Venere e Adone_in concerto - Teatro Argot Studio (Roma)

Scritto da  Domenica, 19 Ottobre 2014 

Dal 14 al 19 ottobre. Dominio Pubblico Teatro - la stagione condivisa tra Teatro Argot, Teatro dell’Orologio e Teatro India - riparte e, per mantenere il buon auspicio dell’anno passato, a dare il via nel teatro di via Natale del Grande per il secondo anno consecutivo, c’è un nuovo spettacolo di Valter Malosti.

 

Produzione Teatro di Dioniso presenta
VENERE E ADONE_IN CONCERTO
uno spettacolo di e con Valter Malosti
suono G.U.P. Alcaro
luci Francesco Dell'Elba
traduzione e ricerca musicale Valter Malosti
musiche, suoni e voci di Louis Andriessen, Antony, Aphex Twin, Craig Armstrong, Angelo Badalamenti, Luciano Berio, Cathy Berberian, James Brown, John Blow, Gavin Bryars, G.U.P. Alcaro, John Cage, Death Ambient, Stuart Dempster, Gyorgy Ligeti, David Lynch, Bruno Maderna, Michael Nyman, Luigi Nono, Prince, Henry Purcell, Terry Riley, Nino Rota, Alan Splet, Karlheinz Stockhausen, Thom Willems
Residenza Multidiciplinare di Asti
con il sostegno di Sistema Teatro Torino / Fondazione Teatro Stabile di Torino

 

Uno strano essere, zeppe nero lucido, jeans laccati, smalto rosso e camicetta anni ’70 che lascia intravedere una canotta nera e il petto villoso, cerchietto in testa e trucco allungato sugli occhi: ci si presenta così Valter Malosti in una scenografia piuttosto scarna, solamente uno sgabello e la testa luminescente di un cavallo.

"Venere e Adone", un poemetto shakespeariano che sin dalla Londra di fine ‘500 riscosse un notevole successo, è un piccolo testo in versi di tema erotico-mitologico che narra dell’incontro tra la dea Venere e l’umano Adone.

Malosti è Venere, la narratrice, colei che agisce e reagisce. E' infatti lei, innamoratasi di Adone, a sedurlo in ogni modo e a possederlo anche contro la sua volontà; lui invece rifugge tali attenzioni amorose, generando così una movimentata narrazione, a tratti comica a tratti tragica, su questa loro unione. L’attore sintetizza nella sua figura entrambi i protagonisti: Venere, la dea seduttrice e respinta, consapevole della sua bellezza e del suo potere e tuttavia confusa di fronte a tanta indifferenza da parte del suo amato Adone, un uomo bello è vero, ma ingenuo e schivo nei confronti dell’amore, dedito solo alla caccia e alle corse con il suo stallone.

La partitura del testo si intreccia in maniera molto coinvolgente con il tessuto musicale e luminoso: gli stop ed i cambi dell’attore, sono accentuati dalla variazione delle luci che, sfruttando soprattutto colori come il rosso per le scene più passionali e come il blu per quelle notturne in cui gli istinti sembrano placarsi e i due amanti allontanarsi, riesce a rendere la narrazione più leggibile per lo spettatore, che si gode questo continuo dialogo, questa continua fuga e cattura d’amore.

Tutto il poemetto si può riassumere come una vera e propria battuta di caccia, quella tra Venere e Adone, quella tra lo stallone e la puledra, quella tra Adone e il cinghiale. Infatti, come in ogni Shakespeare che si rispetti, il tema principale è analizzato da più punti di vista e così, come la caccia tra i due equini istintiva ed animalesca, caratterizzata da nitriti e criniere al vento, è vista da Venere come la risoluzione di un amore passionale da non ostacolare in quanto naturale, così ma in maniera del tutto opposta, il timido Adone percepisce quell’impeto come una lussuria bestiale e cerca di frenare il suo stallone che il desiderio ha completamente ridotto ad un fascio di impulsi. Venere è descritta come una predatrice, ha adocchiato la sua vittima e come un’aquila è pronta con strida acute e artigli saldi a fiondarsi sulla preda umana e a saziarsene; tuttavia il rossore di lui, all’inizio fonte di ulteriore passione per lei, si trasforma in indifferenza e passività ma non abbastanza da raffreddare le voglie della dea che, parlando un improbabile napoletano, tenta in tutti i modi di sedurlo con promesse, baci e complimenti. Anche dopo essere riuscita a possederlo, Venere non vuole allontanarsene e resta stretta a lui tra le fronde di questi paesaggi bucolici sempre molto amati nella mitologia, e anche quando il caldo inizia a farsi sentire e il dio Sole emana su di loro sguardi e raggi calorosi, invidioso della fortuna di Adone, lei non vorrebbe mai lasciarlo andare. La dea instancabile si rattrista di non riuscire con la sua bellezza a trattenere Adone dal piacere della caccia e sviene; questo credendola morta, fa di tutto per rianimarla e con schiaffi, scuotimenti e baci riesce a farla rinvenire, cosicchè lei più innamorata che mai gli si getta tra le braccia. Lui però invoca la propria libertà e riesce a distaccarsene, fuggendo nel bosco in cerca del suo cavallo e della sua ambita preda, il cinghiale. Venere fuori di sé a causa di questo ennesimo abbandono, si trasforma quasi in una iena - un’immagine grottesca di più acuti lirici eseguiti in playback - ma spaventata poi dalla previsione della morte di Adone si getta a capofitto tra gli alberi per cercarlo, sente in lontananza il rumore dello scontro, l’abbaiare dei segugi, ma giunge troppo tardi, trova il suo amato riverso nel sangue e grida tutta la sua disperazione.

La musica accompagna questi cambi di umore della dea, più stridente e crescente nel momento della rabbia, più sommessa ed intima alla vista del sangue di Adone, sangue che toccando terra si trasforma in fiore, un anemone, che Venere raccoglie e pone tra i suoi seni trattandolo come figlio ed erede del suo amato, per poi ritirarsi infine in totale solitudine.

Sintesi essenziale dello spettacolo che ha debuttato nel 2007 e che ha fatto vincere a Malosti due anni dopo il premio Associazione Nazionale Critici di Teatro ANCT per la regia, "Venere e Adone_in concerto" ne propone una versione più minimale, almeno per quanto riguarda la scenografia, ma oltremodo ricca di una struttura musicale e sonora, che coinvolge lo spettatore accrescendo ogni emozione dei due amanti e della natura intorno a loro e che permette in qualche modo di partecipare al loro gioco e alla loro tragedia. Bravo Malosti nel dare forza ad ogni parola, a riempire le emozioni e le parole dei due amanti con sguardi e pose in assonanza e in contrapposizione e rendendo il tutto comico ma profondo, tragico ma sentimentale. Una rilettura del poemetto originale e creativa e che, per il linguaggio vocale e musicale e per il tema su cui è centrata, riesce ad essere moderna e coinvolgente anche dopo secoli.

 

Teatro Argot Studio - via Natale del Grande 27, 00153 Roma (Trastevere)
Per informazioni e prenotazioni: telefono | fax 06/5898111, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21.00, domenica ore 17.30
Biglietti: 10 euro intero, 8 euro ridotto + tessera associativa annuale (3 euro)

Articolo di: Chiara Girardi
Grazie a: Giulia Taglienti, Ufficio Stampa Dominio Pubblico
Sul web: www.dominiopubblicoteatro.it - www.teatroargotstudio.com

TOP