Vincent Van Gogh, l'odore assordante del bianco - Teatro Eliseo (Roma)

Scritto da  Martedì, 27 Febbraio 2018 

Rinchiuso in ospedale psichiatrico, un Van Gogh inquieto e geniale vive la fase più dolorosa e più prolifica della sua vita. In uno spettacolo da non perdere, Alessandro Preziosi, con confermato talento e fortissima intensità, dà corpo alla disperata brama di colore dell'artista e alle voci e paure che tormentano la sua mente. "L'odore assordante del bianco" è in scena al Teatro Eliseo di Roma fino a domenica 4 marzo, emozionante e imperdibile.

 

VINCENT VAN GOGH, L'ODORE ASSORDANTE DEL BIANCO
di Stefano Massini
regia Alessandro Maggi
con Alessandro Preziosi, Francesco Biscione, Massimo Nicolini, Roberto Manzi, Alessio Genchi, Vincenzo Zampa
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
disegno luci Valerio Tiberi e Andrea Burgaretta
musiche Giacomo Vezzani
supervisione artistica Alessandro Preziosi
produzione Khora.Teatro - TSA Teatro Stabile d'Abruzzo
in collaborazione con Festival dei due Mondi Spoleto

 

È stato ammesso oggi in ospedale il Signor Vincent W. Van Gogh, 36 anni. Egli è colpito da manie acute con allucinazioni della vista e dell'udito: si reputa incapace di vivere e gestirsi in libertà. Necessita sottomettere il soggetto a prolungata osservazione psichiatrica” (Registro degli internati, Manicomio di Saint-Paul-de-Manson, 8 maggio 1889)

Chi è Van Gogh senza pennelli e colori, senza la luce abbagliante del sole da ritrarre su una tela? Un uomo imbrigliato, rabbioso, sofferente, costretto all'immobilità artistica ma ancora vibrante di passione, con una smania vitale pronta ad esplodere. Così lo troviamo nell'imperdibile “L'odore assordante del bianco”, lo spettacolo di Stefano Massini (un testo veloce e asciutto ma intensificato da belle immagini poetiche, vincitore nel 2005 del Premio Riccione) attualmente in scena al Teatro Eliseo di Roma, con la regia di Alessandro Maggi e un Alessandro Preziosi in stato di grazia nei panni del pittore olandese.

Siamo nel giugno del 1889 e Vincent Van Gogh è recluso nell'ospedale psichiatrico di Saint-Paul-de-Manson in Provenza dove si è spontaneamente ricoverato dopo la crisi che lo aveva portato a tagliarsi l'orecchio. Ad apertura di sipario Van Gogh/Preziosi é rannicchiato sul pavimento, scalzo, con addosso la casacca dei pazienti, ampia e bianca, al centro di una stanza spoglia, austera e asettica. Si respira l'aria sterile e fredda degli ospedali, dove il tempo è senza tempo. Le pareti sono distorte e il pavimento inclinato; prospettive irregolari che rimandano al quadro "La stanza di Van Gogh ad Arles", dipinto proprio nel suo periodo di reclusione a Saint Paul. Una scatola aperta dall'aspetto precario e instabile: siamo nella sua stanza d'ospedale, o forse dentro la mente confusa dell'artista, rinchiusi con lui nel suo tormento di delirio e solitudine. L'intero spettacolo oscilla continuamente tra realtà e sogno, tenendo anche il pubblico in equilibrio su quel labile confine tra pazzia e ragionevolezza. Il fratello, i medici, la stessa lucida follia di Van Gogh: a fine spettacolo di tutto dubiteremo, di cosa sia accaduto e di cosa sia stato un'allucinazione, se fossimo nella testa o nel manicomio. Certo è che sentiremo anche noi l'urgenza di riammirare le pennellate sulle tele di un artista tanto incompreso in vita quanto amato dopo.

Ogni elemento dello spettacolo evoca e confonde, contribuendo intelligentemente al gioco. Le musiche di Giacomo Vezzani creano una tensione claustrofobica, scandendo i pensieri e il turbinio interiore di Van Gogh con suoni metallici, pulsazioni, battiti accelerati, rumori. Le luci curate da Valerio Tiberi e Andrea Burgaretta assecondano il contrasto reale/irreale giocando tra chiaro e scuro con efficaci proiezioni di ombre. Poi, soprattutto, le evocative scene di Marta Crisolini Malatesta. Tutto è bianco: le pareti, le finestre, la divisa dei malati, i camici dei dottori, persino i fiori che sbocciano. Non un bianco luminoso di purezza e calore, ma il bianco del silenzio, del vuoto, della privazione, dell'abbattimento, il bianco come assenza di colore, imposto ai pazienti per calmare l'effetto eccitante dei colori. Per Van Gogh, che di colori primari e accostamenti audaci viveva, il bianco della morte. Eppure lì, sotto il candore opprimente delle pareti, impresso in bassorilievo bianco su bianco, si cela, pronto ad emergere grazie al gioco di luci e come un inno alla vita, il dipinto “Campo di grano con volo di corvi”. Fu questo l'ultima opera di Van Gogh, realizzata venti giorni prima di morire. Nelle 53 settimane di reclusione a Saint Paul (ne uscì nel maggio 1890 per uccidersi solo due mesi dopo) l'artista realizzò 150 tele tra cui alcune delle più famose "Autoritratto", "Iris", "La notte stellata". Fu il periodo più terribile umanamente e più prolifico artisticamente, fatto di colori carichi, tratti precipitosi, opere in cui ogni pennellata è una ferita.

Nella finzione scenica, mentre marcisce nella sua cella bianca in giornate sempre uguali, Vincent sogna una traccia di magenta, natura, tende colorate, il cielo. Invece ogni suo impulso è castrato, proibito leggere, proibito disegnare, proibito vivere, nessun colore, nessuno stimolo. Cerca affetto e una via di fuga nell'amato fratello minore Theo, giunto in visita dopo quattro treni e un carretto, suo solo sostegno e presenza costante nella sua vita (come dimostrano le quasi 500 lettere che per vent'anni, regolarmente, Vincent gli scrisse), ma è reale quel fratello o anche lui è solo una proiezione della sua mente? “Giurami che esisti, che non sei vivo solo qui dentro”: il filo è ormai spezzato e Vincent (e noi con lui) non può più scegliere, non può vedere nulla senza dubitare della sua essenza. Vista, udito, olfatto si confondono e anche gli unici mezzi per conoscere la realtà e riprodurla non sono più credibili. Voci e paure gli affollano la testa e i momenti di esaltazione si susseguono ad un'angoscia disperata.

Alessandro Preziosi, anche supervisore artistico del progetto, ci conduce in questo sogno delirante con un'interpretazione intensa e sofferta. Percorre il palco trascinandosi affaticato, oppresso dal bianco, dalla prigionia e dai demoni che lo tormentano. Ha lo sguardo spento, perso in mondi lontani, anestetizzato e poi d'improvviso la brace negli occhi. E' un leone in gabbia il suo Van Gogh, visionario folle o lucido genio. L'attore cambia registro di continuo, arriva sul punto di esplodere e poi si placa, guizzando tra logica, disperazione e speranza ed è la sua interpretazione matura a dare le pennellate più incisive allo spettacolo, dimostrando ancora una volta che è il palcoscenico il suo elemento.

Sempre presente in scena, è avvicinato dagli altri personaggi che idealmente scandiscono tre fasi dello spettacolo. Prima l'incontro con il fratello (interpretato da Massimo Nicolini che, dopo un avvio impostato, acquista scioltezza in una bella interpretazione), il confronto dolce che rimanda a giochi e ricordi della giovinezza e ad un profondo affetto. Poi i due infermieri (Alessio Genchi e Vincenzo Zampa) e il vanesio caporeparto Dottor Vernon-Lazar, inappuntabile e narciso (un Roberto Manzi fastidiosamente efficace nella sua stolta vanità). Lo marchiano “inoffensivo, non ostile, socialmente placido” e lo isolano dal mondo affinché sia l'ospedale il solo mondo. Sono figure di aguzzini, grottesche e caricaturali, rese esasperate dall'odio del pittore. Infine il Direttore Peyron (un ottimo Francesco Biscione), medico illuminato e moderno che arriva per proporre cure all'avanguardia e cercare di salvare Van Gogh, di liberarlo riportandolo al suo equilibrio per far sì che, alla fine, il giallo inondi quelle pareti asettiche di colore, speranza, libertà.

 

Teatro Eliseo - Via Nazionale 183, 00184 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/83510216, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Botteghino: lunedì ore 13/19, dal martedì al sabato ore 10/19, domenica ore 10/16
Orario spettacoli: martedì, giovedì, venerdì e sabato ore 20; primo sabato di programmazione doppio spettacolo ore 16 e ore 20; mercoledì e domenica ore 17
Biglietti: platea 40 € - I balconata 35 € - II balconata 27 € - III balconata 20 €
Durata spettacolo: 1 ora e 25 minuti, atto unico

Articolo di: Michela Staderini
Grazie a: Maria Letizia Maffei e Antonella Mucciaccio, Ufficio stampa Teatro Eliseo
Sul web: www.teatroeliseo.com

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