Vita - Teatro dei Conciatori (Roma)

Scritto da  Enrico Bernard Martedì, 09 Ottobre 2012 
Pamela Villoresi

Dal 6 al 14 ottobre. Commozione ed emozione allo stato puro nel segno del “fine vita″ nella ricostruzione dall’interno della coscienza dei protagonisti del caso Englaro che ancora scuote e divide l’Italia.

 

 

 

 

 

La Gazzaladra s.r.l presenta
V I T A
scritto e diretto da Angelo Longoni
con Pamela Villoresi, Emilio Bonucci, Eleonora Ivone

 

 

Se Bellocchio col suo “La bella addormentata″ lamenta l’indifferenza delle giurie internazionali da Venezia a Toronto, puó farsene una ragione andando a vedere “Vita″ di Angelo Longoni, che ne cura anche la regia, nel nuovo accogliente spazio del Teatro dei Conciatori a Roma.
Il paragone tra cinema e teatro, tra un grande – almeno nelle aspettative – film ed un oratorio teatrale, intensissimo e commovente, puó sembrare fuori luogo, una provocazione. Ma non é cosí: basti pensare al successo internazionale con l’Orso d’Oro al festival di Berlino ottenuto dai fratelli Taviani con “Cesare deve morire″, che nasce da un’operazione teatrale, per capire quanto sia necessario un ritorno del nostro cinema alle origini drammaturgiche e teatrali.
Ora si dá il caso che Angelo Longoni, oltre ad essere un drammaturgo di prima scelta, sia anche un collaudato regista e autore cinematografico dal quale, dunque, ci si poteva aspettare un’operazione piú ricca, carica, di messaggi visivi e di elementi di spettacolo, insomma ambiziosa ai limiti della presunzione – come nel caso di Bellocchio che invece di concentrarsi su un dramma, lo apre dissipandone la forza tragica all’intera casistica dei mali italiani. La sorpresa é che invece Longoni resta come si suol dire “attaccato all’osso″, rinuncia ad ogni orpello, oggetto di scena, movimento, affidando solo a brevi stacchi musicali e di luci il ritmo di uno spettacolo che fa venire il classico nodo alla gola, prima ancora di suscitare opinioni o riflessioni.
Tre attori – e che attori, sono talmente bravi, e non ci sarebbe bisogno di me per dirlo, Pamela Villoresi, Emilio Bonucci e Eleonora Ivone che non ti sembra neppure che stiano leggendo, e in effetti non leggono ma creano una sorta di liturgia laica – rappresentano il corpo di Eluana Englaro e le voci della madre e del padre che le sono intorno e penetrano nella coscienza profonda del suo stato comatoso e subconscio.
Attraverso i frammenti di queste tre voci che si alternano ripercorrendo intimamente e per fortuna mai troppo cronachisticamente la vicenda che ha commosso, impietosito e diviso le nostre coscienze, il testo di Longoni sottrae al buio e al nulla, alla polvere cui tutto torna, una vicenda umana che, se non fosse caratterizzata da un caso cosí famoso ed emblematico, sarebbe giá “mito″. E comunque lo diventerá quando col tempo Eluana assurgerá a simbolo drammaticamente universale come Medea, come Edipo, come Antigone, delle sofferenze terrene e dell’assenza o assenso al dolore dell’ultraterreno.
Longoni naturalmente non scopre nulla di nuovo da un punto di vista formale: nel teatro contemporaneo basti citare Testori e il “Rosales″ di Mario Luzi, che sono vere e proprie forme di oratorio liturgico in cui il teatro, laico per sua stessa natura, torna alla sua origine primordiale di cerimonia religiosa, di invocazione tragica da parte del capro espiatorio.
Tuttavia, siccome la vicenda di Eluana ha assunto e ancora racchiude una valenza politica e ideologica sempre scottante, ecco che questa forma di teatro oratorio si trasforma per l’abilitá drammaturgica di Longoni, - la palpabile commozione del pubbico ne é la cartina di tornasole, - in un vero Manifesto liturgico-politico. Sottraendosi ad ogni tentazione lirica, lasciando parlare i fatti che sono di una drammaticitá tale che non si puó aggiungere neppure uno spillo, una virgola, Longoni, ecco la novitá, prende per le corna il bestione dell’elemento politico e della cronaca trasformando la liturgia in una sorta di processo pubblico: in un primo tempo dei personaggi del padre e della madre di Eluana. Processo pubblico che poi si estende alla societá ipocrita e perbenista, cattolica e impuntata sul cavillo gesuitico, piú che sul senso di umanitá e pietá cristiane. Dal giudizio non si salva certamente il “nano morale″ dell’Italietta infame che rifiutandosi di andare a sincerarsi di persona delle reali condizioni della povera ragazza, ne offese le spoglie morenti con la famosa battuta cretina del “potrebbe ancora avere figli″.
Ne scaturisce un dramma tagliente, modernissimo nella forma, attualissimo nella tematica che si stampa sulla pelle di tutti come il marchio del capro espiatorio agli occhi di una divinitá indifferente che con noi, dall’alto del suo Regno, sembra giocare a dadi. Gioco che forse non pratica con le particelle della fisica, come sostenne Einstein, ma che certamente fa con gli esseri umani.
Cosí la disperata speranza della madre di Eluana e la disperazione che non puó piú nulla sperare di papá Englaro diventano un giudizio universale rovesciato in cui sono gli umani, i sofferenti, a mettere sotto accusa il divino assente o  indifferente al dolore.
Ma questa laicitá al limite estremo dell’ateismo e della negazione di Dio rappresenta proprio quella zona in cui dall’o-dio verso l’Onnipotente nasce il sentimento dell’amore sconfinato per la vita: quel momento di unione tra spirito e materia che costituisce ció che noi siamo: coscienza dell’essere. Ovvero un essere che senza coscienza di sé non ha piú alcun motivo e senso di esistere, di vivere.
Devo segnalare che il religioso e commosso silenzio del pubblico é stato ripetutamente disturbato dai rumori ostentati di un paio di attempate signore - forse  inviate da qualche organizaione cattolica fondamentalista a dimostrazione del fatto che il caso di Eleuana e del “fine vita″ ce lo porteremo dietro a lungo? - che si facevano ogni tanto ostentatamente il segno della croce. Il che significa che il testo di Longoni centra il bersaglio, sbigottisce i bigotti e commuove gli esseri pensanti ponendo il problema della libertá individuale sul proprio corpo e sul proprio destino.

 

Teatro dei Conciatori - via dei Conciatori 5, 00154 Roma  
Per prenotazioni: telefono 0645448982 – 0645470031, mail
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Costo biglietti: intero 15 euro, ridotto 12 euro; tessera associativa 2 euro.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21,00 – domenica ore 18,00, giovedì doppio spettacolo alle 18,00 e alle 21,00
Riduzioni per gli studenti universitari, gli over 65, tutti coloro che si presentano in teatro come lettori di Saltinaria.it, per gli abbonati metrobuscar e per tutti coloro che presentano un biglietto atac obliterato in giornata

 

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Maya Amenduni, Ufficio stampa Teatro dei Conciatori
Sul web:
www.teatrodeiconciatori.it

 

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