà che racconta una storia di amicizia e di solitudine, di grande amore per la natura e la scoperta della vita attraverso le regole della natura e per questo oggi di grande impatto per la sua inattualità. La montagna non è un soggetto di moda, soprattutto se si narra la vita fuori dal tempo di montanari su un alpeggio della Val d’Aosta. Certamente una grande lezione di umiltà anche per come è scritto.

 

Scrivere la recensione per un Premio Strega significa quanto meno essere accanto a numerosissimi articoli e lettori dato che soprattutto d’estate si legge forse quello che è “di moda” o sotto le luci della ribalta e in qualche modo ci si sente soggetti a propria volta ad una lettura critica. Ho cercato pertanto di non arrogarmi il diritto di una contro giuria, né di aggiungere complimenti a un testo già premiato al top nel mondo nazionale dei libri.
Quello che più colpisce è l’umiltà del testo, la lontananza dallo stile televisivo sempre a caccia di seduzione. Qui lo scrittore sembra raccontare la propria storia e sembra farlo per se stesso, perfino con una certa ruvidezza. Il protagonista, anzi i due protagonisti, probabilmente gli somigliano un po’: schivi e spigolosi, nutriti di una sincera passione per la vita anche quando vuol dire fatica. Interessante è la riscoperta di questo mondo montanaro, così lontano dalle cronache come anche dalle evasioni e speculazioni tipicamente intellettuali che si inclinano più facilmente verso terre selvagge e inesplorate, mari profondi o deserti. In questo caso è invece il lato domestico emozionante ma dimesso, faticoso della natura che incanta, anche se per la voce narrante la tentazione della città e di un mondo lontano e inesplorato come il Nepal resta un tentazione.
Da scrittrice, più che da giornalista, mi ha colpito l’utilizzo della lingua semplice, corretta, con uno stile apprezzabile e scorrevole senza ricerca dello scrivere né senza concessioni alla volgarità, ai neologismi o ad un fraseggio accattivante. Interessante invece è l’introduzione di termini dialettali, accolti per la loro pregnanza e rispondenza ad un ambiente locale che l’italiano non riesce a restituire nella sua interezza e che per chi frequenta la Val d’Aosta sa quanto sia importante a livello identitario da quelle parti. D’altronde quando descrive la montagna, sia essa natura o geografia antropizzata il linguaggio si fa ad un tempo lirico e scientifico e mostra una competenza specifica.
La montagna, per Cognetti che nella realtà si divide tra Milano e la sua baita d’altura - non è solo neve e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli; è un modo di vivere la vita, addirittura una visione dell’esistenza. E’ silenzio e riappropriazione del tempo e del sé: ricerca e ritrovamento di se stessi attraverso l’altro come la storia di un’amicizia “silenziosa” e potente; profonda e discreta di due persone molto diverse che condividono la passione per la montagna anche se il protagonista sente il bisogno di andare, di esplorare, di partire per tornare; mentre l’amico Bruno di restare. In fondo la storia è semplice e come scrive l’autore, «Si può dire che abbia cominciato a scrivere questa storia quand'ero bambino, perché è una storia che mi appartiene quanto mi appartengono i miei stessi ricordi. In questi anni, quando mi chiedevano di cosa parla, rispondevo sempre: di due amici e una montagna. Sí, parla proprio di questo».
Il protagonista è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, radicale: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l'orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia.
Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo «chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l'accesso» ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E lí, ad aspettarlo, c'è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche.
Iniziano cosí estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, «la cosa più simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui». Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito più vero: «Eccola lí, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino». Un'eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno, un ragazzo che non riesce nemmeno a scendere dalla casa che lui stesso ha costruito per l’amico.

Le otto montagne
di Paolo Cognetti
Giulio Einaudi Editore
Torino, 2016

Articolo di Ilaria Guidantoni

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