Wunderkammer Soap - RomaEuropa Festival 2011 (Roma)

Scritto da  Lunedì, 07 Novembre 2011 
Tamerlano - foto di Claudia Pajewski

Giunge a compimento il progetto pluriennale “Wunderkammer Soap” della compagnia ricci/forte e viene presentato per la prima volta nella sua interezza nell’ambito del RomaEuropa Festival: sette cortocircuiti tra l’estetica della meraviglia barocca, il teatro elisabettiano di Christopher Marlowe e la drammaticità alienante e dirompente della contemporaneità. Sette opere di estrema raffinatezza ed intensità, crude, viscerali, ed al contempo incommensurabilmente poetiche, rappresentate in luoghi inconsueti incredibilmente suggestivi, ci conducono lungo un percorso di catarsi teatrale che non concede sconti emotivi, dando vita a un’esperienza sensoriale e spirituale indimenticabile.

 

WUNDERKAMMER SOAP – the project

Wunderkammer Soap #1_Didone (bagno)

Giuseppe Sartori

Opificio Telecom Italia - via dei Magazzini Generali 20a, Roma

2-3 novembre 2011

Wunderkammer Soap #2_Faust (cucina)

Andrea Pizzalis

Ripa Hotel - via degli Orti di Trastevere 3, Roma

30-31 ottobre 2011

Wunderkammer Soap #3_Tamerlano (carrozzeria)

Anna Terio_Andrea Pizzalis

Carrozzeria Maercar 2006 – via dei Magazzini Generali 24, Roma

29 ottobre 2011

Wunderkammer Soap #4_Edoardo II (cantina)

Anna Gualdo_Valentina Beotti_Anna Terio

Cantina - via Monte Testaccio 59, Roma

28 ottobre 2011

Wunderkammer Soap #5_Ero/Leandro (hotel)

Barbara Caridi

Ripa Hotel - via degli Orti di Trastevere 3, Roma

30-31 ottobre 2011

Wunderkammer Soap #6_L’Ebreo di Malta (hangar)

Anna Gualdo_Fabio Gomiero_Francesco Boni_Francesco Scolletta

Marco Testaccio – piazza Orazio Giustiniani 4, Roma

27 ottobre 2011

Wunderkammer Soap #7_La Strage di Parigi (piscina)

Valentina Beotti_Giuseppe Sartori_Andrea Pizzalis_Elisa Menchicchi_Francesco Boni_Liliana Laera_Claudia Salvatore_Pasquale Di Filippo_Andrea Cappadona_Arianna Nacci_Francesco Scolletta_Andrea Martorano_Chiara Casali

Piscina Comunale XI Municipio S.S. Lazio Nuoto – viale Giustiniano Imperatore 199, Roma

1 novembre 2011

drammaturgia ricci/forte

movimenti Marco Angelilli

assistente regia Elisa Menchicchi

direzione tecnica Diego Labonia

regia Stefano Ricci

una produzione ricci/forte in collaborazione con Romaeuropa Festival 2011

 

Didone - foto di Claudia PajewskiIl teatro di Stefano Ricci e Gianni Forte non ammette posizioni interlocutorie: può lasciare perplessi, graffiati dall’inclemente realismo e dalla forza espressiva di talune scelte drammaturgiche, mettere a disagio gli spettatori assuefatti ad una comoda poltrona teatrale e ad un rassicurante spettacolo che garantisca un paio di ore di spensieratezza; oppure si può amare la loro arte senza riserve, immergersi con avidità nel loro universo creativo visionario e deflagrante, accostarsi ad ogni loro opera con la ferma consapevolezza che se ne uscirà cambiati in profondità, esporre il petto ad un pugnale che penetrerà nel nostro perbenismo, nelle nostre inamovibili certezze, nei nostri sentimenti più intimi e nascosti con affilata naturalezza e implacabile precisione.

Chiunque si sia smarrito nel labirinto delle Wunderkammer Soap durante la settimana appena trascorsa, avrà avuto il privilegio di sperimentare sulla propria pelle una manifestazione inequivocabile della preziosità ed originalità del sentiero teatrale intrapreso ormai cinque anni fa dagli enfants terribles della drammaturgia italiana e giunto ormai ad una solida e luminosa maturità. Il punto di partenza è rappresentato dai più celebri drammi di Cristopher Marlowe, autore controverso e misterioso ricordato, oltre che per la vivida capacità di dipingere con toni vibranti e coinvolgenti le umane passioni e debolezze, anche per una condotta di vita sregolata e dissoluta che lo consacrò a simbolo di artista geniale e maledetto per l’estetica dei romantici ottocenteschi. Attingendo al microcosmo dei personaggi marlowiani, ricci/forte ne proiettano le vicende in un presente atrocemente attuale ma allo stesso tempo privo di precise connotazioni spazio-temporali: così come per lo scrittore inglese ogni scelta di libertà compiuta dall’essere umano conduceva ineluttabilmente al misero crollo delle sue certezze, innescando dinamiche imprevedibili e dolorose, similmente la trasposizione di creature come Didone, Ero, Faust, Barabba, Isabella di Francia, Tamerlano e Zenocrate alla realtà contemporanea le espone ad una dimensione ancor più gelida, asettica, pixelata ed impersonale nella quale il sincero anelito alla felicità e le più ancestrali aspirazioni e motivazioni esistenziali non potranno che essere crudelmente svilite e neglette.

Faust - foto di Saida VolpeSette spettacoli della durata di appena venticinque minuti ciascuno (proprio come prescritto dalla consuetudine delle soap opera) e perciò ripetuti ciclicamente in loop per numerose volte nel corso della medesima serata, il tutto da assaporare nell’arco temporale piuttosto dilatato di una settimana. Sette location diverse, solitamente estranee all’arte teatrale (una cantina, la cucina ed una suite di un lussuoso albergo, una piscina comunale, un bagno), incastonate nel cuore di una metropoli in preda a ritmi inumani, sette luoghi in cui per alcuni giorni lo spersonalizzante trambusto quotidiano si è arrestato per cedere il passo al sentimento, alla sperimentazione, al coraggio e all’entusiasmo di una compagnia di giovanissimi performer che hanno saputo catturare l’anima dello spettatore, spalancando dinanzi a lui le porte di queste straordinarie “camere delle meraviglie”. Questa la modalità di fruizione che contraddistingue il progetto delle “Wunderkammer Soap”, presentato per la prima volta in forma completa nella prestigiosa cornice del RomaEuropa Festival: una modalità di rappresentazione sicuramente molto impegnativa per gli attori ai quali viene richiesta un’energia ed una solidità interpretativa che solamente un talento fuori dal comune può alimentare e sostenere; una struttura drammaturgica che richiede anche allo spettatore dedizione, curiosità e passione per seguire l’opera nella sua interezza senza perdere neppure uno dei suoi pregiati capitoli. Una modalità di fruizione che concede allo spettatore delle ore di riflessione e metabolizzazione tra uno spettacolo ed il successivo, preziose per cogliere a pieno il fascino insondabile e il ricercato simbolismo di ogni kammer, le cui immagini frequentemente arrivano addirittura ad insinuarsi nel tessuto onirico dato il loro ineffabile potere di suggestione.

Tamerlano - foto di Saida VolpeIl fondamentale file-rouge di questo ciclo di performance dolorose e galvanizzanti, estreme e struggenti è rappresentato da alcuni robusti pilastri. Anzitutto il testo teatrale di Stefano Ricci e Gianni Forte, lucido e disarmante, moderno e provocatorio, commovente e bellissimo nella sua verità, che diviene indiscusso protagonista e viene declamato da una voce esterna, una sorta di narratore onnisciente che osserva con sguardo onesto e schietto le vicende dei personaggi in scena. In secondo luogo la regia impetuosa, dinamica ed attenta ai minimi dettagli curata dallo stesso Ricci (ottimamente coadiuvato da Elisa Menchicchi), una regia che trova il suo perfetto completamento nei movimenti disegnati con sapiente maestria da Marco Angelilli che valorizzano al meglio le interpretazioni dei giovani performer in scena. Dulcis in fundo, i diciassette attori ed attrici protagonisti che si concedono al pubblico senza filtri o mediazioni, infondendo la propria personalità ed una riconoscibile cifra recitativa nei diversi episodi di cui si compone l’opera e contribuendo in maniera determinante ad arricchirla e a trasformarla in un progetto realmente memorabile; accanto ai volti che abbiamo imparato ad amare nelle precedenti produzioni teatrali della compagnia (Anna Gualdo, Anna Terio, Valentina Beotti, Barbara Caridi, Giuseppe Sartori, Andrea Pizzalis, Fabio Gomiero, Elisa Menchicchi) accogliamo nuovi interessanti arrivi, alcuni dei quali provenienti dal laboratorio residenziale “Imitation of Death” sull’opera di Palaniuk realizzato nella scorsa estate dagli stessi ricci/forte: particolarmente promettenti tra questi nuovi talenti i giovanissimi Francesco Boni e Francesco Scolletta, mentre rappresenta per noi una piacevole conferma Pasquale Di Filippo, in precedenza apprezzato in frangenti più tradizionali come “La Tempesta” di Shakespeare al Globe o “A Single Man” nell’edizione di quest’anno della rassegna Garofano Verde, ma che ritroviamo perfettamente a proprio agio ed espressivo nel vortice di sperimentazione e passione che contraddistingue la drammatugia di ricci/forte.

L’EBREO DI MALTA

L'Ebreo di Malta - foto di Claudia PajewskiIl sentiero delle Wunderkammer inizia a dischiudersi davanti allo sguardo incuriosito degli spettatori in un padiglione del Macro Testaccio, affascinante esempio di archeologia industriale nel cuore del popolare quartiere romano, con “L’Ebreo di Malta”, la prima delle due “camere” inedite presentate in prima assoluta al RomaEuropa Festival: l’avidità, la crudeltà senza scrupoli e la capacità di sordida manipolazione della realtà di Barabba sono ormai divenuti i fondamenti della nostra società degradata e consumistica. Persino un simbolo di purezza ed innocenza come quattro ingenui scout viene contaminato dai loro venefici effluvi. Ad accoglierci sono proprio questi quattro giovani esploratori, tre ragazzi e una ragazza (Anna Gualdo, Fabio Gomiero, Francesco Boni, Francesco Scolletta) mentre si lavano ossessivamente i denti, sfoggiando con impudenza un sorriso sfavillante e sarcastico. Si gettano poi a terra e con dei candidi gessetti tracciano furiosamente sul pavimento disegni infantili per poi abbandonarsi ai più classici giochi dell’infanzia, macchinine e camion per inventare infinite avventure. Sullo sfondo un cumulo di inquietanti manichini, sconcertanti immagini televisive proiettate su una parete, una luce al neon opprimente che irradia una luce fredda e spettrale. Ben presto i giochi dei quattro ragazzi sconfinano nella violenza: a colpi di mazze da golf le macchinine vengono scagliate ovunque come proiettili, uno di loro viene costretto dagli altri a ingurgitare giocattoli fin quasi a soffocare, vengono poi legate con ferocia le mazze da golf alle sua braccia e gambe e a suon di calci viene costretto a camminare a quattro zampe sotto la luce al neon orizzontale, accompagnato dai compiaciuti sguardi voyeuristici dei suoi compagni. Dopo essersi scritti reciprocamente sulla fronte con ferina veemenza, guardano con perlessità delle radiografie in controluce mentre sullo schermo compaiono immagini di corpi scarnificati. La purezza di questi giovani ragazzi è stata ormai corrotta irrimediabilmente, degradata dal cinismo di una società che non li accoglie in quanto gretta ed insensibile, in quanto ostile alla diversità (che sia quella religiosa ed etnica sperimentata dall’Ebreo di Malta, o quelle di condizione sociale ed orientamento sessuale) e intenta esclusivamente a perseguire il guadagno e il successo. Eccoli pertanto avvicinarsi minacciosi al pubblico, frugare nelle tasche e nelle borse degli spettatori con parossistica cupidigia, per poi rifugiarsi sotto la luce al neon, sdraiarsi a terra e iniziare a compiere all’unisono movimenti di ascendenza militaresca, spersonalizzanti, quasi robotici. Hanno ormai smarrito la loro identità e le loro emozioni. Sono divenuti moderni epigoni dell’aridità asettica e sterilizzata di Barabba. Destino che accomuna noi tutti, vittime di una società aberrante, in cui solidarietà e umana vicinanza soccombono inesorabilmente dinanzi al profitto e alla brama di potere.

EDOARDO II

Edoardo IILa seconda tappa ci conduce in una cantina privata, inospitale, umida e lugubre prigione in cui la regina Isabella di Francia è condannata a trascorrere il resto della propria esistenza per le infinte malvagità perpetrate in passato, prima tra tutte l’efferata uccisione del sovrano Edoardo II, colpevole quest’ultimo di una relazione adulterina con il consigliere di corte Pietro Gaveston. I personaggi della tragedia di Cristopher Marlowe vengono attualizzati, trasposti nella quotidianità low-cost dei nostri giorni: Isabella ed Edoardo sono quindi due giovani innamorati che si recano da Ikea per acquistare un divano; mentre sono alla cassa è sufficiente uno sguardo e divampa subito bruciante la passione tra Edoardo e il commesso Gaveston, una passione che manderà in frantumi tutti i sogni di Isabella la quale, in preda ad una gelosia insanabile, si macchierà dell’omicidio del suo compagno. Un omicidio che la condannerà all’eterna prigionia tra le pareti ruvide di una cella e quelle ancor più inospitali ed angoscianti del senso di colpa: la protagonista si scinde in tre entità, tre spiriti la cui sofferenza senza speranza esplode lacerante, un pugno dritto nelle viscere. Nell’antro dove vediamo dimenarsi queste anime preda della disperazione (interpretate superbamente da Anna Gualdo, Anna Terio e Valentina Beotti) calze nere appese al soffitto sgocciolano sul pavimento a simboleggiare una femminilità, quella di Isabella, ormai irreparabilmente morta e sepolta. Le sue tube sono chiuse, serrate; seni inutili allattano pareti sperando che crescano per amplificare sogni e ricordi. Le tre interpreti si avventano sulle pareti del loro carcere incidendo con violenza delle scritte, cercando di percepire un minimo rumore o sussulto proveniente dall’esterno accostando delle tazze ai muri scrostati. Affogano il loro dramma esistenziale nella dolcezza stucchevole di valanghe di nutella, che in nessun modo potranno lenire il dolore della solitudine o cancellare le macchie indelebili di un passato livido di violenza e amore negato. Straordinaria l’immagine simbolica con cui si chiude la performance: le tre donne adagiano ordinatamente sul pavimento della cantina (location perfetta per la messa in scena, che ne acuisce l’intensissima carica drammatica) dei bicchieri ricolmi di nutella e in ciascuno di essi posizionano una girandola variopinta. Con dei ventilatori viene innescato il movimento di questi caleidoscopici vortici e Isabella si congeda dal pubblico che le ha fatto visita rammentando che l’unico modo per sopravvivere al vento urganico della vita è quello di lasciarsi travolgere, proprio come è accaduto ad Edoardo e Gaveston che si sono abbandonati con pienezza ad un sentimento totalizzante seppur al di fuori dell’ “ordine costituito”, fortuna che non è stata invece concessa alla sua misera e sfortunata esperienza terrena.

TAMERLANO

Tamerlano - foto di Claudia PajewskiIl terzo capitolo delle “Wunderkammer Soap” è ambientato in una carrozzeria che, tra automobili in riparazione e strumenti di lavoro unti di grasso e fatica quotidiana, costituirà il rifugio di Tamerlano e Zenocrate. Tamerlano, il pastore scita del dramma di Marlowe che, a capo di una banda di predoni, grazie ad un insopprimibile desiderio di dominio si lanciava alla conquista del regno di Persia e la sua splendida sposa Zenocrate figlia del re d’Egitto, si tramutano nell’universo di ricci/forte nel boss di Tor di Valle e nella sua donna e braccio destro, latitanti di una banda del crimine organizzato costretti a nascondersi dalle bande rivali e dalle forze dell’ordine. La loro entrata in scena è decisamente ad effetto: al soffitto della carrozzeria è sospesa una mirror ball splendente, luci stroboscopiche e musica disco a tutto volume accolgono il prorompente ingresso a tutto gas di una Volvo rossa con agganciati al tetto due palloncini di Mickey Mouse e Minnie. I due protagonisti (Andrea Pizzalis e Anna Terio) scendono indossando vistose e coloratissime parrucche in stile cartoon, lei sfreccia su dei pattini a rotelle ed inizia a volteggiargli attorno con movenze ammiccanti e seduttive, lui la cosparge di una polvere bianca, con evidente riferimento alla cocaina che alimenta la loro vita condotta sempre rigorosamente al limite.

Il punto di vista con cui vengono presentate le vicende è quello eminentemente femminile di Zenocrate: il suo desiderio di un sentimento sincero e romantico si infrange rovinosamente contro la cinica insensibilità e l’assoluto egoismo di Tamerlano, contro il sesso violento a cui la obbliga sul cofano e i sedili anteriori dell’automobile, un rapporto che finisce per assumere i connotati di uno stupro, che lacera la sua interiorità e le sue emozioni ben prima che il suo corpo. Un angoscioso, soffocante senso di solitudine attanaglia la ragazza che desiderebbe autenticità e dolcezza, mentre agli occhi di Tamerlano rappresenta un semplice giocattolo da usare e gettare via a proprio piacimento. Per lei non basta dire “ti amo” pattinando sulle pupille, bisogna guardare in profondità. Dopo l’amplesso lui sale sul tetto della macchina, giocherella con una cravatta, per poi andare a detergere il proprio corpo completamente nudo in un catino ricolmo di sangue e, lordo del sangue delle innumerevoli vittime da lui massacrate, si sdraia sul pavimento della carrozzeria per gustarsi in televisione un cartone animato d’annata; nel contempo lei rimane serrata nella vettura, imprigionata, reclusa in un abitacolo che è metafora di una realtà di vita per lei ormai diventata opprimente.

Allorchè riesce a scendere, si ferma a pochi metri dagli spettatori: Zenocrate è abbagliante nella sua naturale bellezza indifesa; trafelata, sconvolta e disillusa, dissemina il proprio corpo di cerotti con la speranza di curare le innumerevoli ferite dell’anima. Lo stratagemma non sortirà alcun effetto, l’ultimo cerotto sarà posto sulle labbra, per sigillare definitivamente la sua bocca ed ogni possibilità di espressione; disporrà poi ordinatamente sul pavimento i prodotti acquistati nell’ultima spesa, ciascuno corredato della propria lettera di identificazione, consumistiche prove di un reato rappresentato dalla morte della sua stessa essenza, dalla rassegnazione all’impotenza di realizzare i propri desideri; non le rimarrà allora che cospargere di polvere bianca sia gli oggetti che il corpo disteso di Tamerlano. Quando quest’ultimo si alzerà, lascerà una sagoma di torbido sangue all’interno del candido manto di polvere che Zenocrate aveva adagiato su di lui, presagio della sconfitta imminente a cui inevitabilmente va incontro, e andrà a chiudersi nel portabagagli dell’automobile, la tomba che ben presto accoglierà il suo corpo. A Zenocrate non rimane che schiudersi in un pianto disperato, colpendo con la testa il volante e riversando infinite lacrime su un palloncino dalle sembianze di Minnie, palloncino che poi sarà liberato e salirà sino al soffitto della carrozzeria, senza la possibilità di raggiungere il cielo, proprio come l’anima di Zenocrate imprigionata in una vita che non le appartiene e da cui ormai non le è concessa alcuna possibilità di fuga.

Una wunderkammer che colpisce come una frustata in pieno volto: il gioioso mondo dei cartoni animati è una pura illusione, l’amore e i sentimenti debolezze che è vietato concedersi se ci si prefigge l’obiettivo del successo e del potere incontrastato, la ferrea logica del mercato impone le sue leggi che è doveroso rispettare, nessun palliativo, nessun barlume di felicità né possibilità di redenzione; a chi, come Tamerlano e Zenocrate, compie una precisa scelta all’insegna della libertà estrema non sarò offerta alcuna strada alternativa o rifugio confortevole, l’unica destinazione è quella della totale disgregazione di ogni sicurezza e del progressivo auto-annientamento.

ERO/LEANDRO

Ero/Leandro - foto di Saida VolpeGiunti a metà strada nel percorso iniziatico tracciato da ricci/forte, la quarta e quinta tappa prendono corpo nell’elegante cornice del Ripa Hotel, a due passi dalla vivace movida notturna di Trastevere. Dapprima veniamo condotti in una suite situata al quarto piano per addentrarci nel dramma intimo di Ero, appesa al sottilissimo filo, alla flebile speranza che il suo amato Leandro la raggiunga in una notte di San Silvestro in cui a rigore si dovrebbe brindare in un tripudio di palloncini e trombette, ma che per lei sembra prospettarsi come l’ennesima da trascorrere in un’amara e mortificante solitudine. Nella mitologia classica (e nel poema di Marlowe ad essa ispirato) il giovane Leandro viveva ad Abido ed amava profondamente Ero, sacerdotessa di Afrodite a Sesto, sulla costa opposta dell’Ellesponto; per incontrare l’oggetto del suo desiderio attraversava lo stretto a nuoto ogni sera e la fanciulla, per aiutarlo ad orientarsi, accendeva una lucerna. Un tragico destino avverso fece però sì che una notte, a causa di un violento nubifragio, la lucerna si spense, cosicchè Leandro, disorientato, morì tra i flutti. All'alba Ero, vedendo il corpo esanime dell'amato riverso sulla spiaggia e non sopportando il dolore per la sua morte, si suicidò gettandosi da una torre.

La Ero dei tempi moderni (interpretata da Barbara Caridi) non è più una nobile vestale ma una semplice ragazza che, ormai varcata la soglia dei trent’anni, avverte sempre più assillante e feroce il demone dell’isolamento, dell’incapacità di instaurare rapporti umani duraturi e genuini, della paralizzante sensazione di non riuscire più a mettere completamente in gioco la propria affettività. Il suo misterioso Leandro l’ha conosciuto tra le maglie virtuali dell’universo vacuo e inconsistente di Internet e l’ha invitato a trascorrere nella sua suite l’ultima notte dell’anno. Ancora un incontro fugace che non riscalderà minimamente l’anima, ma al contrario la precipiterà qualche metro più in basso nel precipizio della sfiducia verso il prossimo, della paura di restare per sempre sola. Leandro arriverà realmente oppure non si presenterà all’appuntamento acuendo il suo solitario sconforto? E il ragazzo esiste sul serio oppure rappresenta solamente una sua proiezione mentale, un ologramma del suo velenoso male di vivere?

Ero resterà sofferente, abbandonata, in preda a raptus di isteria (come quello che la induce ad avventarsi contro i colorati palloncini che addobbano la sua lussuosa stanza - moderna “torre di prigionia” per un’anima troppo sensibile - per esploderli con ogni parte del corpo, finanche con brutali testate contro il muro), persa nel malinconico vagheggiamento del compagno che desidererebbe al proprio fianco e che rimane mera istanza utopica, travolta da singulti di disperazione che la portano ad annegare il proprio dolore in un panettone e fiumi di champaigne ingoiati compulsivamente fin quasi a soffocare. Nessuna possibilità di sovvertire un destino amaro, nessun asilo in questo universo per chi non si piega ai rigidi meccanismi del più bieco utilitarismo e della spudorata convenienza nell’instaurare rapporti umani, per chi anela con coraggio e decisione alla profondità del sentimento.

FAUST

Faust - foto di Saida VolpeDalla suite di Ero discendiamo in fretta verso la cucina dell’hotel, una discesa che ci condurrà fin nelle viscere di un Inferno senza ritorno, quello della stanza di Faust. Prima di potervi accedere una sosta è d’obbligo: ogni visitatore che sarà accolto alla corte del sublime Faust dovrà preventivamente indossare una tuta protettiva, completa di copriscarpe abbinati…capiremo il motivo di questa precauzione, che ci ha conferito bizzarre sembianze anti-nucleari, solamente più tardi, una volta che saremo al cospetto del prossimo affascinante padrone di casa. Il Faust di ricci/forte non è il sapiente chierico che invocava il demonio e gli vendeva la propria anima per assicurarsi la conoscenza assoluta. Nei tempi moderni ben altra è la merce di scambio desiderata con spasmodica intensità: quando entriamo nella cucina, avvolta in un’ atmosfera soffusa, gotica ed inquietante Faust ci attende minaccioso, fumando voluttuosamente una sigaretta, mentre su un televisore scorrono freneticamente le immagini che affollano i palinsesti del nuovo millennio: squallore da reality-show, degrado morale di beceri individui pronti a far cannibalizzare il proprio privato pur di ritagliarsi una manciata di secondi di ribalta, il tutto intervallato da frazioni di secondo di immagini pornografiche che condiscono e rendono ancor più saporita la preziosa miscela catodica. Vai a capire qual è la reale pornografia del giorno d’oggi, corteggiatori che si affollano attorno ad un trono di cartapesta o del sesso spinto e animalesco? Il nostro Faust (interpretato da Andrea Pizzalis) è un perfetto esemplare dell’ostinata ricerca del successo a tutti i costi, divo da reality-show che, pur di non far spegnere i riflettori sul suo personalissimo viale del tramonto, accetta qualunque satanica connivenza.

Noi, testimoni del suo patto scellerato col diavolo, lo osserviamo nascosti dietro una credenza ricolma di leccornie e utensili da cucina, timorosi delle possibili evoluzioni della sua alienata follia, ma al contempo irresistibilmente attratti dal fascino che emana. Inguainato in un manto di cellophane trasparente che ne avvolge il ventre, arroccato su vertiginosi stivali in lattex che rendono il suo incedere ebbro e malfermo come la sua mente, questo prodigioso alchimista affetta verdure con certosina precisione, le cucina su fornelli che emanano un calore infernale, culla il bimbo che riposa in una carrozzina distante appena pochi metri, simbolo di un’innocenza ormai per sempre tramontata e corrotta dall’ambizione, lucida argentee posate e scaffalature d’acciaio con maniacale attenzione. L’ora di stipulare l’infimo patto è giunta: l’inchiostro con cui verrà firmato è il miele, viscoso come la ragnatela in cui Faust ha intrappolato la propria esistenza; la firma verrà apposta di fronte gli spettatori e sarà vergata nell’aria con copiosi schizzi di miele dal nostro delirante protagonista, agitato da un furore dionisiaco incontrollabile. Mentre l’atmosfera diviene irrespirabile e disturbante, luci psichedeliche iniziano ad assediare senza pietà i nostri sensi storditi e tutto è ormai pronto per la trasformazione: Faust indossa una corona di spine munita di corna luciferine per poi compiere l’estremo trapasso che lo tramuterà in una creatura dell’oltretomba, inondandosi del sangue ribollente in una pentola.

Non vi è più speranza per la sua anima, ormai svenduta per qualche minuto di penosa e vacua celebrità: basterà questo estremo sacrificio o forse ad averlo già compiuto, nella nostra sfavillante società del compromesso, sono stati già così tanti Faust da aver già saldamente occupato tutte le bolgie infernali, tutti i pixel disponibili sugli schermi rigorosamente ultrapiatti delle nostre vuote esistenze?

LA STRAGE DI PARIGI

La Strage di Parigi - foto di Claudia PajewskiLa seconda kammer che ha debuttato in prima assoluta in occasione del RomaEuropa Festival è “La Strage di Parigi”, che ci schiude i suoi battenti nell’insolita ambientazione della Piscina Comunale dell’XI Municipio. Questo sesto capitolo si rivelerà come quello visivamente più suggestivo, fotograficamente elegiaco e struggentemente poetico grazie a scelte registiche dalla commovente potenza espressiva, un’atmosfera unica intessuta da un prezioso disegno luci che si sposa alla perfezione con i cristallini riverberi acquatici e all’eccezionale lavoro in ensemble di ben tredici interpreti impegnati in una prova fisica ed emotiva semplicemente stupefacente.

Tra le opere più originali della produzione di Cristopher Marlowe, “La Strage di Parigi” narra le sanguinose vicende degli efferati scontri tra il legittimo sovrano di Francia Carlo di Valois e la fazione opposta sostenuta dalla sua stessa madre Caterina de’ Medici e dal duca di Guisa. Sullo sfondo di questi intrighi sotterranei si vengono a delineare le atroci guerre di religione tra i protestanti difesi dal re e i cattolici sostenuti dalla fazione opposta, esclusivamente con l’intento di essere abbondantemente foraggiata dal papato e dalla corona di Spagna. La Notte di San Bartolomeo sarà consegnata alla storia come una delle pagine più vergognose del sedicesimo secolo, con il massacro di decine di migliaia di ugonotti ordinato dalla implacabile ed ambiziosa regina madre.

Da questo complesso materiale drammaturgico, che affonda saldamente le proprie radici nella storia, prende le mosse la personalissima rielaborazione di ricci/forte. Guidati dall’algida voce narrante che ormai il nostro udito identifica come un sicuro punto di riferimento, come una sorgente emozionale ed una chiave indispensabile per decodificare e comprendere l’azione scenica, assistiamo all’arrivo del nutrito gruppo di performer, quasi l’intera compagnia, che metterà in scena la strage di Parigi. Su un margine della piscina un’enigmatica figura femminile sembra pronta a tuffarsi, indossa un casco che ne oscura le fattezze, scopriremo ben presto che si tratta della malvagia Caterina de’ Medici pronta ad innescare il tragico genocidio degli ugonotti. Sul lato opposto della piscina assistiamo all’arrivo di un manipolo di giovani che ben presto accorrono dinanzi ai nostri occhi incuriositi, e scrivono concitatamente su dei fogli di carta il proprio nome, data di nascita e la data attuale, quella che segnerà la loro morte, per poi realizzare una barchetta con ciascuno di questi fogli.

La loro sofferenza diviene sempre più palpabile istante dopo istante, così come frenetico è il movimento che li anima, mosche impazzite in virtù del sentore di un acquazzone imminente. Cominciano a correre in maniera forsennata lungo il perimetro della piscina, talvolta qualcuno di loro precipita stravolto a terra, colpa del terrore o degli stenti di un’esistenza vissuta senza disporre neppure dell’indispensabile; interviene allora lo spirito della solidarietà che scaturisce spontanea tra i più poveri e sfortunati in frangenti così drammatici e, grazie ad una mano amica e al calore di un solido abbraccio, riescono tutti a sopravvivere a questo primo angoscioso assalto. Allineati sul bordo della vasca riempiono ostinatamente dei guanti, che però potranno contenere solamente acqua, il disperato tentativo di garantirsi il cibo necessario per la sopravvivenza fallirà dunque miseramente e i guanti gonfi di acqua e dolore potranno essere utilizzati solamente per schiaffeggiare, colpire violentemente per l’ultima volta la loro carnefice, la terribile Caterina, un’estrema e fallimentare rivolta che sarà immancabilmente soffocata nel sangue. Ben presto tutti precipiteranno nelle acque inquiete, cercheranno di sospingere le fragili vele di carta delle loro barchette destinate però ad inabissarsi, saranno animati dagli ultimi spasmi di forza vitale in una danza acquatica che diviene presagio di morte, usciranno per qualche momento dai flutti per schierarsi di fronte agli spettatori e rivelare i propri segreti più nascosti, confessione finale di anime pronte al martirio.

La sequenza conclusiva ricolma gli occhi e lo spirito di turbamento e meraviglia: Caterina afferra ombrelli di un nero funereo e si avventa con disumana violenza sui suoi nemici inermi; dopo ogni assasinio la vittima esanime prende possesso dell’ombrello che l’ha massacrata e viene inghiottita dai flutti. Allorchè la strage è compiuta, tutti gli ombrelli verranno spalancati simultaneamente e innalzati verso il cielo, a simboleggiare gli spiriti dei defunti che si elevano per raggiungere le sfere celesti, mentre le spoglie mortali si andranno ad adagiare sui bordi della loro vasca sepolcrale. Abbandoniamo la kammer con un senso di smarrimento, inquietudine e stupore, quel rarissimo connubio che scaturisce di fronte ad un’opera d’arte di incommensurabile bellezza.

DIDONE

Didone - foto di Claudia PajewskiL’epilogo di questa esperienza teatrale indimenticabile ci condurrà nell’intimo di un bagno, appositamente ricavato nel seminterrato dell’Opificio Telecom, sede della Fondazione RomaEuropa. Quindici visitatori saranno così accolti nelle stanze private della regina Didone. Non è il caso di aspettarsi però i fasti e le opulente ricchezze della corte cartaginese in cui Enea trovò rifugio ed un amore passionale; ci troviamo difatti ad accogliere la storia nascosta e tragica di un’esistenza condotta ai margini, di una diversità sfruttata, insultata, violata dai borghesi benpensanti e dal loro vile moralismo.

Entrando nel minuscolo bagno veniamo inondati da un avvolgente e delizioso profumo di bagnoschiuma e da un apoteosi di colori, giocattoli variopinti e fotografie delle dive del cinema e della moda a formare un caotico collage sulle candide mattonelle delle pareti. Un ambiente a prima vista solare e confortevole, spontaneo sentirsi a proprio agio. Nella vasca da bagno posizionata di fronte a noi giace, al di sotto di un manto di schiuma, la nostra regina Didone (Giuseppe Sartori), con indosso una cuffia floreale e tante tenere paperelle gialle a farle compagnia. Serenità, giocosità, un momento di vita quotidiana adagiato su una colonna sonora vivace e coinvolgente.

Solo una manciata di secondi, poi si insinua la consueta voce fuori campo che innesca il meccanismo narrativo e l’atmosfera si capovolge istantaneamente. Veniamo afferrati per i capelli e scaraventati nella dilaniante storia di Didone, un travestito con il suo amore impossibile per un cliente che vorrebbe trasformarlo in sosia di Nicole Kidman. Gelide notti  trascorse sulla strada a soddisfare i lerci desideri sessuali di “integerrimi” padri di famiglia, interminabili giornate ad agognare un minimo cenno di attenzione da parte dell’uomo amato. Peccato che questo improbabile sogno di riscatto, di un sentimento limpido e condiviso alla luce del sole, sia esclusivamente una chimera partorita dalla sua fantasia: il suo “cliente speciale” ha l’unico obiettivo di sfogare le proprie pulsioni animalesche e di certo non la ama per quel che è, un ragazzone di oltre un metro e novanta che a bordo dei suoi tacchi vertiginosi ha deciso di intraprendere un sentiero fortemente divergente rispetto a quanto prescritto dalla morale costituita; a ben guardare verso di lei prova anche una sorta di inespressa e sotterranea repulsione, dal momento che vorrebbe vederle acquisire  progressivamente il fascino etereo e seducente di Nicole Kidman. La più commovente manifestazione d’affetto che la regina potrà ricevere sarà un misero tovagliolino da bar con un laconico “Te vojo bene” scritto frettolosamente a matita, decisamente poco per saziare la sete abissale d’amore che la anima e la solitudine che la soffoca inesorabilmente giorno dopo giorno.

Didone esce dalla sua vasca da bagno, culla amniotica dalla quale si sentiva protetta e confortata, e di fronte a lei si spalanca un baratro di dolore: precipita sul pavimento ed inizia a pulirlo con esasperata frenesia; si trucca pesantemente sotterrando le sue labbra digune di baci sinceri sotto una pesante coltre di rossetto e inizia a depositare i suoi baci, che nessuno desidera, sui muri, sulla vasca, sul pavimento. Estrae da un piccolo scrigno delle foto di infanzia, gli unici ricordi gioiosi che il suo cuore abbia mai conosciuto e custodito gelosamente, e le mostra con gli occhi ricolmi di orgoglio e lacrime ai suoi visitatori che la osservano col fiato mozzato dall’emozione. Il vortice lancinante che la attanaglia si sta chiudendo attorno alla sua psiche, per liberarsene non rimane che tentare di porre fine ai suoi giorni ostili ed insostenibili: gettarsi brutalmente nella vasca e tentare furiosamente di annegarsi sarà però un’extrema ratio che il naturale istinto di sopravvivenza renderà non percorribile sino all’obiettivo desiderato.

Inizierà quindi a tracciare sul proprio corpo, con delle matite che si spezzano tra le sue mani proprio come i suoi sogni, i segni necessari per individuare dove intervenire chirugicamente e  trasformarsi così nella musa ideale desiderata dal suo amante. Una spessa cortina di lacrime segna però i suoi occhi sommersi da una dolcezza infinita, guardandosi allo specchio ritrova in se stessa la consapevolezza cristallina che la sua vita non conoscerà mai il vero amore, una sensazione di totale e devastante inadeguatezza. Didone ci abbandona sbattendo la porta della sua camera con ferma risolutezza, la sua storia è stata disvelata, siamo entrati a far parte del suo universo e per venti minuti l’abbiamo amata, abbiamo provato il desiderio di abbracciarla e donarle un briciolo di calore umano. Con la porta del bagno di Didone anche le Wunderkammer Soap serrano le proprie porte, il cerchio si è chiuso, tutte le emozioni sono state assaporate con ingordigia ed animo sempre più commosso e ricettivo e si sono trasformate in ricordi da proteggere gelosamente.

 

Una compagnia di giovani artisti, tra i più impetuosi, carismatici ed intensi della nuova generazione attoriale italiana riuniti sotto la direzione attenta ed il geniale estro creativo di Stefano Ricci e Gianni Forte. In questa compagine di ottimi interpreti riteniamo doveroso menzionare in particolare tre straordinarie prove recitative: Anna Terio in “Tamerlano” veste i panni di Zenocrate con sconvolgente presenza scenica, sensibilità e penetrante drammaticità, un pathos intepretativo e una capacità di immedesimazione nel personaggio che denotano grande maturità e talento; Andrea Pizzalis in “Faust” esercita sul pubblico un carisma magnetico, riuscendo a rendersi credibile nel suo ruolo assolutamente sopra le righe, seducendo lo spettatore, aggredendone la psiche ed il corpo con un’istintività, una forza animalesca e una poliedricità di accenti che colpiscono realmente a fondo; infine l’ennesima inappellabile conferma del talento di rara luminosità di Giuseppe Sartori che, mastodontico sui tacchi della sua Didone, creatura teatrale con la quale sembra aver instaurato un rapporto di carattere simbiotico, nel contrasto tra la mascolina potenza del suo corpo e la delicatezza emotiva, il dolore trattenuto che talora esplode in violente contrazioni nervose, la dolcezza dello sguardo che ricerca conferme ed affetto nel prossimo e nello specchio, individua una chiave interpretativa pregiata e ci conquista ancora una volta in profondità.

In attesa di nuovi progetti teatrali – e si vocifera anche cinematografici – visto che le Wunderkammer non offrivano al pubblico la possibilità di tradurre in applausi le emozioni ricevute, il nostro applauso vigoroso e sentito a ricci/forte lo rivolgiamo in conclusione di questo articolo. Assieme ad un grazie per il coraggio e l’inesauribile energia investita in questo progetto.

 

Articolo di: Andrea Cova

Foto di: Saida Volpe (Ero/Leandro, Faust, Tamerlano) e Claudia Pajewski (L’Ebreo di Malta, Tamerlano, Edoardo II, Didone, La Strage di Parigi)

Grazie a: Francesca Venuto e Antonella Mucciaccio, Ufficio Stampa RomaEuropa Festival

Sul web: http://romaeuropa.net - www.ricciforte.com

 

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