Uno Nessuno Centomila - Teatro Sala Umberto (Roma)

Scritto da  Sabato, 29 Aprile 2017 

Dal 20 al 30 aprile. Riscrittura pulita, essenziale, visionaria, centrata sulla modernità della follia, eppure siciliana, anzi sicilianizzata fino al midollo, quella proposta da Alessandra Pizzi per “Uno nessuno centomila” di Luigi Pirandello, con protagonista Enrico Lo Verso. E’ questo il connubio dialettico e intrigante, quasi simbiotico tra regia e interpretazione attoriale: un monologo polifonico di un mattatore che non recita ma incarna lo spirito pirandelliano, assumendolo. Un abito cucito su misura dalla regista ma trasformato sulla scena, vissuto.

 

Produzione Ergo Sum presenta
UNO NESSUNO CENTOMILA
con Enrico Lo Verso
dal romanzo di Luigi Pirandello
adattamento e regia Alessandra Pizzi

 

Lo spettacolo, un grande classico non tanto come testo teatralizzato quanto perché il suo autore ha rivoluzionato il teatro novecentesco e non solo, sta raccogliendo un grande successo con 30 repliche sold out in Italia e oltre 25.000 spettatori. In occasione del 150esimo anniversario della nascita di Luigi Pirandello la regista leccese Alessandra Pizzi, che già si era misurata con il teatro ma per piccoli lavori, debutta con una riscrittura del testo.

Si tratta del più celebre dei romanzi pirandelliani: la storia di un uomo che sceglie di mettere in discussione la propria vita, a partire da un dettaglio minimo, insignificante. A dire il vero è messo in discussione dalla moglie, colei che proprio per l’intimità che ha vissuto con lui, dovrebbe conoscerlo meglio di chiunque altro. Solo che in un gioco di specchi, in una chiave tipicamente pirandelliana: lo sguardo degli altri trasforma l’io, talora lo annulla rendendolo nessuno. Una mattina il particolare del naso pendente a destra scatena un terremoto nel protagonista che si trova guardato sotto la lente d’ingrandimento dello sguardo impietoso della moglie. Egli è pur sempre uno ma, ridotto a nessuno, decide di intraprendere un cammino interiore, perdendosi nei suoi volti e diventando centomila, tanti quanti potrebbero essere gli altri, potenzialmente infiniti. Il pretesto è un appunto, un’osservazione banale che viene dall’esterno. I dubbi di un’esistenza si dipanano intorno ad un particolare fisico.

Le cento maschere della quotidianità lasciano il posto alla ricerca del SÉ autentico, vero, profondo, che rischia di dissolversi come il Peer Gynt di Ibsen nella metafora della cipolla che è fatta sì di tanti veli, ma che al centro non ha un nocciolo. L’ironia della scrittura rende la situazione paradossale, grottesca, accentua gli equivoci e racconta stilisticamente la cifra caratteristica dello stile pirandelliano e quella del suo originalissimo umorismo tragico. La vita si apre come in un gioco di scatole cinesi, e nel fondo è l’essenza: abbandonare i centomila, per cercare l’uno, a volte può significare fare i conti con il nessuno. Ma forse è un prezzo che conviene pagare, pur di assaporare la vita.

Il testo è asciugato, riscritto in forma di monologo, con un adattamento registico ridotto all’osso per consentire alla parola l’espansione massima e anche alla vena attoriale di riempire il palcoscenico, un unico personaggio e una polifonia vocale. Come se nel monologo si concentrasse e si potenziasse l’orchestra della vita con quel suo ensemble spesso disarmonico, e quella voce stonata. L’impossibilità della comunicazione, il relativismo dell’apparenza, la difficoltà di intersecare coscienza collettiva e autocoscienza, l’ironia come chiave per dribblare la vita e la follia come fuga, rifugio, beffa o minaccia a seconda delle occasioni: sono i temi tipicamente pirandelliani che in questo breve testo trovano una straordinaria concentrazione e sintesi. La densità della scrittura meriterebbe una seconda visione per sviscerarne le sfumature e lo stesso spettacolo potrebbe essere ripetuto.

Giunti al termine - 70 minuti senza intervallo - si è tentati di chiedere di ricominciare, magari per mettersi da un altro punto di vista e andare incontro al gioco pirandelliano del «così è se vi pare» dove la verità non è mai assoluta né certa. Lo Verso è siciliano fino al midollo, più dello stesso Pirandello e senza toni da caricatura, nella lingua, nelle movenze, negli ammiccamenti, trasuda sicilianità e non sembra recitare ma incarnare lo stesso spirito dell’autore, restituendolo al pubblico di oggi.

Il testo scritto da Alessandra Pizzi diventa una confessione dell’uomo contemporaneo e della sua lacerazione, asciugando la storia che diventa quasi solo una metafora, lasciando da parte la trama, per diventare visione, allucinazione o forse perfino solo un sogno-incubo: quello raccontato e mimato dal protagonista. C’è un elemento che forse non emerge così tanto nel testo originario e che in scena invece ad un certo punto esplode: la ribellione di chi si sente marionetta, giocato e fissato dallo sguardo altrui in uno stereotipo, che però tenta di liberarsi da queste maglie. Allora gioca con la presunta follia di chi lo voleva far considerare pazzo e incapace. La follia può essere però anche una visione della vita non marginale o minoritaria, ma più ampia, dissonante ma non per questo inferiore.

Ben dosato l’elemento del video con la scrittura degli ultimi «versi» del testo letti con una sfasatura rispetto alla voce recitante, senza diventare ridondante; così la stilizzazione scenografica, dove l’ unico elemento protagonista di fatto è lo specchio che però non riflette: cornici vuote appese troppo in alto per guardarsi ad altezza reale; mentre l’attore indossa una sorta di pigiama bianco che ricorda qualcosa che allude alla follia perché il bianco è anche il colore del vuoto, della solitudine, tradizionalmente degli ospedali, dell’annullamento delle emozioni e dell’annegamento.

Alla fine dello spettacolo abbiamo incontrato l’attore e la regista e abbiamo chiesto loro com’è nato questo progetto, a cominciare dalla scelta del testo.
«Era un testo che avevo dentro da vent’anni - racconta la Pizzi - sul quale all’università avevo scritto una tesina dedicandomi all’approfondimento del tema della follia in Pirandello. Avrei voluto che Pirandello fosse vivo, per mostrargli la grandezza della sua parola, la contemporaneità di un messaggio, più attuale oggi a 100 anni dalla sua formulazione, il bisogno impellente, necessario, autentico del pubblico di approvvigionarsi della conoscenza di sé, di leggere per provare a decodificare quei segni della quotidianità come codici di accesso ai meandri delle proprie emozioni. Mi chiedo ogni sera, osservando il pubblico che, immobile, assiste allo spettacolo, se Pirandello fosse veramente consapevole delle conseguenze che la portata della forza tumultuosa di quella giustapposizione di pensieri, di quella serie, interminabile, di quesiti, della ricerca smaniosa di risposte, avrebbero potuto produrre sul pubblico. O se, come spesso accade, il risultato abbia superato le intenzioni.»

Uno, nessuno e centomila è anche l’ultimo romanzo dell’autore di Girgenti, una sorta di testamento che riesce a sintetizzare il pensiero dell’autore nel modo più completo. Pirandello stesso, in una lettera autobiografica, lo definisce come il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. Uno, nessuno e centomila è tra l’altro un’opera di lunga elaborazione, di assidua stesura, che accompagna, o per meglio dire informa di sé, il resto della produzione pirandelliana.
Che cosa ha significato questo nella regia?
«Da qui l’idea di una nuova messa in scena, che possa ricercare nuovi specifici per lo spettacolo ma, soprattutto, sappia ridisegnare il rapporto, all’interno dello spazio scenico, tra parola e gesto. Ho deciso di realizzare un unico testo narrativo, per interpretazioni sempre diverse affidate al racconto di Enrico Lo Verso, che mette in scena un contemporaneo Vitangelo Moscarda, l’uomo “senza tempo”.»

Come nasce il sodalizio con l’attore?
«Ho scritto questo testo pensando a Enrico Lo Verso. Ho deciso, senza conoscerlo, che non lo avrei messo in scena senza di lui. E’ stato difficile contattarlo. All’inizio non voleva accettare semplicemente perché non aveva voglia di fare teatro ed era troppo impegnato con il cinema. Quando ha saputo che era Pirandello e che era un monologo, quindi o con lui o non sarebbe andato in scena ha accettato di vedere il testo e se n’è innamorato. Ai teatri la proposta era piaciuta e con dieci giorni di prove è andato in scena.»

Ho letto il testo molto tempo fa ma non ricordavo questa impronta siciliana. E’ tua la riscrittura in tal senso?
«No, io al contrario lo avevo pulito ulteriormente rispetto all’impianto originario ma così è stato virato da Enrico Lo Verso e sono d’accordo con quanto spesso ha rilevato il pubblico, oltre che la critica: l’attore è Pirandello, non lo interpreta».

Ho intuito che tu sei spesso in sala nelle repliche.
“Lo sono sempre perché lo spettacolo è diventato autonomo solo qui a Roma e per un caso: una di queste sere non trovavo parcheggio e a un certo punto Enrico è sceso dalla macchina ed è entrato in scena da solo. Ho capito però che la messa a punto, dalle luci al suono, all’ultimo sguardo prima di aprire il sipario da parte mia, non era più necessaria».

Lo spettacolo ha debuttato in Puglia, è stato in tournée in Sicilia, ora è a Roma. Ha già altre tappe in programma?
«Ancora in Puglia, in Sicilia, poi l’apertura del festival pirandelliano a Torino e ad agosto alla Versiliana.»

 

Teatro Sala Umberto - via della Mercede 50, 00187 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6794753, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: tutte le sere ore 21, sabato 22 aprile ore 17, domenica ore 17,
sabato 29 aprile ore 17 e ore 21
Biglietti: da € 32 a € 23

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Silvia Signorelli e Monica Menna, Ufficio stampa Teatro Sala Umberto
Sul web: www.salaumberto.com

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP