Uno sguardo dal ponte - Teatro Parioli Peppino De Filippo (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 09 Dicembre 2015 

Dal 26 novembre al 13 dicembre, al Teatro Parioli Peppino De Filippo, una nuova produzione de I Due della Città del Sole, "Uno sguardo dal ponte” di Arthur Miller, con la traduzione di Masolino D’Amico, le musiche di Pino Donaggio, la regia di Enrico Lamanna e protagonista Sebastiano Somma. “Uno sguardo dal ponte”, scritto da Miller nel 1955 e considerato tra i più importanti testi della drammaturgia americana del Novecento, riprende la vera storia di una delle pagine più drammatiche del sogno americano vissuto da milioni di italiani, volati in America, nella splendida New York degli anni '50, alla ricerca di un futuro migliore.

 

I Due della Città del Sole presentano
UNO SGUARDO DAL PONTE
di Arthur Miller
regia di Enrico Lamanna
musiche Pino Donaggio
con Sebastiano Somma (Eddie), Sara Ricci (Beatrice), Roberto Negri (Alfieri), Matteo Mauriello (Louis), Cecilia Guzzardi (Catherine), Edoardo Coen (Rodolfo), Andrea Galata’ (Marco), Antonio Tallura (Poliziotto)

 

Ci sono diversi motivi per non perdere questo spettacolo: primo per l'interpretazione sanguigna, uscendo di metafora direi addirittura sanguinosa - visto che il dramma si conclude con un accoltellamento all'italiana per vendetta - di Sebastiano Somma che trasmette quella carica di erotica brutalità del Raf Vallone del film di Lumet del 1962 tratto dal dramma di Arthur Miller.


Secondo motivo di soddisfazione deriva dalla bella regia di Enrico Lamanna tutta tesa a creare atmosfere oniriche, astratte, nella torbida storia di desideri e passioni che portano alla rovina. Una scelta stilistica che condivido in pieno e che serve a stemperare la cupa sicilianità un po' stereotipata se vogliamo dirla tutta - e mi spiegherò meglio tra poco - di Uno sguardo dal ponte.

Tutto avviene sullo sfondo di una New York evocata da una proiezione e da una scala che dal celebre ponte scende nei bassifondi di Brooklyn, il quartiere italiano, dove appena sbarcati dalle navi arrivavano a bivaccare o a nascondersi presso qualche parente i nostri connazionali emigranti clandestini. Nelle note sfumate della limpida colonna sonora di Pino Donaggio, probabilmente ispirata anche a Miles Davis, si aprono squarci visivi di una "paper moon", una luna metafisica la cui immagine riflessa dai vetri dei grattacieli rimbalza nei meandri dei vicoli e nelle pozzanghere di una città dolente.

Al centro della scena l'abitazione del volenteroso manovale italiano che tira avanti la famiglia e che da anni ospita la nipote (Cecilia Guzzardi) rimasta orfana, trattandola come se fosse una figlia, forse più di una figlia - e trascura anche dal punto di vista dei doveri coniugali la moglie Beatrice (Sara Ricci). E qui sta il punto di discrimine tra il bene e il male, perché l'affetto sfiora l'amore, l'amore comporta il desiderio di possesso e la conseguente libidine. E naturalmente la gelosia quando dalla Sicilia lontana sbarcano due fratelli, di cui uno biondastro, attraente, estroverso, attira le attenzioni della ragazza suscitando la rabbia interiore dello zio, combattuto tra le travolgenti passioni fino al disastro del dramma finale: le torbide passioni travolgono tutto e tutti.

La scenografia delinea una sorta di ring al centro del palco, sollevato qualche metro da terra come un loft del quartiere degradato dove si ammassano i "paesani" in cerca di lavoro, di un "travaglio" tirando avanti una vita fatta di sogni di benessere e di emancipazione, che stentano e sempre stenteranno a venire. Difficile uscire da quel ring dove si scontrano le turbolenze sia degli eccessi passionali, sia di una mentalità chiusa, paurosa del mondo esterno, rabbiosamente ripiegata su se stessa a salvaguardia di arcaici valori che i personaggi si trascinano dietro come un cordone ombelicale, la mentalità italiana!, dalla lontana patria.

Queste note lasciano intendere che Uno sguardo dal ponte non dovrebbe riservare sorprese ad un attento lettore italiano: la struttura del dramma è quella tipica del verismo siciliano della seconda metà dell'Ottocento che trova ne La Lupa, in Cavalleria rusticana e ne L'amante di Gramigna di Verga, soprattutto nella versione teatrale dei capolavori del verismo, punti ineguagliabili che anche Arthur Miller sembra in questo testo inseguire più che eguagliare. Certo, qui è descritta la particolare condizione umana e culturale degli italiani d'America, i cosiddetti "Guido" dal coltello facile, dalla stornellata pronta, dal sangue caliente, dalla nostalgia per la terra lontana. Il dramma c'è tutto e gli stereotipi sono calati in una realtà drammatica che riesce ad elevarsi ad un livello direi antropologico. Ma appunto sembra di essere alle prese con un dramma di Verga o di Capuana trasportato sotto il ponte di Brooklyn.

Lo stesso Eddie interpretato da Sebastiano Somma è la condensazione di un duplice dramma: da un lato la sua umoralità tipicamente mediterranea, dall'altra il suo tentativo di risalire nella scala sociale dell'emigrazione. Eddie è un uomo insomma diviso a metà, schizofrenico, come indica anche l'americanizzazione del suo nome. Alla fine, e qui insorge il dramma sociale che è probabilmente la parte più convincente del dramma di Arthur Miller, sa che per quanto farà la sua emancipazione, la sua "americanizzazione" saranno difficili, se non impossibili. Resterà per sempre un emarginato, un "wah", un "Guido", un italiano dal sangue caliente che nessuno accetterà mai nei quartieri dell' upper class. Eddie è dunque un uomo segnato da un tragico destino insito nella sua origine, nella sua natura, nel suo sangue. Morirà là dove ha creduto di potersi affrancare dalle leggi delle passioni.

L'efficace traduzione di Masolino d'Amico in dialetto siciliano giustamente coglie questo aspetto - la struttura veristica - dell'opera teatrale di Arthur Miller, rendendola ancora più "vera", insomma avvicinandola al modello drammatico del nostro teatro ottocentesco. E tutto questo non solo per l'aspetto folcloristico o dei "caratteri" (la passione, la violenza, eccetera) , quanto più per quell'idea di travolgente destino, il "destino" dei personaggi di Verga (delineato da Bontempelli in una famoso saggio), che sconquassa la vita dei personaggi non più padroni di se stessi, ma travolti da un dramma insito nella loro stessa natura passionale: un dramma metafisico che l'autore - come Verga scrive nella prefazione de L'amante di Gramigna - non può che osservare dall'esterno, come un osservatore "indifferente" - e lasciar scorrere come un fiume che deve fare il suo corso tingendosi di rosso.

Così lascio il teatro immaginando che quell'osservatore esterno, "indifferente" - che nulla può allo sviluppo degli eventi drammatici e che se ne sta sul parapetto del ponte di Brooklyn a guardare e descrive quanto accade nell'inferno sottostante - sia proprio Giovanni Verga sotto le mentite spoglie di Arthur Miller: grande drammaturgo di Morte di un commesso viaggiatore, ma che per Uno sguardo dal ponte è stato invece un po' sopravvalutato a scapito della nostra straordinaria drammaturgia. C'è infatti un bel dire che questo dramma del 1955 rappresenti uno dei più importanti testi del teatro del Novecento: al di là della efficace rappresentazione di scene di vita di una comunità italiana trapiantata Oltreoceano, dello scontro di mentalità, dell'essere e dover essere, io continuo a ritenere ogni virgola di Verga originale e superiore rispetto a questa pièce di Arthur Miller che considero un epigono - per l'idea del "destino" drammatico di cui parlavo prima - dello scrittore siciliano.

Convincente il cast, applausi ripetuti e meritati da tutti.

 

Teatro Parioli Peppino De Filippo - via Giosuè Borsi 20, 00197 Roma
Per informazioni e prenotazioni:
telefono 06/8073040, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietti: platea 27 euro; galleria 22 euro

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Ufficio stampa Maurizio Quattrini
Sul web: www.teatropariolipeppinodefilippo.it

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