Vento e Pioggia, Soluzione Finale - Teatro dell’Angelo (Roma)

Scritto da  Domenica, 25 Marzo 2012 
Vento e Pioggia

Dal 13 marzo al 5 aprile. Una commedia noir in due atti, tra Roma e Bangkok, per narrare una lacerante storia autobiografica, quella dell’autore e regista Patrizio La Bella e della sua famiglia: le rocambolesche vicende di un’esistenza vissuta con l’inesauribile spirito di sacrificio necessario per sostenere un padre corroso dall’ossessione dell’eroina; i legami affettivi ancestrali che, nonostante le delusioni, le assenze, le menzogne, sotto la cenere continuano a resistere e divampare; il raggiungimento dell’acme della sofferenza e lo stringersi per l’ultima volta nell’abbraccio di un addio finale. Un racconto struggente, declinato in maniera originale attraverso le corde di un umorismo caustico e tagliente e portato in scena da un cast perfettamente affiatato, conferisce vita ad una pièce insolita, coinvolgente e dall’impetuoso carico emozionale.

 

Nina Produzioni presenta

VENTO E PIOGGIA - Soluzione finale

dal libro “Vento e Pioggia” di Patrizio La Bella

con Elda Alvigini (Alessia, moglie di Patrizio), Brenno Placido (Valentino, figlio di Gianni), Giorgio Caputo (Luca, figlio di Gianni), Patrizio La Bella (Gianni, detto er Belletta), Edoardo Pesce (Patrizio, figlio di Gianni), Tiziano La Bella (Barone)

regia Patrizio La Bella

musica Roberto Angelini

aiuto regia Leonarda Imbornone

direzione artistica Lorenzo Terranera

scenografia Alessandra Ricci

scenotecnica e allestimento scenico Eventi in Scena di Paolo Iacoangeli

costumi Giorgia Zoratti

aiuto costumista Rita Sacchetti

disegno luci Giovanna Bellini

direttore di scena Adriano Caldiero

foto Pino Le Pera

progetto grafico Ran

produzione B5 srl

organizzazione Patrizia Zoratti

pubbliche relazioni Elisa La Bella

 

Vento e Pioggia“Vento e Pioggia, soluzione finale” si ispira all’omonimo romanzo dello stesso Patrizio La Bella e descrive con sincerità autentica e dissacrante, senza concedere sconti né pacificanti soluzioni, due passaggi fondamentali di una vera storia familiare e del rapporto conflittuale ma tenero, rancoroso ma al contempo intriso di insopprimibile affetto, di amore e odio, che ha legato per oltre trent’anni tre fratelli – Luca, Patrizio e Valentino – ed il loro padre Gianni (soprannominato “er Belletta”), da sempre tossicodipendente, impenitente truffatore, ladro e spacciatore, egoista cronico focalizzato unicamente sul proprio piacere personale, sulla ricerca continua dello “sballo”, ed invece sostanzialmente indifferente ai problemi dei propri figli; un’assenza opprimente e tragica che ha segnato il loro processo di crescita, inducendo in loro reazioni e comportamenti contrastanti in virtù della diversa indole ed attitudine naturale: Luca nel corso degli anni è divenuto un indefesso lavoratore, onesto, solido e coraggioso, punto di riferimento sicuro per tutti coloro che lo circondano; Patrizio persegue il sogno dell’affermazione professionale come attore, barcamenandosi tra scuole di recitazione ed improbabili tournèe teatrali, senza particolare successo né concrete prospettive, confortato in questo percorso dall’amore appassionato e dal sostegno della sanguigna moglie Alessia; infine Valentino, il più giovane dei tre ma forse allo stesso tempo anche il più sereno e risolto, premuroso marito e padre di famiglia, integerrimo e  disponibile in ogni occasione ad intervenire in aiuto del prossimo.

Vento e PioggiaNel primo atto allo spalancarsi del sipario ci troviamo immediatamente immersi nell’atmosfera claustrofobica, afosa e soffocante della sala d’aspetto del penitenziario thailandese di Wang Wong a Bangkok: i quattro giovani protagonisti di questa vicenda hanno affrontato le peripezie di un faticoso viaggio per incontrare, in occasione della speciale visita natalizia che consente ai detenuti di trascorrere del tempo in compagnia dei propri familiari ed amici, il fantomatico Belletta. Un personaggio misterioso che in qualche modo rappresenta per loro un trait d’union, verso il quale nutrono sicuramente del risentimento per le innumerevoli malefatte di cui si è macchiato nel corso degli anni, ma che evidentemente permane sempre nei loro pensieri, con una miscela ineffabile di affetto, simpatia, stima e malinconia. L’estenuante attesa del momento del fatidico incontro si traduce nell’opportunità per abbandonarsi ad un acceso scambio di opinioni e accuse reciproche, ad una rievocazione di ricordi passati, discordie apparentemente insanabili, ambizioni e sogni frustrati dal grigiore del quotidiano; questo dialogo, particolarmente acceso e vibrante, crea uno squarcio che attraversa diametralmente la quarta parete, consentendo allo spettatore di insinuarsi nelle psicologie dei tre fratelli e comprendere, a dispetto della violenza degli attriti che sembrano separarli, la solidità di un’unione rafforzata dalle asperità della vita nei sobborghi disagiati della Roma del secondo dopoguerra e dai dolori scaturiti da dinamiche familari quantomeno inconsuete e “difficili”. Solo al termine del primo atto l’attesa giungerà a compimento, con l’entrata in scena decisamente ad effetto del “Belletta”, ed il pubblico scoprirà l’amara realtà: il losco malvivente, logorato da anni di tossicodipendenza e crimini, è in realtà il padre dei tre ragazzi ed anche in questa circostanza non smentisce affatto il suo cinico ed individualistico edonismo chiedendo sardonicamente, nonostante fossero trascorsi ormai più di cinque anni dall’ultima volta che aveva abbracciato i propri figli, “perché avete speso tutti sti soldi per venire qui…n’era mejo se mi mettevate un po’ de robba nel parmigiano e me la spedivate?”. Una chiosa decisamente sferzante a questo primo segmento della narrazione, che smitizza le tensione emotiva dell’interminabile attesa in cui eravamo stati coinvolti, scaraventando nella polvere ogni propensione troppo aulica e sentimentale.

Vento e PioggiaNel secondo atto assistiamo ad un - forse eccessivamente repentino - sovvertimento di atmosfere e ad un progressivo acuirsi della drammaticità, un inabissarsi verso un baratro di sofferenza che comunque i nostri protagonisti cercheranno di affrontare con dignità e quella coesione e solidarietà che solamente in frangenti così tragici sorgono spontaneamente. Ci troviamo al crepuscolo in una stanza del reparto oncologico di un non meglio precisato nosocomio romano, dove il Belletta sta trascorrendo, tra indicibili tormenti sopiti unicamente da una dose di morfina ovviamente troppo debole per il suo fisico abituato a ben più massicci stordimenti artificiali, i suoi ultimi giorni di vita. Uno dopo l’altro i tre figli accorrono al suo capezzale cercando di confortarlo e sostenerlo; anche in questi ultimi istanti di lucidità lo scapestrato genitore confermerà la propria indole indomabile, sgraffignando i cellulari di medici, infermieri ed altri pazienti e fumando infinite sigarette che rendono l’aria, già maleodorante dell’ospedale, del tutto irrespirabile. Ai suoi figli svelerà come impadronirsi della sua “personalissima eredità” (di cui però, in uno slancio di onestà, si sbarazzeranno subitaneamente), per poi recapitare loro un’estrema e dilaniante richiesta, affidata alle parole accorate di una lettera, un soffocato grido di aiuto che li precipiterà nel più assoluto sconforto e incapacità di agire: il tema dell’eutanasia viene apprezzabilmente sfiorato con la dovuta delicatezza, senza eccedere in patetismi o nell’eclatante sensazionalismo a cui troppe polemiche mediatiche ci hanno purtroppo tristemente abituato. Il Belletta però, nonostante gli spasmi della malattia, conserva intatto il proprio coraggio e la propria incoercibile bramosia di libertà, non si piegherà pertanto al destino, ma lo plasmerà a suo piacimento in un epilogo bruciante, che non mancherà di graffiare l’anima dello spettatore e indurre ad un’intima riflessione.

Questa vicenda biografica così angosciante e dolorosa viene però narrata ricorrendo ad uno stile drammaturgico che, grazie ad un’ironia acuminata e a tratti addirittura feroce, ad un ritmo dinamico ed incisivo e alla brillantezza dell’interazione dialogica tra i personaggi, tramuta un dramma straziante e privo di speranza in una commedia nera vivace e divertente; risultato raggiunto in primis in virtù del linguaggio marcatamente colorito utilizzato dall’autore Patrizio La Bella, che fotografa con efficace realismo il verace spirito irriverente dei quartieri popolari di una Roma a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta. Ad impreziosire l’allestimento contribuiscono poi le musiche originali composte dal cantautore romano Roberto Angelini e la scenografia, curata da Alessandra Ricci e Lorenzo Terranera, capace di dipingere vividamente, con il minimalismo di pochi dettagli accuratamente studiati, l’atmosfera di inquieta sospensione che contraddistingue la rappresentazione.

Vento e PioggiaAssolutamente convincenti e d’impatto le interpretazioni dei cinque attori in scena, sintesi di individuale potenza espressiva nel processo di immedesimazione nel personaggio e di un armonico lavoro di insieme per raccordare le proprie variegate istanze recitative in un unicum volto a veicolare il messaggio umano ed emozionale più profondo del testo. Da segnalare in particolar modo le interpretazioni di Patrizio La Bella, che incarna con estremo coraggio, dignità e vigore il ruolo paterno (quello del tracimante ed insofferente ad ogni vincolo morale Gianni, detto “er Belletta”) tratto dalla sua stessa lacerante esperienza biografica e gli ottimi Edoardo Pesce (estremamente ricca la gamma delle sfumature caratteriali conferita al personaggio di Patrizio, diviso tra aspirazioni artistiche frustrate ed improvvise responsabilità familiari che lo coglieranno decisamente impreparato) e Giorgio Caputo (che indossa i panni di Luca con carisma evidenziando nel primo atto l’energia vitalistica e canzonatoria del suo personaggio, per poi approfondirne nel secondo segmento i tratti più riflessivi, il dolore composto e trattenuto, la cupa afflizione dovuta all’incapacità di alleviare le sconfortanti condizioni del proprio padre, in fondo amatissimo, nonostante tutto). Accattivanti anche le prove recitative di Brenno Placido, nel ruolo più lineare e composto, sempre coerente e solidamente rassicurante in ogni sua manifestazione, del razionale fratello minore Valentino, e di Elda Alvigini, unica presenza femminile in scena che, specialmente negli istanti conclusivi, riesce ad infondere nel personaggio di Alessia una morbidezza accogliente, una sensibilità penetrante, un’empatia spontanea e generosa che catturano l’anima dello spettatore impreziosendo l’intreccio narrativo.

Un’opera senz’altro originale, viscerale nell’affrontare le magmatiche vicende di un rapporto tra padre e figli in cui si sovvertono le gerarchie, in cui chi solitamente offre aiuto e conforto viene invece a rappresentare l’anello debole bisognoso di costante sostegno; un’opera in cui domina un senso di attesa, di sospensione, nella forse vana ricerca di un approdo consolatorio dopo un’esistenza vissuta sempre al limite, ed anche oltre.

 

Teatro dell’Angelo - via Simone de Saint Bon 19, 00195 Roma

Per informazioni e prenotazioni:

telefono 06/37513571 – 06/37514258, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Orario spettacoli: dal martedì al venerdì ore 21, sabato ore 17 e ore 21, domenica ore 17.30

Biglietti: da 23,00 euro a 14,00 euro

 

Articolo di: Andrea Cova

Foto di: Pino Le Pera

Grazie a: Ufficio stampa Carla Fabi e Barbara Ghinfanti

Sul web: www.teatrodellangelo.it

 

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