Verso Medea - Auditorium Parco della Musica (Roma)

Scritto da  Domenica, 06 Aprile 2014 

L'universo drammaturgico viscerale di Emma Dante incontra la potenza evocativa della tragedia classica euripidea dando vita ad un atto unico in cui inquietanti fantasmi del subconscio infestano l'agorà del mito assurgendo a simboli delle nostre più recondite fragilità. A un decennio esatto dal primo incontro con lo spirito incoercibile di Medea, barbara, fattucchiera implacabile e sensuale ammaliatrice, precipitata in un abisso senza ritorno dopo il glaciale abbandono del suo insensibile Giasone, la regista palermitana ne declina le drammatiche vicende con un linguaggio stavolta assolutamente personale, esaltato dall'accompagnamento musicale etnico, impregnato di sangue, terra e sicilianità dei fratelli Mancuso e dalla pregiata alchimia interpretativa che scaturisce dall'incontro, che sia tenero abbraccio o ferina aggressione, tra gli attori della compagnia Sud Costa Occidentale.

 

 

 

 

 

 

Produzione compagnia Sud Costa Occidentale presenta
VERSO MEDEA
spettacolo - concerto da Euripide
testo e regia di Emma Dante
con Elena Borgogni (Medea), Carmine Maringola (Giasone/Mariarca), Salvatore D'Onofrio (Creonte/Giuseppina), Sandro Maria Campagna (Messaggero/Caterina), Giuliano Scarpinato (Rosetta), Davide Celona (Mimma)
musiche e canti Fratelli Mancuso
luci Marcello D'Agostino

 

 

Nel primo confronto con il mito immortale dell'efferata maga della Colchide, Emma Dante era partita dalla rivisitazione degli archetipi classici, interpretati come portatori di imperiture verità che si attagliano alla perfezione anche alla società contemporanea, e li aveva coniugati con l'indagine delle dinamiche familiari che aveva già rappresentato il focus essenziale della trilogia composta da "mPalermu", "Carnezzeria" e "Vita mia": ne era scaturito "Medea", prodotto dal Teatro Stabile Mercadante di Napoli nel 2003, con protagonisti due interpreti di indiscusse esperienza e caratura come Iaia Forte e Tommaso Ragno; forse proprio il rapportarsi con due sensibilità attoriali tanto spiccate ma di ascendenza maggiormente tradizionale, aveva parzialmente offuscato il carico dirompente di sperimentazione e sanguigna passionalità delle precedenti produzioni. Ed ecco pertanto, a distanza di un decennio, una nuova rilettura del medesimo materiale leggendario, declinata ora in maniera più congeniale agli stilemi inconfondibilmente tipici del teatro dell'artista palermitana; una partitura essenziale, scarnificata sino al pulsare sanguinolento della carne infetta dal peccato e dalla sofferenza, esaltata dall'intreccio tra il linguaggio icastico della drammaturgia, la forza virulenta della personificazione attoriale e il superbo contrappunto musicale offerto dai Fratelli Mancuso, coro ancestrale capace di dipingere suggestioni ineffabili, trascolorando dal pathos della catastrofe incombente all'acme dell'ormai irreparabile disgrazia, sino all'avvicinamento progressivo verso una probabilmente impossibile catarsi.


Concedendosi la necessaria libertà nel rielaborare vicende ormai cristallizzate da secoli e da innumerevoli adattamenti, Emma Dante infonde la propria peculiare cifra stilistica in ogni singolo particolare della messinscena. I topoi classici vengono pertanto rivissuti alla luce delle nebbie opprimenti che affollano la cronaca nera odierna, dall'accanita ripulsa da cui troppo frequentemente è investito lo straniero sino ai sempre più numerosi e follemente insensati episodi di madri infanticide.


Protagonista indiscussa è la ferina, carnale, feroce Medea, magistralmente interpretata da Elena Borgogni, che con torrido ardore affonda nel delirio incontrollabile del suo personaggio, restituendone le molteplici sfaccettature attraverso un potentissimo incastro di recitazione e danza, reso possibile da una non comune padronanza del mezzo vocale e corporeo. In un panorama scenografico asettico, immerso nell'oscurità, incontriamo la perversa eroina attorniata da un inconsueto coro, quello delle donne di Corinto portate in scena con una miscela esplosiva di sferzante ironia e movimenti nevrotici, dagli interpreti maschili della compagnia Sud Costa Occidentale che in tanti altri lavori teatrali della Dante si è avuto modo di apprezzare calorosamente - Carmine Maringola (Mariarca), Salvatore D'Onofrio (Giuseppina), Sandro Maria Campagna (Caterina), Giuliano Scarpinato (Rosetta) e Davide Celona (Mimma); un nugolo di zitelle sterili sino al midollo e ormai irreparabilmente inacidite dall'esistenza avvolgono Medea, unica donna fertile della città, fingendo un intento consolatorio e solidale, che in realtà nasconde solamente il becero tarlo del pettegolezzo.


L'ammaliante maga ha difatti subito l'onta dell'abbandono da parte dell'amatissimo Giasone (portato in scena dal sempre ottimo Carmine Maringola), sebbene porti in grembo l'erede maschio da lui lungamente agognato; difatti il fiero comandante degli Argonauti ha intravisto nel matrimonio con Glauce, figlia del sovrano della città Creonte, il miraggio di un insperato potere e ricchezza e così, travolto da avidità, arrivismo, cupidigia di onori e lussuosi fasti, si appresta a celebrare le proprie sontuose nozze, noncurante del parto imminente e del futuro destino della donna che a lui aveva consacrato la propria intera esistenza, rinunciando agli affetti familiari e macchiandosi di crimini nefasti pur di aiutarlo con i suoi potentissimi sortilegi. E' inevitabile allora che lo spettro indemoniato della vendetta cominci ad infestare la mente sconvolta di Medea: fingendo di essere addivenuta a più miti consigli, offre a Giasone un pegno di riappacificazione, il suo inestimabile abito nuziale, affinchè venga indossato da Glauce durante lo sposalizio; il manto è però imbevuto di un prodigioso veleno che scarnifica in un baleno la pelle dell'infausta giovane principessa non appena ingenuamente lo avvolge attorno a sè ed uccide finanche l'austero re Creonte intervenuto repentinamente in suo soccorso. Proprio mentre si consuma questa scellerata tragedia, la malvagia artefice di un così machiavellico piano dà alla luce il proprio figlioletto, aiutata dalle donne di Corinto per l'occasione tramutatesi in premurose nutrici: il neonato è simboleggiato da una coperta colorata, verso la quale nei primi istanti di vita di questa sfortunata creatura, la protagonista sembra mostrare un naturale, insopprimibile, amorevole istinto materno, dando origine ad un passaggio drammaturgico di grande intensità e delicatezza. Si tratta però solamente di rapidissimi palpiti di affetto viscerale, ben presto sopraffatti da una sete abissale di rivalsa nei confronti dell'amato/odiato Giasone, al quale sarà riservata la più atroce delle punizioni: il suo bimbo sarà assassinato dalla sua stessa madre in modo che l'insensibile guerriero sia condannato per ciascuno dei giorni che gli saranno offerti dal destino a portare il peso soverchiante di questo infanticidio. L'epilogo è segnato proprio dalla condanna senza margine di salvezza o redenzione, pronunciata da Medea nei confronti di Giasone: "Aspetta d'essere vecchio per piangere davvero". Non è quello contingente lo strazio a cui la maga ha voluto sottoporre colui che aveva così glacialmente calpestato i suoi sentimenti e la sua dignità di donna; la sua sentenza decreta piuttosto come pena la cappa soffocante di dolore che dovrà avvolgere ogni singolo respiro dei suoi anni futuri.


L'atto unico, forgiato dall' incandescente e personalissima sensibilità autorale e direzione registica di Emma Dante, sembra segnare un ritorno alle origini della sua ispirazione drammaturgica e al contempo tracciare possibili itinerari futuri di sperimentazione, imbastendo una superba alchimia tra le diverse componenti della rappresentazione: le musiche suonate e cantate dal vivo dai Fratelli Mancuso capaci di incastonare le vicende in una suggestiva intelaiatura sonora; il pastiche linguistico che giustappone l'italiano con cui si esprime la "barbara" Medea ed il vernacolo che rappresenta il mezzo espressivo dell'intero coro, a rimarcare ulteriormente la totale ed inconciliabile diversità dell'eroina tragica; il disegno luci, sapientemente calibrato da Marcello D'Agostino, che sottolinea, enfatizza, senza risultare mai eccessivamente invasivo; infine, ovviamente e decisamente in primo piano, le interpretazioni caparbie e vigorose di tutti gli attori in scena, tra cui in particolare si stagliano imponenti, solidissime ed affascinanti quelle dei due protagonisti Elena Borgogni e Carmine Maringola.


"Verso Medea" tornerà in scena il 22 e 23 ottobre al Teatro Olimpico di Vicenza (proprio dove un paio di anni fa fu ideato durante la direzione artistica di Eimuntas Nekrosius) in occasione del 67° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza "Il viaggio al di qua del confine", la cui direzione artistica quest'anno è stata affidata alla stessa Emma Dante. Nell'ambito di questa rassegna si assisterà alla prima assoluta del suo nuovo lavoro "Io, Nessuno e Polifemo" (17 - 20 settembre) - progetto che narra lo sbarco di Odisseo nella terra degli spaventosi Ciclopi e lo spiazzante incontro con Polifemo - e si terrà il laboratorio teatrale "Verso Itaca" (18 - 24 settembre), che prenderà forma dall'analisi degli incontri di Odisseo con le figure femminili di Calipso, Nausicaa, Circe, Scilla e Cariddi, Atena e Penelope. Il percorso di sperimentazione drammaturgica di Emma Dante sembra dunque proseguire nella direzione di una prolifica contaminazione tra classicità del mito e aderenza alle più stringenti problematiche della contemporaneità, sentiero tanto coraggioso quanto sicuramente foriero di interessanti sviluppi e coinvolgenti emozioni.

 

 

Auditorium Parco della Musica (Sala Petrassi) - viale Pietro de Coubertin 30, 00196 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/80241281, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.



Articolo di: Andrea Cova
Grazie a: Massimo Pasquini, Ufficio stampa Auditorium Parco della Musica
Sul web: www.auditorium.com

 

 

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