Una (disprezzata) sera d'autunno - Spazio Tertulliano (Milano)

Scritto da  Francesco Mattana Mercoledì, 13 Novembre 2013 

Mica tutti i simposi hanno un commensale come Socrate, che riportava l’ordine nella tavolata tessendo le lodi del Bene e del Bello. Il Teatro del Simposio - fondato da Francesco Leschiera e Alessandro Macchi - è nato con tutt’altro scopo: seminare il germe del dubbio, mostrare agli spettatori che la realtà (quella circostante e quella del mondo interiore di ciascuno di noi) è tutt’altro che risolvibile con le armi della filosofia. La speculazione fornisce spunti di riflessione, ma è ben lontana l’Atene del IV secolo a.c. in cui la speranza di ricondurre tutto a sintesi - almeno tra i pensatori - era ben viva.

 

  

  

  

 

Produzione Teatro del Simposio presenta
UNA (DISPREZZATA) SERA D’AUTUNNO
dai radiodrammi di Friedrich Durrenmatt
elaborazione drammaturgica e regia di Francesco Leschiera
con Alessandro Macchi, Luigi Maria Rausa, Andrea Magnelli
costumi di Ilaria Parente
scenografia di Ilaria Parente e Francesco Leschiera - luci di Luna Mariotti
scelte musicali ed elaborazioni sonore di Antonello Antinolfi

 

 

Era inevitabile che questi ragazzi così inquieti incrociassero prima o poi il fascino “sinistro” di Dürrenmatt. È l’opera del drammaturgo nel suo complesso che li convince: questa capacità che lui aveva di afferrare il lato grottesco della vita (delle vite di ciascuno di noi) e riportarlo magistralmente in scena con testi accattivanti (e agghiaccianti). Non è un caso che nella sua attività di pittore (perché fu anche un buon pittore) prediligesse temi universali come la mitologia greca e la Bibbia: è la dimostrazione che quando raccontava storie contemporanee, lo animava la convinzione che potessero essere ambientate in ogni tempo e luogo. L’umanità, insomma, secondo lui è sempre stata governata dalla confusione.


Con queste premesse, Leschiera ha allestito allo Spazio Tertulliano Una (disprezzata) sera d’autunno. Fusione di due radiodrammi dell’autore svizzero: Una sera d’autunno e Colloquio notturno con un uomo disprezzato. Esperimento intelligente, non azzardato: il regista milanese dimostra di aver compreso la continuità tra i due racconti; li rende fluidi, e in questa maniera la seconda parte della pièce appare a chi la vede come una conseguenza inevitabile della prima. Il regista, insomma, ha fatto ciò che qualsiasi autore moderno che si accosta ai classici dovrebbe fare: ha declinato a suo modo la poetica dürrenmattiana, ma senza mai tradirne lo spirito originale.


Il prologo è veramente gustoso: l’entusiasmo contagioso del conduttore radiofonico non ha niente a che fare con la finta euforia delle stazioni contemporanee; ricorda, piuttosto, l’estemporaneità ingenua delle “Radio libere” anni Settanta.


Ma è solo l’inizio. Il bello viene dopo. Quando Timoteo Hofer si intrufola nella casa dello scrittore Massimiliano Korbes. Sembra un ammiratore come tutti gli altri, fin troppo ossequioso nei confronti del suo Mito. Ammiratore (forse?) lo è davvero, ma si è piantato nell’abitazione del bestsellerista con ben altre intenzioni: smascherarlo, in veste di “detective letterario”. Senza mai variare di una virgola il tono esuberante della voce, gli spiattella la verità scomoda: è lui, il romanziere che ha davanti, l’esecutore reale degli efferati omicidi che racconta nei suoi libri. Korbes dunque è in gabbia: un signore occhialuto e apparentemente innocuo lo sta ponendo di fronte alle sue responsabilità. Ma credete, forse, che questa spaventevole situazione gli faccia gelare il sangue? Niente affatto.


Il seguito è tutto da scoprire. Una (disprezzata) sera d’autunno girerà ancora in altri teatri, perché è veramente ben fatto, quindi lasciamo che i futuri spettatori si godano l’evoluzione della trama senza fornire ulteriori anticipazioni.


Basti dire, in questa sede, che i due personaggi - nell’arco di poco più di un’ora - hanno un’evoluzione comportamentale che spiazza. La vittima e il carnefice si scambiano i ruoli: in maniera netta, evidente nel passaggio dalla prima alla seconda parte dello spettacolo; ma anche all’interno dei singoli “atti” è un continuo giocarsela come il gatto col topo - col felino che diventa roditore, e viceversa, quando meno il pubblico se l’aspetta.


In tutto questo, svetta il talento di Luigi Maria Rausa: sembrava di rivedere Jerry Lewis nei panni di Sherlocko, investigatore sciocco. Alessandro Macchi ci ha messo un pochino a carburare, ma nella seconda parte ha dato il meglio di sé. Andrebbe forse irrobustito maggiormente il ruolo di Andrea Magnelli: il regista ha già dimostrato grande bravura nel riproporre un testo abbastanza misconosciuto, siamo sicuri che quando lo riprenderà in mano saprà ritagliare al terzo interprete uno spazio più importante.


Degna di nota la scenografia (di Ilaria Parente e dello stesso regista): frammenti di Street art campeggiano dietro i protagonisti, dando solidità ai loro dialoghi frammentari e mai completi, sempre in bilico tra il senso e il non senso.
Ancora una volta, bisogna convenirne: in una zona desertica di Milano, vagamente lunare, all’improvviso appare lo Spazio Tertulliano: oasi di creatività, di sperimentazione mai banale.


Qui, in una sera d’autunno (disprezzabile o meno, dipende dall’umore degli spettatori) è andato in scena uno spettacolo bello, che nessuno disprezzerà mai. Solo in due casi un critico potrebbe farlo: o è in malafede o non capisce niente di teatro. In Italia (e non solo) ce n’è più d’uno detentore di entrambi i difetti.

 

 

Spazio Tertulliano - via Tertulliano 70, 20137 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/49472369, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: da mercoledì a sabato ore 21, domenica ore 16.30
Biglietti: intero €15, ridotto under 26 e over 60 €10, convenzionati €8

 

 

Articolo di: Francesco Mattana
Sul web: www.spaziotertulliano.it

 

 

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