“Ivanhoe” di Walter Scott

Scritto da Sabato, 15 Aprile 2017

Risuona la faretra, scintillano le lance e gli scudi, i condottieri altamente gridano.

Il ricordo con Massimo Belli

Non più di tre giorni fa ho incontrato a Tunisi Massimo Belli, attore e regista romano del quale è uscita la mia intervista su SaltinAria il giorno stesso. La nostra conversazione, come sempre, non ha potuto prescindere dal teatro e dal cinema e da quel ripiegamento asfittico che Massimo lamenta del mondo italiano di questi anni schiacciato sulle note del piccolo schermo. Il caso ha voluto, tragicamente, che proprio dal Belli abbia appreso della scomparsa di Memè Perlini, che non ho mai incontrato personalmente. Come spesso accade le persone si scoprono o si riscoprono quando vengono meno. In fondo la memoria è l’immortalità laica, il senso e il segno di quello che lasciamo.

Un libro delicato come la sua autrice, che guarda con tenerezza ai sentimenti delle piccole cose. Un lungo verso continuo che affonda nella memoria della casa e della terra, che sa di Toscana antica, di filastrocche, di atmosfere impalpabili eppure fatte di solidità.

Dopo anni e anni di frequentazione dei palcoscenici romani ho cominciato ad avere un bagaglio di incontri, conoscenze e spesso amicizie con chi calca il palcoscenico e spesso lavora dietro le quinte. Così ho pensato di intraprendere un viaggio nei teatri romani che forse non sarà esaustivo e non ha questa pretesa ma è un modo insolito di conoscere una città e una delle sue anime dato che fin dall’antichità Roma è uno dei luoghi simbolo dello spettacolo.

Circa quattro anni fa, sulle scale laterali del Duomo nuovo di Brescia, quelle che per intenderci guardano il vecchio, una cara amica mi disse: -T’assicuro! Vuoi far scommessa? Quando la tecnologia ne sarà capace avremo tutti un hard disk nella testa, una microscheda con tera e tera di memoria così da piantarla lì di perder tempo a leggere e rileggere tomi e testi per ficcarsi in mente qualche nome-. Ridacchiai.
Poi, la notte, mentre i pensieri stavano per annegare nel placido stagno della mente sonnolenta, ecco, le parole tornarono a galla; lettera per lettera, come s’aiutassero a vicenda ad uscir dal pantano in cui erano invischiate.

Fin dalla mia più tenera infanzia, ho avuto davanti agli occhi un ritratto del poeta belga Émile Verhaeren: un piccolo pastello celeste, opera di Maximilien Luce, incorniciato accanto alla porta che, nella casa dei miei nonni materni, dall’ingresso, si apriva sul corridoio. La guancia appoggiata sulla mano possente, gli occhi socchiusi, i lunghi baffi spioventi e barbari: forse, i più maestosi della storia della letteratura. Era una delle tante figure, provenienti dal passato e dalla passione, che, in quella casa, mute, sono state testimoni della mia infanzia: con lui, Stendhal, Voltaire, Hugo, France, Gide, Apollinaire, Pirandello, Tolstoj e tanti altri. Volti e corpi – disegni, dipinti, fotografie o stampe – al contempo familiari e misteriosi. Allora, infatti, di loro non sapevo nulla…

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