Un tram che si chiama desiderio - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 14 Marzo 2012 
Un tram che si chiama desiderio

Il capolavoro drammaturgico di Tennessee Williams viene scarnificato, attualizzato, vivisezionato, reso ancor più angoscioso ed incandescente grazie al’implacabile specchio ustorio rappresentato dalla regia di Antonio Latella. Abbandonato ogni sentimentalismo melodrammatico o rassicurante pretesa di realismo, il crollo straziante del sogno americano e la perdita di ogni punto di riferimento affettivo ed emozionale non concedono scampo, il baratro della follia si spalanca di fronte a Blanche Dubois, impietosa calamita di irresistibile fascino per la sua anima dilaniata e sofferente. Tragica spirale esistenziale in cui ci immergiamo senza protezioni, complice una messinscena fortemente simbolica ed astratta, proiezione dei tormenti psichici della protagonista.

 

 

Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro Stabile di Catania presentano

UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO

di Tennessee Williams

traduzione Masolino D’Amico

regia Antonio Latella

scene Annelisa Zaccheria

costumi Fabio Sonnino

luci Robert John Resteghini

suono Franco Visioli

assistente alla regia Brunella Giolivo

con Laura Marinoni (Blanche), Vinicio Marchioni (Stanley), Elisabetta Valgoi (Stella), Giuseppe Lanino (Mitch), Annibale Pavone (Infermiere), Rosario Tedesco (Dottore)

 

Un tram che si chiama desiderioNon lo voglio il realismo”, questo afferma con risolutezza Blanche, il polimorfico e lacerato personaggio che catalizzerà le istanze dell’universo che lo circonda sino a sconvolgerle in profondità. Ed il regista partenopeo Antonio Latella, sensibile interprete dei moti più sordidi che si annidano nei recessi della mente umana, nonché abile manipolatore dei testi della drammaturgia classica e contemporanea, sapientemente rielaborati con una cifra stilistica personalissima che trova nell’erotismo torbido, nello spasmo della malattia, nello scandaglio di complesse psicologie femminili, nell’ironia sferzante con cui viene declinato il reale alcuni elementi centrali e ricorrenti, sposa con convinzione questo punto di vista. Nella sua rilettura de “Un tram che si chiama desiderio”, dramma dell’autore statunitense Tennessee Williams che debuttò a Broadway nel lontano 1947 con la regia di Elia Kazan e due interpreti d’eccezione come Marlon Brando e Jessica Tandy, il naturalismo simbolico del testo originario, costruito su di un’intelaiatura di immagini archetipiche e metafore, cede risolutamente il passo ad un’acuta e minuziosa indagine del vissuto emotivo della protagonista, non scevra di evidenti suggestioni di carattere psicanalitico.

E se permane intatta la fedeltà tematica all’intreccio narrativo, assolutamente sorprendente si rivela la trasformazione formale cui l’opera viene sottoposta per soggiogarla alla poetica moderna e dirompente di Latella. Pur preservando difatti con rispettoso scrupolo il copione senza alterarne alcuna battuta, colpisce anzitutto la scelta di sovvertire l’ordine cronologico degli eventi utilizzando come incipit l’istante in cui l’indifesa eroina crolla dinanzi ai fantasmi che da troppo tempo assediano la sua mente e viene ricoverata nell’ospedale psichiatrico che accoglierà il resto della sua esistenza. Questo il punto di inizio che sprofonda immediatamente lo spettatore in un vortice senza uscita, il dramma si colloca integralmente nella coscienza di Blanche e tutto verrà filtrato attraverso le sue percezioni e distorsioni frutto di una vita di delusioni, alcolismo ed amori frustrati. L’altro radicale elemento di novità, fonte di straniamento e costante contrappunto al dipanarsi delle vicende, è costituito dalla presenza del dottore che si occupa del percorso terapeutico della protagonista – sempre sul palcoscenico, adagiato su una poltrona in pelle rischiarato dalle tenue luce di un abat-jour – il quale introduce la narrazione con un prologo descrittivo e lungo l’intero corso della rappresentazione pronuncia la scansione didascalica, imprime il ritmo dei passaggi cruciali, interloquisce con i personaggi suggerendo loro movimenti e stati d’animo, dirigendo l’azione scenica con la solidità ed il carisma di un moderno deus ex machina.

Un tram che si chiama desiderioI sei attori in scena, per la quasi totalità membri storici della compagnia di Latella, si muovono con destrezza in un contesto scenografico allucinato ed inospitale (opera magistrale ed originalissima concepita da Annelisa Zaccheria). Un interno borghese tipico del sud più profondo e fatiscente degli Stati Uniti del secondo dopoguerra viene sventrato, mobili di candido legno di betulla selvaggiamente ridotti all’essenza, scheletri ad imperitura testimonianza della speranza di una vita serena che si è ormai disperatamente dissolta: resti inermi di un letto dalla elaborata testiera barocca, un lavabo, una vasca da bagno, un tavolo rotondo, alcune sedie, tutti rigorosamente muniti di ruote quasi a voler accentuare il dinamismo e la vacuità di un luogo dello spirito, evanescente avvolto com’è nelle nebbie di una progressiva follia. In ciascuna di queste gabbie prive di vita vengono incastonati amplificatori che all’occorrenza aggrediscono pubblico e personaggi con scariche sonore fortemente disturbanti e riverberi; riflettori estremamente potenti che si avventano violentemente sul palcoscenico e sulla platea proiettando una luce algida e stridente che non offre spazi d’ombra ma tutto devasta, tutto acceca, tutto rende drammaticamente privo di rifugio e prospettive; disseminati in svariati punti del palcoscenico alcuni microfoni, impugnati in numerose circostanze dai protagonisti di questa oscura saga familiare per far risuonare con maggiore intensità il proprio pensiero al di sopra dell’oceano delle altrui menzogne e infingimenti orchestrati ad arte per celare verità scomode ed inconfessabili. Dunque una vasta gamma di espedienti registici e scenici che rinvigoriscono ulteriormente il carattere metateatrale dell’impostazione drammaturgica, già implicito nella sopracitata presenza dello psicologo, nelle vesti di demiurgo che indirizza e commenta il susseguirsi degli intricati fatti narrati.

Un tram che si chiama desiderioLa pièce si svolge interamente a New Orleans - con una stringente unità spaziale che si dilata però in una parentesi temporale di indefinita ampiezza - nell’umile e decadente abitazione dei coniugi Stella Dubois e Stanley Kowalski, lei erede di una famiglia aristocratica decaduta, lui polacco selvaggio, gretto ed animalesco in ogni sua manifestazione. Il loro precario equilibrio viene profondamente destabilizzato dall’improvviso arrivo della sorella di lei, Blanche, che sotto un manto di cultura ricercata, lezioso perbenismo ed ostentata capacità seduttiva, nasconde una realtà diametralmente opposta: in lei cova un disagio mentale crescente, le cui sfaccettature sono rappresentate dal dolore per il prestigio sociale ed economico che costituisce ormai un lontano ricordo, dall’incapacità di costruire un affetto sincero dopo le atroci delusioni del passato, dal rifugio in un sesso meccanico e compulsivo che sconfina nella ninfomania, dall’alcolismo che la avvinghia sempre più serratamente, dalla drammatica assenza di prospettive che la condurrà giorno dopo giorno alla pazzia. L’incontro con il rude e volgare Stanley e le violenze fisiche e psicologiche da lui esercitate su entrambe le sorelle, l’incapacità di Stella di comprendere l’abisso in cui Blanche sta inesorabilmente precipitando, il reciso rifiuto oppostole dal romantico e sensibile Mitch (amico di Stanley con il quale stava inizialmente sbocciando un sentimento puro, di amore e sostegno reciproco) dopo aver scoperto le sordide nefandezze celate dal suo passato, rappresenteranno il colpo definitivo inferto alla fragile psiche di Blanche. Così il viaggio alla spasmodica ricerca di salvifico calore familiare, che l’ha vista salire su di un tram che si chiama Desiderio, uno che si chiama Cimitero ed essere scesa ai Campi Elisi (l’emblematica via dove vivono i coniugi Kowalski), si rivelerà invece un percorso di sola andata alla volta dell’inferno, uno sprofondare nel gorgo della follia che rappresenta per lei un atto estremo di salvezza.

La direzione registica di Latella nell’affrontare questa pietra miliare del teatro americano del secolo scorso è solida, vigorosa e decisamente aggressiva, non vengono concessi sconti né ai conflitti esistenziali che travolgono i protagonisti in scena, né allo spettatore che deve esserne costantemente partecipe, come sottolineato dalle luci quasi sempre accese in sala, con un effetto angosciante accentuato dai già rammentati lancinanti effetti sonori. Estremamente incisiva e variegata la partitura musicale che si intreccia agli eventi narrati, spaziando dai Led Zeppelin a Joe Cocker per esplodere nel tema portante, la magnifica “ATWA” dei System of a Down con la sua trascinante scarica adrenalinica.

Un tram che si chiama desiderioA suggellare questa coraggiosa messa in scena dal suggestivo respiro internazionale, le superbe interpretazioni fornite dall’intera compagnia, capaci di coniugare padronanza tecnica, straordinaria espressività e fortissima immedesimazione nei rispettivi caratteri. Si staglia ovviamente in piena evidenza la magistrale prova attoriale offerta con generosità e vibrante carisma da Laura Marinoni, capace di cogliere e restituire a pieno la nevrosi, l’instabilità e la sofferenza febbrile del complesso personaggio di Blanche Dubois descrivendo l’intero spettro emozionale che accompagna la parabola discendente della sua deriva verso l’abisso. Al suo fianco l’unico attore esterno alla compagnia storica di Latella, quel Vinicio Marchioni conosciuto al grande pubblico per aver interpretato “il Freddo” nell’acclamata serie televisiva “Romanzo Criminale” e che in questa circostanza convince senza riserve, plasmando egregiamente il personaggio di Stanley Kowalski, con il suo vitalismo esasperato, una forza sanguigna ed animalesca ed una rabbia incoercibile che scaturisce da una profonda bramosia di rivalsa sociale ed economica, venendo a costituire un perfetto contraltare all’eterea fragilità dell’emotiva Blanche.

Il rischio del confronto con gli illustri predecessori che avevano affrontato la pièce di Tennessee Williams sia sulle assi del palcoscenico che sulla pellicola cinematografica (per citarne solamente alcuni, Marlon Brando, Jessica Tandy, Vivian Leigh, Marcello Mastroianni e Vittorio Gassman) viene brillantemente superato sia grazie alla qualità recitativa dei protagonisti in scena, ma soprattutto in virtù delle pennellate autoironiche che Latella concede loro quasi a voler esorcizzare questo insidioso pericolo; basti pensare allo Stanley di Marchioni che, nel corso della rappresentazione, cambia numerose t-shirt tutte però rigorosamente caratterizzate dall’immagine stampata del mitico ed indimenticato Brando.

Non meno robuste ed emozionanti risultano le interpretazioni fornite dal resto della compagnia: estremamente appassionata e viscerale Elisabetta Valgoi nei panni di una Stella divisa tra l’affetto primigenio nutrito nei confronti della sorella e l’insopprimibile e carnalissimo amore che la lega al marito; intenso e commovente Giuseppe Lanino, con il suo pathos trattenuto, nel ruolo di Mitch, diviso tra il coacervo di complessi esistenziali che lo avviluppano e gli improbabili e romantici approcci del suo corteggiamento rivolto a Blanche; da segnalare infine anche le performance di Rosario Tedesco e Annibale Pavone, rispettivamente nei panni dello psichiatra e dell’infermiere che si prenderanno cura della protagonista dopo il suo tracollo nervoso, e che come ricordato contrappuntano con i loro interventi, fraseggi e commenti l’intero svolgersi della narrazione.

Un’opera veramente memorabile, che segna un ulteriore luminoso passo avanti nel percorso creativo di Antonio Latella, regista ormai divenuto uno dei punti di riferimento più incontrovertibili e prestigiosi della drammaturgia italiana contemporanea.

 

Tournée dello spettacolo:

Modena, Teatro Storchi - dal 16 al 19 febbraio

Correggio, Teatro Asioli - 21, 22 febbraio

Parma, Teatro Due - dal 24 al 26 febbraio

Roma, Teatro Argentina - dal 28 febbraio al 11 marzo

Imola, Teatro Ebe Stignani - dal 13 al 18 marzo

Rimini, Teatro Novelli - dal 20 al 22 marzo

Urbino, Teatro Sanzio - 23 marzo 2012

Iesi, Teatro Pergolesi - 24, 25 marzo 2012

Taranto, Teatro Orfeo - 27, 28 marzo 2012

Pavia, Teatro Fraschini - 30 marzo, 1 aprile 2012

Asti, Teatro Alfieri - 2 aprile 2012

Grosseto, Teatro Moderno - 4 aprile 2012

Catania, Teatro Ambasciatori - dal 10 al 22 aprile 2012

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma

Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6840001

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro Argentina

Sul web: www.teatrodiroma.net

TOP