Un angelo sopra Bagdad - Teatro India (Roma)

Scritto da  Venerdì, 01 Giugno 2012 
Un angelo sopra Bagdad

Agghiacciante, doloroso, un colpo inferto nelle viscere di tale violenza da richiedere allo spettatore grande forza emotiva per metabolizzarne l’impatto. Straordinariamente poetico e al contempo tragicamente realistico, il lavoro drammaturgico di Marco Carniti, tratto dal testo dell’autrice canadese Judith Thompson, scolpisce in tre sconcertanti monologhi la mastodontica insensatezza del conflitto in Iraq e di tutte le guerre, frequentemente ammantate da pallide giustificazioni di carattere umanitario o ideologico, ma in realtà animate esclusivamente dalla sordida legge del tornaconto economico. Magnifiche le interpretazioni dei tre protagonisti in scena, Pamela Villoresi, Gianluigi Fogacci ed Antonella Civale.

 

 

Produzione esecutiva Franco Cortese per ZOCOTOCO srl presenta

UN ANGELO SOPRA BAGDAD (PALACE OF THE END)

tratto dal testo di Judith Thompson

traduzione di Adamo Lorenzetti

regia di Marco Carniti

con Pamela Villoresi, Gianluigi Fogacci, Antonella Civale

scene Nicolás Hünerwadel/Marco Carniti in collaborazione con Francesco Scandale

costumi Belén Montoliú

spazio sonoro Massimo Carniti/David Barittoni

progetto luci Paolo Ferrari ripreso da Umile Vainieri

disegno grafico Massimo Carniti

 

Trascorrono i secoli, cambiano i governi, proliferano le organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani. Il marcio che si annida nella psiche umana permane però assolutamente inalterato ed ancora oggi, nell’iper-tecnologico ed avanzato secondo millennio, siamo costretti ad interrogarci sul perché genocidi, stragi e barbare violenze continuino ad essere perpetrati su popolazioni inermi senza che la coscienza civica e morale riesca finalmente a condurre l’umanità verso una tanta agognata pace e concordia. Lapalissiano esempio di questa incontrovertibile realtà è stato il conflitto in Iraq: il regime tirannico di Saddam Hussein doveva certamente essere rovesciato in quanto le sue regole di governo si basavano sulla costante e programmatica violazione dei più elementari diritti umani per disseminare il terrore e mantenere così ben salda la propria egemonia; forse però sarebbe stato opportuno procedere in maniera meno “disinvolta”, la coalizione anglo-americano-italiana (ebbene sì, prendiamoci una volta tanto le nostre responsabilità senza camuffarci dietro la potenza dei nostri altisonanti alleati) avrebbe potuto evitare bombardamenti a tappeto tali da sterminare le già martoriate popolazioni civili (massacri non liquidabili come “inevitabili effetti collaterali” da astute operazioni di comunicazione politica) e indubbiamente si sarebbe anche potuto evitare di ricercare alibi come la presenza di fantomatiche e terribili armi di distruzione di massa per celare un infimo desiderio di imporre la propria influenza economica ed impadronirsi di fiumi infiniti di prezioso oro nero.

La catastrofe irachena, le vergognose torture e uccisioni perpetrate tanto dal regime dittatoriale quanto dalle truppe occidentali, rivivono in maniera lacerante nell’opera teatrale di Judith Thompson, autrice non frequentemente portata in scena sui palcoscenici italiani ma invece notevolmente apprezzata all’estero, per il suo stile fortemente riconoscibile e tagliente e la sua capacità di affrontare in maniera incisiva le complesse dinamiche relazionali umane, scottanti temi d’attualità come la violenza sui minori o il disagio sociale autodistruttivo delle giovani generazioni, e fatti realmente accaduti documentati con un’attenzione storiografica minuziosa e uno spirito di coraggiosa testimonianza e protesta. E’ questo il caso di “Palace of the end”, il testo proposto da Marco Carniti con la traduzione vigorosa di Adamo Lorenzetti, il cui titolo ricorda la sontuosa residenza, conosciuta prima dell’avvento di Saddam Hussein come “Palazzo dei fiori” e poi ben presto ribattezzata in “Palazzo della fine” in quanto luogo di detenzione, angoscia e crudeli sevizie per estorcere informazioni agli oppositori della dittatura. Tre monologhi, tre personaggi simbolo, tre storie di esistenze inesorabilmente dilaniate: "My Pyramids", "Harrowdown Hill", e "Instruments of Yearning".

Il primo percorso di vita di questo trittico trae il proprio nome dalle piramidi di prigionieri iracheni nudi accanto alle quali era orgogliosa di farsi fotografare la soldatessa americana Lynndie England, appena ventenne eppure feroce persecutrice nel carcere di massima sicurezza di Abu Ghraib. E’ proprio lei la protagonista della prima scheggia impazzita di sofferenza che viene scagliata sul pubblico, con la sua mente obnubilata da una retorica patriottica distorta, la sua pancia enorme di imminente madre di un bambino non desiderato e la totale, abietta, demoniaca assenza della benchè minima traccia di pentimento: in nome di un malato ideale di patria e del torbido giogo di una passione amorosa perversa, la ragazza con malcelato divertimento aveva inflitto indicibili martiri fisici, psicologici e sessuali con la giustificazione ufficiale di ottenere dalle sue vittime confessioni ed importanti rivelazioni; peccato che le foto scattate durante questi ignobili siparietti dai suoi commilitoni siano trapelate in rete espondendola al pubblico sdegno e ad una probabile condanna con conseguente espulsione dall’esercito americano (come poi è effettivamente accaduto). Il monologo getta dinanzi al nostro sguardo disgustato il prodotto di una società americana priva di cultura ed ideali, ma abbondantemente infarcita di militarismo e nazionalismo; attraverso un linguaggio volgare e una gestualità animalesca, Lynndie (interpretata da Antonella Civale con trascinante potenza, virulenta aggressività e sorprendente capacità di immedesimazione in un personaggio atrocemente negativo e tanto più complesso in quanto non frutto della fantasia di un autore ma proveniente direttamente dalle cronache giornalistiche) spiega che la sua principale preoccupazione risiede nel fatto che le foto divulgate la ritraggano in modo esteticamente poco gratificante e mai sia che il suo uomo debba vergognarsi di avere una compagna irrisa in quanto brutta e grassa! Una giovane ragazza annientata prima dall’ignoranza dell’educazione ricevuta in un gretto contesto provinciale, poi da un delirio di onnipotenza che l’ha condotta a compiacersi e fregiarsi di atti disumani ed infine, definitivamente, dal vampiresco assalto dei media. C’era forse necessità di immonde foto di una soldatessa che obbliga esseri umani ridotti a larve a masturbarsi, avere rapporti sessuali, a sconfinare addirittura nella coprofagia, per immaginare cosa stesse accadendo dietro le sbarre dei carceri iracheni?!? Il fatto è che forse alle “evolute democrazie occidentali” conveniva semplicemente coprirsi gli occhi e turarsi le orecchie per continuare a perseguire i propri scopi materialistici senza problemi di sorta…

Il secondo segmento della narrazione trasferisce l’obiettivo fotografico nel placido bosco di Harrowdown Hill nell’Oxfordshire. Incontriamo l’arguto e riflessivo microbiologo inglese David Kelly; incaricato dell’impegnativo ruolo di ispettore militare in Iraq, per connivenza col potere, incapacità di ribellarsi alle infami logiche del conflitto e comunque convinto profondamente della necessità di rovesciare l’efferata dittatura di Saddam, aveva avallato con la propria testimonianza la tanto propagandata presenza di potenti armi di distruzione di massa negli arsenali iracheni. Sebbene sempre più intimamente tormentato da questa menzogna, soltanto allorchè aveva ricevuto la notizia della sorte della famiglia di un suo carissimo amico libraio di Bagdad (la giovane figlia tredicenne braccata da soldati inferociti e seviziata in modo indicibile, il resto del nucleo familiare brutalmente sterminato in una cantina) aveva scovato il coraggio per rilasciare un’intervista alla BBC mettendo palesemente in discussione la veridicità del Dossier sulle Armi di Distruzione di Massa presentato dal governo britannico – e quindi, contestualmente, anche la stessa giustificazione ideologica fornita per l’intervento armato in Iraq. Solo due giorni dopo il suo corpo privo di vita fu ritrovato proprio nel bosco proscipiente Harrowdown Hill; l’autopsia sentenziò che la morte era stata causata dall’emorragia derivante da una ferita autoinflitta al polso sinistro, coniugata all’ingerimento di una massiccia dose di analgesici. Certo è che nel breve lasso temporale di appena tre mesi, altri quindici biologi e virologi di fama internazionale non totalmente allineati alla tesi pro-bellica furono trovati “suicidi” o scomparvero misteriosamente. Suicidio o omicidio politico? La storia con tutta probabilità non individuerà mai una risposta chiarificatrice a questo doloroso interrogativo; la pièce di Judith Thompson sembra propendere piuttosto per la tesi del suicidio, indotto dal lacerante senso di colpa di un uomo di scienza che, accecato da uno stolto patriottismo e forse dall’umana brama di potere e denaro, ha svenduto i propri principi autorizzando implicitamente un massacro di innocenti. Dolente, stravolto, ormai rinunciatario e sopraffatto dal purgatorio di afflizione in cui egli stesso si è precipitato per superficiale ingenuità e una cieca fiducia nella propaganda angloamericana; questo è il David Kelly che ci viene presentato da uno straordinario Gianluigi Fogacci che, con grandissima consapevolezza attoriale, lucida sensibilità e inaudita forza emotiva, dipinge le numerose sfumature della sofferenza del suo personaggio.

Infine il capitolo conclusivo del nostro viaggio apocalittico ci porta ad incontrare un personaggio meno noto alle cronache mondiali: si tratta di Nehrjas al Saffarh, fiera attivista irachena moglie di uno dei più battaglieri esponenti del Partito Comunista. Sostenuta da una fede incrollabile, dall’amore sconfinato per la propria famiglia e dalla convinzione dell’essenzialità di resistere contro e nonostante tutto mantenendosi radicata nei suoi ideali, la donna aveva affrontato assieme ai suoi figlioletti di appena otto e quindici anni l’inferno di torture perpetrate all’interno della massiccie mura del “Palazzo della fine”. Strupri di massa, violenze, selvaggi soprusi perpetrati sui corpi dei suoi bambini dinanzi ai suoi occhi inermi (aberrante l’immagine del corpo maciullato del più piccolo appeso per ore alle pale di un ventilatore da soffitto come in un terrificante tritacarne umano) sino alla loro morte, non avevano piegato la sua tenace volontà; paradossalmente, scampata al martirio da parte delle milizie irachene, la donna era poi caduta vittima di una delle tante “bombe amiche” scagliate dall’aviazione americana durante la prima guerra del Golfo. L’interpretazione di questo personaggio coraggioso, umile, portatore di una saggezza atavica fermamente ancorata alla tradizione e al contempo assolutamente moderno nella sua acuta intelligenza e capacità di interpretazione della realtà è affidata ad un’attrice di eccezionale pathos e talento, Pamela Villoresi, che plasma con magistrale eleganza l’infinita gamma di emozioni sperimentate nel percorso terreno di questa temeraria donna. Struggente nel dolore per la sorte degli adorati figli, vibrante nella rievocazione simbolica dell’inestimabile valore delle palme da dattero per la civiltà mediorientale (nessun invasore le aveva mai violate, per primi gli americani al loro mortifero passaggio avevano distrutto anche questo prezioso dono offerto dalla natura), intensa ed empatica nel coinvolgere emotivamente il pubblico al quale più volte si avvicina grazie alla peculiare struttura del palcoscenico del Teatro India, una prova recitativa veramente indimenticabile.

L’opera si chiude con l’urlo lancinante del fantasma di Nehrjas al Saffarh: un urlo che deve ergersi a imperitura memoria dello scempio di questa guerra insensata e terribile; un urlo che accompagnerà a lungo la riflessione dello spettatore, inevitabilmente toccato in profondità da un lavoro drammaturgico di tale spessore e dirompente sofferenza.

Oltre che all’ineccepibile, coinvolgente ed incisiva direzione registica di Marco Carniti – a proprio agio tanto con i classici scespiriani quanto con autori contemporanei e tematiche di fortissima urgenza storico-sociale – e alle eccellenti intepretazioni dei tre attori in scena, un plauso va indubbiamente riservato anche alla scenografia (curata da Nicolás Hünerwadel e dallo stesso Carniti in collaborazione con Francesco Scandale), al suggestivo disegno luci (progettato da Paolo Ferrari e ripreso da Umile Vainieri) e agli effetti sonori (concepiti da Massimo Carniti e David Barittoni): tre gabbie metalliche, luci dai colori a tratti lividi e violacei e a tratti sanguinolenti sottolineano dettagli dei personaggi in scena o si avventano violentemente sul pubblico, cupi riverberi sonori in sottofondo; tutto contribuisce a creare un’atmosfera insopportabilmente claustrofobica, sofferta, un malessere che coglie lo spettatore alla bocca dello stomaco e contribuisce ad emozionare sin dentro le viscere.

Un’opera dal deflagrante impatto, certamente non di agevole fruizione per la tragicità dei fatti narrati ed il linguaggio decisamente crudo e realistico che non concede sconti o ammorbidimenti al reale, ma da vedere assolutamente per il suo intrinseco valore artistico e la sua valenza di solida e incontrovertibile testimonianza storica.

 

Teatro India – Lungotevere Vittorio Gassman, Roma        

Per informazioni e prenotazioni: ufficio promozione Teatro di Roma telefono 06/684000346

Orario biglietteria: telefono 06/684000311, aperto dalle ore 17 nei giorni di spettacolo, dalle ore 15 la domenica

Biglietti: intero €16,00 (+€2,00 di prevendita), ridotto €14,00 (+€1,00 di prevendita)

Durata: 1h 30’ (atto unico)

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma

Sul web: www.teatrodiroma.net

 

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