Utøya - Teatro Filodrammatici (Milano)

Scritto da  Domenica, 14 Gennaio 2018 

Dal 9 al 14 gennaio è andato in scena al Teatro Filodrammatici di Milano “Utøya” di Edoardo Erba con la regia di Serena Sinigaglia e protagonisti Arianna Scommegna e Mattia Fabris, una co-produzione ATIR Teatro Ringhiera - Teatro Metastasio di Prato. Una regia e soprattutto una riscrittura decisamente originali e coraggiose, a cominciare dalla scelta del soggetto e dalla fonte, un saggio giornalistico. Autentico teatro di parola che usa simboli per il cambio di scena, virtuale, a sottolineare come voce e luci possano disegnare il teatro quale reale spazio immaginario.

 

UTØYA
di Edoardo Erba
con la consulenza di Luca Mariani, autore de "Il silenzio sugli innocenti"
regia Serena Sinigaglia
scene Maria Spazzi
luci Roberto Innocenti
con Arianna Scommegna, Mattia Fabris
co-produzione ATIR Teatro Ringhiera, Teatro Metastasio di Prato
con il patrocinio della Reale Ambasciata di Norvegia in Italia



“Utøya”, di Edoardo Erba, per la regia di Serena Sinigaglia, torna a Milano, al Teatro Filodrammatici, dal 9 al 14 gennaio: la compagnia momentaneamente non può utilizzare la sede, chiusa, dell’ATIR Teatro Ringhiera, ma non si è arresa a sospendere la tournée, che invece prosegue. Sembra, d’altronde, la sfida la cifra qualificante di questo spettacolo.

“Utøya” nasce dall’interesse di Serena Sinigaglia per il saggio “Il silenzio sugli innocenti” che il giornalista Luca Mariani ha dedicato alle stragi di Oslo e di Utøya. Forse ricorderete la tragica notizia che arrivava da un mondo che si pensava al riparo dalla violenza, immerso nella mitologia nordica e nelle figure, un po’ cupe ma in fondo innocue, dei troll. L’isola di Utøya era la sede dello storico campeggio dei giovani socialdemocratici norvegesi: lì, il 22 luglio 2011, Anders Breivik uccise 69 ragazzi, dopo aver fatto altre 8 vittime con un’autobomba a Oslo nel Palazzo del Governo. Era la prosecuzione, anche se meno clamorosa, di quanto era accaduto l’11 settembre 2001, data simbolo di un periodo stragistico di matrice “religiosa”. Questa almeno la rilettura della drammaturgia e regia della pièce che puntano il dito sugli islamisti, sul tema dell’immigrazione e sull’incredulità che un cittadino norvegese, biondo, gentile, combattivo, dall’occhio ceruleo possa essere l’autore di un simile misfatto.

La scena si apre infatti proprio con la descrizione del prototipo dell’uomo autoctono, coraggioso, gentile ma selvaggio quel tanto che basta per esaltarne coraggio e virilità. Dopo i tragici eventi la donna protagonista intraprende una requisitoria contro la fede, qualsiasi fede, in nome della quale sono stata compiute stragi e soprusi, senza eccezioni, contestando anche la fede nel socialismo dell’interlocutore maschile perché, sostiene, gli uomini sono nulla e di questo devono ricordarsi, senza cercare di trarre forza da un mito che li rende super-eroi pericolosi.

“Utøya” mette in scena la carneficina operata da Anders Breivik sull’isola norvegese attraverso le testimonianze di tre coppie ed è questo il punto di vista originale, con cambio di personaggi che sfumano uno nell’altro e al primo momento disorientano lo spettatore.

La prima coppia è formata da marito e moglie, lui un professore universitario socialista che ha obbligato la figlia adolescente ad andare a quel campeggio: l’occasione di un’emergenza mette in evidenza la crisi del rapporto di coppia, il desiderio di lei oltre ogni limite di un gatto, le prese di posizione di lui contro ogni desiderio consumistico della figlia, fino a un epilogo grottesco: la figlia si salverà perché in realtà al campeggio non è mai arrivata e, nel momento in cui i genitori cercano di rintracciarla disperatamente al cellulare, si scopre che è da un tatuatore per farsi incidere un Rolex sulla schiena. Mai sconfitta più grande potrebbe colpire il padre intellettuale socialista, eppure questa disobbedienza si rivelerà miracolosa. La vita presenta a volte una morale sui generis.

La seconda è composta da due contadini, un fratello e una sorella, vicini di fattoria di Breivik, con i piccoli battibecchi familiari e la diffidenza che ormai c’è verso il vicino che si realizza possedere un camioncino di fattura italiana che potrebbe essere quello con il quale è stata compiuta la strage. Come dice la donna, al vicino si dice “Buongiorno punto e basta” e, ribadisce l’uomo, il vicino non risponde.

La terza ha come protagonisti due poliziotti di una piccola stazione vicina a Utøya e l’ossessione del protocollo al quale le forze dell’ordine devono rispondere, mettendo in campo uno spaccato di misoginia e rivendicazioni di gerarchia, quali varianti delle rivalità all’interno di una coppia. Scene grottesche di piccoli e banali impedimenti che mettono a rischio la possibilità di salvare vite umane perché non c’è deroga sulle procedure e questo apre un’amara riflessione sul governo del mondo.

Sulla scena essenziale di Maria Spazzi (vincitrice del Premio Hystrio-Altre Muse 2017) - una sorta di memoriale-cimitero per ricordare i 69 ragazzi morti, uno al minuto, fatto di ceppi e lastre di vetro spezzate di grande suggestione - si racconta la strage attraverso la vita di queste tre coppie, interpretate da Arianna Scommegna e Mattia Fabris, da cui emergono i lati inquietanti e contradditori della vicenda, e la presenza del male nella nostra società. “Utøya”, oltre al terrore e allo sgomento che producono accadimenti del genere, alimentando paura ed insicurezza, ci fa riflettere sulle ragioni per cui certe tragedie del nostro tempo si dileguano dai nostri ricordi in un tempo brevissimo.

L’impresa non è delle più semplici, ma senz’altro interessante, perché questa vicenda è stata meno mediatizzata di altre.Quando da ragazzo aprivo il giornale”, racconta Edoardo Erba, “avevo una griglia, un po’ rozza ma funzionale, per classificare quel che succedeva. Pareva che alcune semplici categorie bastassero per inquadrare un avvenimento e consentissero di reagire. Dopo il 1989 il mondo è diventato molto più complicato e dopo il 2001 capire un evento è come entrare in un labirinto: il teatro può solo trovare personaggi in grado di percorrerlo e restituirlo attraverso la loro personalità e i loro rapporti. Per questo abbiamo scelto di osservare tre coppie coinvolte in modo diverso in quello che stava accadendo, in Norvegia, in quel terribile 22 luglio del 2011. Attraverso di loro ho spalancato una finestra di riflessione che, anche se non ci da’ tutto il filo per uscire da quel labirinto, almeno ne illumina alcune zone oscure con la luce della poesia”.

Interessante e appropriato l’uso della musica classica, importante, e poi di tonalità rock dure, con un gioco di luci, ombre e fumi bianchi che riescono a vestire la scena con nulla, coniugandosi con l’essenzialità quasi monocolore della scenografia moderna. L’essenzialità simbolica degli elementi rivela quanto il cuore del teatro sia voce e gesto.


Teatro Filodrammatici - Via Filodrammatici 1 (ingresso Piazza Paolo Ferrari 6), 20121 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/36727550; mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: martedì, giovedì e sabato ore 21, mercoledì e venerdì ore 19.30, domenica ore 16
Biglietti: intero 22 euro, ridotto convenzionati 18 euro, ridotto under 30 16 euro, ridotto over 65 e under 18 11 euro, online con prezzo dinamico da 10 euro
Durata spettacolo: 1 ora e 15 minuti

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Antonietta Magli, Ufficio stampa Teatro Filodrammatici
Sul web: www.teatrofilodrammatici.eu

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