Wake Up! bagliori dalla primavera araba - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Sabato, 13 Ottobre 2012 
Wake Up!

Attanagliati da una crisi economica, politica e sociale di imprevedibili proporzioni, anestetizzati dall’ottenebramento culturale indotto dai mezzi di comunicazione di massa, i paesi europei sembrano pressochè non avvedersi dell’infuocato ciclone di rivolta, dell’urgenza della rivendicazione di libertà, indipendenza e diritti civili innescatasi nei paesi nordafricani e mediorientali e che, con la sua potenza dirompente, lambisce con sempre maggior prepotenza le sponde del Mediterraneo. In scena al Teatro Argentina, in data unica, una rivisitazione drammaturgica di questa peculiare congiuntura storica, attraverso sei brevi letture sceniche curate da giovani autori della scena teatrale indipendente italiana. Linguaggi espressivi e prospettive di interpretazione profondamente variegati, per dar voce ad uno “sguardo da occidente” lucido, tagliente, appassionato e coinvolgente.

 

WAKE UP! bagliori dalla primavera araba
studi scenici di Michele Santeramo, Enrico Castellani, Alessandro Berti, Renato Gabrielli, Magdalena Barile, Riccardo Fazi
coordinamento Lisa Ferlazzo Natoli

Una serata inconsueta ed emozionante che ha costituito la naturale evoluzione del progetto sviluppato congiuntamente con l’Unione dei Teatri d’Europa e il Naunynstrasse Ballhaus di Berlino in occasione del festival “Voicing Resistance”, dedicato appunto all’esplosivo fermento di protesta divampato nel Mediterraneo e alla Primavera araba. Sei drammaturghi sono stati pertanto invitati dal Teatro di Roma ad esprimere il loro personale punto di vista, cristallizzando lo spirito di impellente e radicale cambiamento che sostanzia questo movimento, in sei costruzioni letterarie tali da comporre un mosaico polifonico dall’indiscusso fascino, oscillante tra istanti di intenso lirismo, sorprendenti sfumature ironiche, suggestive riflessioni esistenziali e brillanti provocazioni all’insegna di una satira sferzante, tra soluzioni performative più tradizionali e vertigini di modernità e contaminazione artistica.

Il tutto declinato lungo le tappe di un viaggio avvincente attraverso gli spazi del Teatro Argentina, dalla Sala Centrale allo Spazio Pandolfi, dalla Sala Squarzina allo Sperone contemplato dall’alto dai palchi, secondo un itinerario che accentua il carattere iniziatico di una progressiva scoperta di una sorta di dimensione parallela, apparentemente remota ma in realtà distante da noi solamente una manciata di chilometri di mare cristallino. Una dimensione di sofferenza, intollerabile dittatura, negazione dei più elementari diritti e libertà individuali che superficialmente a noi appaiono ormai assodati ed indiscutibili, mentre invece in paesi come Tunisia, Egitto, Algeria, Libia o Siria hanno assunto la valenza di obiettivi da raggiungere a costo di sacrifici inauditi, talora anche della propria stessa vita.

Un nutrito pubblico particolarmente variegato – professori con compagini di studenti al seguito, abituali frequentatori delle platee teatrali, operatori del settore - raggiunge la Sala Squarzina ed incontra dapprima Michele Santeramo della compagnia Teatro Minimo il quale, seduto ad una scrivania in penombra, racconta con sottile ed asettica ironia un episodio di impietosa drammaticità, ne “La Bandiera”: quattro personaggi sono rimasti vittima delle mine antiuomo e, a causa dele mutilazioni riportate, sono stati rinchiusi in completa solitudine in un sanatorio abbandonato, in modo tale che l’effettivo utilizzo di questo atroce strumento di morte non fosse esposto all’opinione pubblica; due di loro sono vincolati a delle sedie a rotelle, uno è cieco, il quarto privo delle braccia; l’unica loro possibilità di partecipare, seppur solo idealmente, alla rivoluzione che impazza furiosamente all’esterno, tra scontri violenti con l’esercito e infuocate manifestazioni di piazza, è quello di immaginare e cucire la bandiera del nuovo stato sovrano che sicuramente sorgerà non appena il regime oppressivo verrà sovvertito. Sopraggiungono però due militari e l’incontro-scontro tra il potere costituito da loro incarnato e le quattro vittime inermi, simbolo dell’insensatezza di ogni conflitto, porterà a conseguenze laceranti. Una narrazione in forma dialogica tra i sei personaggi, condotta con spietato sarcasmo e dolente scrupolo documentario, che si conficca in maniera implacabile nella coscienza dello spettatore, cassa di risonanza emotiva di una adesione sincera al dramma narrato.

Wake Up!

Si prosegue poi, sul palcoscenico della Sala Centrale, con una vicenda dai contorni decisamente dissonanti rispetto all’esperienza drammaturgica precedente. Dinanzi a noi si ergono dei possenti rami scheletrici, emblema di una primavera rigenerante che stenta ad arrivare. Babilonia Teatri in “Maledetta Primavera” ci conduce, grazie alla voce recitante dolorosa e vibrante di Valeria Raimondi, tra le pieghe di una storia decisamente più intima, lontana dal clamore della battaglia di rivendicazione della libertà, ma che al contempo ne restituisce un immediato e lancinante riflesso. Una giovane donna, un neonato, l’abbandono da parte del compagno per seguire un ideale irrinunciabile, l’adesione al risveglio della sua patria lontana in lotta per scrollarsi di dosso il giogo dell’oppressione; l’incapacità da parte della protagonista di comprendere le motivazioni profonde di tale gesto, lei donna occidentale che dichiara limpidamente la sua ignoranza in merito alla maledetta primavera araba che ha accoltellato il suo futuro, il groviglio emotivo paralizzante che la pervade al pensiero di cosa potrà raccontare al proprio bambino per giustificare l’assenza al loro fianco del padre coraggioso ed idealista. Pura poesia veicolata attraverso un linguaggio metropolitano incisivo e malinconico, a tratti duro ed aggressivo, ma pur sempre trasudante l’onestà di un sentimento negato in virtù di un legame primigenio alla propria terra natale e di un insopprimibile anelito di indipendenza. L’epilogo viene segnato non dal consueto discendere di un sipario, ma da una pioggia progressivamente sempre più copiosa di delicati petali sui rami scarnificati della scenografia, sulle note dell’immortale “Maledetta Primavera” di Loretta Goggi. Il monologo di Babilonia Teatri colpisce decisamente nel segno per l’originalità nel coniugare la tematica di fondo del progetto in una chiave assolutamente scevra di retorica ed emozionale e per il linguaggio drammaturgico moderno e pervasivo; il testo è stato selezionato dal Teatro di Roma e, tradotto in lingua tedesca dal Goethe Institut, nello scorso mese di giugno è stato presentato a Berlino insieme ai testi del Teatro Habima di Tel Aviv, del Teatro Nazionale della Grecia del Nord, del Teatro Garibaldi di Palermo, del Teatro Nazionale di Atene e dello Shauspielhaus Graz.

Il tempo di accomodarsi sul velluto vermiglio delle poltrone della Sala e ci addentriamo nella riflessione esistenziale proposta da Alessandro Berti in “Scorrere, una rivoluzione origliata”, excursus monologante piuttosto ermetico e dunque dall’impatto non propriamente immediato sullo spettatore. Con un incedere più vicino ad uno stile narrativo-saggistico che ad una drammaturgia compiuta, accogliamo i pensieri di un giovane dell’Europa meridionale, ormai invischiata in un immobilismo culturale e sociale letteralmente paralizzante; il fermento di libertà e consapevolezza che spira dal mare sembra come risvegliarlo dal torpore atavico in cui pareva essere sprofondato, innescando la possibilità e la necessità di un radicale cambiamento, che parta dall’interiorità del singolo ed investa poi progressivamente la collettività, divenendo fertile embrione di una ineludibile presa di coscienza, che conduca ad un coraggioso rivolgimento delle gerarchie sociali rigidamente incancrenite e quindi ad un salvifico rinnovamento.

Wake Up!Si ritorna poi sul palcoscenico, stavolta assaporato da una prospettiva perfettamente speculare rispetto all’episodio precedente: dinanzi a noi la quotidianità di uno spaccato di vita familiare, una famiglia dichiaratamente ed orgogliosamente progressista; in cucina marito e moglie dissertano sui massimi sistemi inframmezzati dai piccoli problemi della quotidianità spicciola, fintanto che la loro attenzione non viene attirata dall’iconico personaggio prescelto dalla prestigiosa rivista Time come simbolo dell’anno appena trascorso, ovvero “The Protester” (che peraltro dà il titolo a questo frammento drammaturgico), volto ignoto celato da un passamontagna che combatte con fierezza coraggiosa e sfrontata in tutte le rivoluzioni che infiammano il globo, dalla primavera araba ad Atene, da Occupy Wall Street a Mosca. I due coniugi, impacciati e timorosi, ammirano ed al contempo diffidano dell’impavido sovversivo, nel frattempo manifestatosi su un piedistallo davanti ai loro occhi e si interrogano sulla sua reale identità, che riserverà per loro in conclusione uno sbalorditivo colpo di scena…Il testo di Magdalena Barile, sofisticata e graffiante drammaturga da anni collaboratrice dell’Accademia degli Artefatti, incuriosisce e cattura lo spettatore con originalità, coniugando ironia e profondità, interpretato con vigore ed effervescente energia dalla stessa Barile e da Milutin Dapcevic, attoniti di fronte alla totemica ed inquietante presenza del “Protester”, incarnato da Alice Palazzi.

Di ritorno nella Sala Squarzina ci accoglie Renato Gabrielli, autore teatrale, drammaturgo e sceneggiatore reduce dal recente successo dell’adattamento del Giulio Cesare scespiriano per la regia di Carmelo Rifici al Piccolo di Milano, il quale in “Non le dispiace se bevo” ci presenta Anna, vittima di uno sfrenato consumismo plastificato che la porta a manifestare la propria simpatia verso gli ideali dell’insurrezione araba, seguendo con costante apprensione i tweet del giovane rivoluzionario Hassam. Nel frattempo l’ha raggiunta nel suo appartamento Hossein con la ferma intenzione di erogare il servizio per cui è stato contattato, senza troppe divagazioni o chiacchiere, senza digressioni sull’inarrestabile e affascinante ciclone di libertà che si è sollevato dalla sua terra natale che percepisce come estraneo, remoto, ben poco rilevante per la sua esistenza contingente. Un incontro davvero impossibile tra due universi a prima vista inconcilabili, ma che sveleranno ben presto inaspettati punti di contatto e similarità.

Wake Up!

La conclusione di questa avventura epica e multiforme regala allo spettatore la performance più coinvolgente, audace, innovativa ed emozionante, quella dei romani Muta Imago, progetto di ricerca artistica intrapreso dalla regista Claudia Sorace e dal drammaturgo e sound designer Riccardo Fazi. “In Tahir” vede i due artisti posizionati sullo Sperone, estrema propaggine con cui il palcoscenico si protende verso la platea; il pubblico si distribuisce all’interno dei palchi di primo e secondo ordine ed immediatamente prende vita un’avvincente rievocazione dei sanguinosi eventi che il 2 febbraio 2011 videro Piazza Tahir a Il Cairo tramutarsi nell’epicentro dei drammatici scontri di piazza tra i sostenitori del presidente Mubarak e gli oppositori del governo. Il racconto delle efferate violenze deflagrate giunse in Occidente attraverso la poderosa cassa di risonanza offerta dai nuovi media, dai social network come Facebook o Twitter ai blogger giovani, indipendenti e non allineati col regime, che valicarono in pochi istanti le barriere con cui le forze governative tentavano di oscurare scientificamente i tragici accadimenti. Ed è proprio attraverso un racconto polifonico e modernissimo, che adagia la tessitura drammaturgica su tecnologie audiovisive avazate ed incisive, che riviviamo gli attimi concitati dell’esplodere della rivolta attraverso lo sguardo atterrito ma ricco di entusiasmo di due giovanissimi ragazzi, dinanzi ai quali si dischiude finalmente l’opportunità di un’esistenza radicalmente nuova.Stimoli visivi e sonori sferzanti riempiono occhi ed orecchie, le atmosfere che ci avvolgono e le parole dei protagonisti sono come fendenti che affondano nella nostra coscienza lasciandoci commossi, storditi, profondamente impressionati.

Su “Wake Up! bagliori dalla primavera araba” cala il sipario, dopo una serata di pregiata arte teatrale capace di rispondere all’urgenza di un impegno civile sincero ed ineludibile, all’esigenza di dar voce a popoli troppo a lungo soffocati nei più basilari diritti civili ed ora finalmente nelle condizioni di rivendicare la propria libertà. Merito al Teatro di Roma e all’intelligenza dimostrata nel saper coniugare sui propri palcoscenici tradizione e sperimentazione, brillando in particolare in questa circostanza nel raccogliere sotto l’egida della testimonianza storica e civile alcuni tra gli autori più interessanti del panorama drammaturgico italiano.

 

Sala Squarzina
LA BANDIERA
di Michele Santeramo
con Michele Santeramo
Retropalco
MALEDETTA PRIMAVERA
di Enrico Castellani, Babilonia Teatri
con Valeria Raimondi
scene,luci, audio Babilonia Teatri/Luca Scotton
Sala
SCORRERE, una rivoluzione origliata
di Alessandro Berti
con Alessandro Berti
Retropalco
THE PROTESTER
di Magdalena Barile
con Magdalena Barile, Milutin Dapcevic, Alice Palazzi
Sala Squarzina
NON LE DISPIACE SE BEVO
di Renato Gabrielli
con Renato Gabrielli e Alessia Giangiuliani
Sala, Sperone
IN TAHRIR
di Riccardo Fazi, Muta Imago
regia Claudia Sorace
con Chiara Caimmi, Riccardo Fazi
consulenza rumoristica Edmondo Gintili

 

Articolo di: Andrea Cova
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Foto di scena di: Alessio Nisi
Sul web:
www.teatrodiroma.net

 

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