Wordstar(s) - Teatro Vascello (Roma)

Scritto da  Enrico Bernard Sabato, 12 Gennaio 2013 

Dall'8 al 20 gennaio. Un limpido omaggio a Samuel Beckett in cui la metafora dell'inutilità della letteratura fa da contrappeso all'inutilità e all'assurdità, più generica e "di genere", della vita nella commossa interpretazione di Ugo Pagliai e Paola Gassman che gettano il cuore oltre l'ostacolo di una drammaturgia di fine XX secolo ormai storicizzata, al punto che si potrebbe dire: quanto è poco assurdo oggi il Teatro dell'Assurdo.

 

 

 

 

 

 

 

Teatro Stabile del Veneto Carlo Goldoni presenta
WORDSTAR(S)
di Vitaliano Trevisan
con Ugo Pagliai, Paola Gassman, Paola Di Meglio e Alessandro Albertin
scene Antonio Panzuto
costumi Gianluca Falaschi
musiche Marco Podda
luci Pasquale Mari
regia Giuseppe Marini

 

 

Che scriviamo a fare,  se nessuno vuole più ascoltare? E' l'ultimo interrogativo di Sam, alias Samuel Beckett, che a furia di aspettare l'arrivo di Godot - la fine di tutto -  si riduce ad una larva d'uomo, povero vecchio superstite di se stesso,  in preda ad una crisi finale sull'utilità del teatro, della letteratura, della parola che nessuno vuole più ascoltare, e in fondo dell'esistenza sprecata, come Faust, in chiacchiere, anziché essere pienamente vissuta.
Il nitido (ma un po' "di genere") testo di Vitaliano Trevisan affronta un tema ben noto, quello del ritratto di un artista da vecchio che già Thomas Bernhard nel suo "Minetti", messo in scena da Klaus Peymann, aveva esaurientemente esorcizzato. In questo caso, un po' sulla falsariga se non pedissequamente affine all'opera del drammaturgo austriaco, un bravo e commosso Ugo Pagliai rivive gli ultimi giorni  dell'autore irlandese che sta preparando la valigia per l'ultimo viaggio in clinica, da dove uscirà coi piedi in avanti. I preparativi sono estenuanti, che si vive a fare se non si riesce più nemmeno a tagliarsi le unghie dei piedi? Così la metafora dell'inutilità della letteratura fa da contrappeso all'inutilità e all'assurdità più generica della vita. Uno schematismo, o didascalismo che dir si voglia, meglio un "classico" luogo comune del teatro di queste atmosfere che Ugo Pagliai affronta gettando il cuore oltre l'ostacolo e convincendo: una sorta di atto dovuto dell'attore, tra i più apprezzati del nostro teatro e del quale resta memorabile la recente straordinaria interpretazione proprio in "Aspettando Godot", al drammaturgo irlandese trapiantato a Parigi.
Il regista Giuseppe Marini confeziona uno spettacolo terso, denso di atmosfere surreali: Suzanne, la moglie morta di Sam, parla dall'armadio e poi dall'interno di un forse troppo moderno frigorifero, come se la reminiscenza dei "giorni felici" (uso volutamente il titolo beckettiano) si fosse - come nella consuetudine, mi ripeto, del teatro dell'assurdo - fusa agli stessi oggetti quotidiani che hanno assorbito nel corso dell'esistenza una parte del riverbero spirituale delle persone. "Cose" insomma trasformate in esseri parlanti, come il paralume di casa Beckett che assume una coscienza, un'anima, una lingua e parla a sua volta come in una fiaba di Basile o in un testo teatrale romantico. Per esempio "Il principe Zerbino" del 1798 di Ludwig Tieck dove fiori, tavoli, sedie e animali dicono la loro anticipando il cosiddetto teatro dell'assurdo o il più scanzonato "effetto Disney" portato in Italia nella seconda metà degli anni Trenta da un surrealista d'eccezione: Cesare Zavattini che dal 1938 diresse e produsse proprio il periodico Topolino. Oggetti che vivono e discutono come se fossero personaggi, o personaggi viceversa che agiscono come oggetti quotidiani, presenti anche in testi italiani che precedono le opere di Beckett, come ad esempio "Tra vestiti che ballano" di Rosso di San Secondo, scritto trent'anni prima di "Aspettando Godot" e quaranta prima di "Giorni felici",  o anche posso pensare al teatro di Savinio o, più recentemente, di Rodolfo Wilcock. Per non parlare dell'esistenzialismo e dell'assurdo in Pirandello, discorso che ci porterebbe però  molto lontano, ma che è utile solo citare di passaggio per dimostrare la matrice "italiana" di tutta la drammaturgia europea del secolo XX, Beckett e Pinter illustri inclusi. I quali, non me ne voglia la critica anglosassone, non possono non dirsi "pirandelliani".
Ma torniamo a questo omaggio a Beckett . Suzanne, la moglie di Sam, cuce imperterrita nella sua bara di legno, come Winnie nel cumulo di sabbia, mentre il marito drammaturgo, un po' mugugnante come Willie, straccia fogli di carta e impreca sulla maledetta vecchiaia, i cui dolori non gli permettono di piegarsi per infilarsi le calze dagli enormi buchi che nessuno rattoppa più perché il filo della vita di Suzanne si è esaurito e le sue mani girano a vuoto fendendo l'aria. Così i buchi si allargano a dismisura a causa delle unghie dei piedi che, non curate, si trasformano in taglientissime "unghie da diavolo". Il paralume s'intristisce e segue il padrone di casa superstite nella camera della clinica nel cui giardino Sam trova un'occupazione in attesa appunto del "suo" Godot, cioé della morte: dar da mangiare ai piccioni, animali che prima odiava ma che ora sono gli unici esseri con cui riesce a dialogare e a farsi capire. Una sorta di San Francesco o del frate Totò che riesce a comunicare solo coi volatili in "Uccellacci uccellini" di Pasolini.
Lo spettacolo è bello e lieve, -  nonostante il deja vu che lo rende un po' preconfezionato, quasi una cartolina col francobollo di un perduto paradiso teatrale che suscita nostalgia ma stenta a dirci, a comunicarci ancora qualcosa, - come il gelido soffio del tempo che esala l'ultimo respiro, mentre le parole si sciolgono in bocca fino a trasformarsi nell'ultimo rantolo di maledizione alla vita stessa e di negazione del valore della letteratura, del teatro e della parola. Così  questo omaggio a Samuel Beckett - che ripeto ha almeno un precedente drammaturgico nel "Minetti" di Thomas Bernhard cui la regia chiaramente si ispira riprendendo stilisticamente l'allestimento di Peymann, - si conclude con un balletto della morte intorno al corpo disteso del drammaturgo la cui anima nel vortice scatena una cascata di parole che però non servono (più) a niente.
Paola Gassman è un'algida metafisica Suzanne (la moglie morta di Sam), Paola di Meglio una paradossale Billie, il paralume vivente, mentre Alessandro Albertin incarna il divertente Knowson che raccoglie le ultime parole del drammaturgo che si spegne farfugliando. Il tutto dopo aver dato vita ad una interpretazione - sottolineo - magistrale che alterna sapientemente spunti comico-grotteschi a momenti esistenzialmente tragici.
Le due scene, gli interni del primo e del secondo atto, di Antonio Panzuto sono esemplarmente semplici eppure ricche di simboli apparentemente quotidiani ma che si trasformano in elementi fiabeschi, atmosfere che le luci di Pasquale Mari ora arricchiscono di effetti cinematografici, ora illanguidiscono fino a spegnersi come la vita nel corpo del protagonista. E vanno citate le musiche di Marco Podda che il regista Marini somministra sapientemente nei commenti anche qui quasi cinematografici, nonché i costumi di Gianluca Falaschi, efficaci e metafisici nel suggestivo finale.
Il raccolto pubblico del Vascello applaude giustamente facendosi in quattro e poi va a interpellare, ma su tutt'altri temi, in camerino il grande attore esausto e appagato: chissà cosa avrà detto Berlusconi da Santoro, scatenando una ridda di illazioni e curiosità. Del testo e di Beckett invece non si parla: complimenti a tutti, e... forse facciamo ancora in tempo a vedere Bersani da Vespa.
Ahimé. Il teatrino della politica, il dialogo tra sordi, il carrozzone mediatico è certamente più comico, più accattivante e, alla fine, più assurdo dello stesso Teatro dell'Assurdo. E così l'omaggio a Beckett resta tale senza aprire nuove prospettive drammaturgiche o un nuovo discorso, un nuovo piano di comunicazione teatrale che vada oltre gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.

 

 

Teatro Vascello - via Giacinto Carini 78, Roma (zona Monteverde Vecchio)
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/5881021 – 06/5898031, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 17
Biglietti: intero € 20, ridotto € 15, studenti, promozioni gruppi di almeno 10 persone 12 euro

 


Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Cristina D'Aquanno, Ufficio stampa Teatro Vascello
Sul web: www.teatrovascello.it

 

 

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